21 Gen 2008

vera-hall.jpg Il Signore della Musica è una divinità bastarda. Molto. E lo sa chiunque ci abbia avuto a che fare, anche solo marginalmente e per poco tempo. Esemplare di un suo tipico scherzo è, di sicuro, quanto accaduto a Vera Hall: una signora di colore che moriva nel 1964 talmente spiantata da non potersi permettere nemmeno una lapide. Circa 35 anni dopo era destinata a diventare famosa in tutto il globo e – se fosse stata in vita – si sarebbe goduta una bella fetta di succose royalties per il brano di Moby “Natural Blues”, in cui – grazie a un campionamento – Vera canta. E, invece, alla Hall resta solo un posticino nella memoria dei più informati, una casella nell’archivio dei Lomax e poco altro. Tutto il resto lo prendono gli avvoltoi, o meglio: quelli che si sono affrettati a muoversi per depositare i suoi brani e suggere linfa vitale dal fiume di dollaroni che, post-Moby, hanno iniziato a girare intorno al nome Vera Hall.Ma chi era, questa chanteuse dalla voce calda e malinconica? Potremmo iniziare dicendo che si trattava di una donna di colore della cosiddetta Black Belt, nata vicino a Livingston (Alabama) in una famiglia di schiavi emancipati. Il giorno in cui venne al mondo non è certo, ma nemmeno l’anno, se è per questo: c’è chi parla del 1902, chi del 1906. Sappiamo con sicurezza, invece, che il suo vero nome era Adell (pronunciato Ay-dell) e Vera è un nomignolo che le è stato attribuito fin da ragazza. La sua vita è stata dura, una vera e propria costellazione di lutti, stenti e privazioni.

In un certo senso è merito del presidente Roosvelt se ora – anche se con uno scandaloso ritardo, come il crudele copione della leggenda esige – Vera Hall può finalmente vedersi attribuita la fama e la grandezza che le spettano. Perché se il buon Franklin Delano Roosvelt non avesse varato il New Deal e il programma denominato WPA (Works Progress Administration) per dare lavoro ai disoccupati, nel tentativo di fornire nuovi impulsi all’economia stagnante, nessuno avrebbe mai registrato la voce di questa blueswoman. Fu proprio grazie ai fondi del WPA e – più precisamente – grazie alla divisione che si occupava di cultura popolare e canzone folk, che John Avery Lomax venne fortunosamente a conoscenza dell’esistenza di Vera (tramite Miss Ruby Pickens Tartt, un’illuminata signora bianca che si batteva per i diritti della popolazione di colore e che era amica del cugino della Hall).

Nell’arco di quattro differenti visite (tra il 1937 e il 1941) John Lomax incise su bobina qualche decina di canzoni interpretate da Vera Hall. Tra i due nacque un rapporto di amicizia, rinsaldato sicuramente anche dai piccoli assegni che Lomax faceva pervenire periodicamente alla donna, che viveva in estrema povertà e si manteneva facendo la cuoca e la lavapiatti.
Alla morte di John Lomax fu il figlio Alan a prendere in eredità la missione paterna e a mantenere vivo il contatto con Vera Hall. Tanto era l’interesse di Alan nei suoi confronti che l’uomo riuscì a organizzare per lei un’esibizione a New York, il 15 maggio del 1948 (nell’ambito di un festival dedicato alla musica americana contemporanea). Il viaggio della Hall a New York fruttò una lunga intervista che Alan Lomax incise su nastro e da cui, qualche anno più tardi, trasse un libro intitolato Rainbow Sign – una biografia della Hall in cui, peculiarmente, il nome della donna era stato cambiato in Nora. Il libro, sebbene interessante e rivelatore, non è una fedele trascrizione delle bobine registrate: il racconto di Vera è, infatti, molto più crudo, sanguigno e toccante rispetto alla versione edulcorata e bonificata che Lomax ha dato alle stampe.
Questo fu, forse, il climax dell’esistenza di Vera che, negli ultimi 15 anni di vita (morì il 26 gennaio del 1964), si ritirò nella sua cittadina senza che alcuna notizia su di lei trapelasse. In pratica continuò la propria esistenza di sempre, tra difficoltà economiche, qualche registrazione e pochissime royalties. Ormai cieca e priva di forze, se ne andò e venne seppellita nella parte destinata alla popolazione nera del cimitero di Livingston, senza neppure una lapide a segnalare la tomba: solo una croce di legno, ormai disintegrata dalle intemperie.

Vera Hall rimane una specie di mistero perché, nonostante il grande numero di registrazioni e l’intervista di Lomax, ci sono molte lacune nella ricostruzione della sua storia. E la sua arte, quasi come quella di Robert Johnson, pare essersi manifestata in maniera miracolosa/diabolica… chi può dire come siano andate le cose?

Intanto Moby ringrazia.

Nel web:
l’archivio dei Lomax
Vera Hall nella Alabama Women’s Hall of Fame
Vera Hall in Wikipedia

1 commento for "Da Roosvelt a Moby in quattro mosse"

  1. 04 Feb
    gab

    Mi ricordo la prima volta in cui abbiamo parlato o letto di questa storia. Mi commuove ancora.

    Comunque l’archivio dei Lomax rende Internet un inferno migliore.


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