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	<title>Black Milk Magazine &#187; UK</title>
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		<title>Sangue di Giuda</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 16:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla buon'ora ci siamo arrivati anche noi. Glam rock, junk shop glam, pub rock e protopunk a regola d'arte, per i capitolini Giuda]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/giudalp.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9222" title="giudalp" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/giudalp.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Giuda &#8211; <em>Racey Roller</em> (White Zoo, 2011)</strong></p>
<p>La tentazione fortissima era di non recensire questo album. Nessuna ragione strana dietro alla scelta, semplicemente il fatto che tutti (e più di tutti) ne hanno parlato, straparlato, riparlato e sproloquiato esaltandolo senza se e senza ma. Insomma, nessuno avrebbe sentito la mancanza di una recensione qui sopra. Devo anche confessare una mia stupida idiosincrasia per i dischi di cui tutti parlano bene (è un problema, ci vorrebbe un po&#8217; di terapia, ma si sa: meglio spendere i soldi in dischi che per lo psicologo), oltre che un ascolto troppo rapido e deconcentrato a un singolo precedente, che non mi aveva detto molto.</p>
<p>Invece tanto di cappello, con inchino e salamelecchi ai ragazzi dei <a href="http://www.myspace.com/giudaroma" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Giuda</span></a>. Se coi Taxi nel giro di poco tempo si erano guadagnati la reputazione di una delle migliori punk band in circolazione a livello internazionale, con i Giuda ottengono il medesimo risultato quasi istantaneamente, sulla scorta di un album senza pecche e perfetto. Certo, il genere è mutato, ma forse il bello è proprio questo: i Giuda recuperano le sonorità più sanguigne del glam rock britannico, del pub rock e del rock&#8217;n'roll che nei primi anni Settanta suonavano i sudditi di Sua Maestà la Regina. In pratica tutto ciò che agitava la terra d&#8217;Albione prima che arrivasse l&#8217;ondata punk &#8211; e che il punk ha spesso precorso.</p>
<p>Ci sono echi inequivocabili dei T-Rex più hard, degli Sweet, dei Cockney Rebel, dell&#8217;Elton John degli esordi (&#8220;Roll On&#8221; è la &#8220;Saturday Night&#8217;s Alright For Fighting&#8221; del 2011), dei Mott The Hoople e di tutto il filone meno mainstream del junk shop glam (termine &#8211; almeno secondo il <a href="http://www.guardian.co.uk/culture/2002/mar/19/artsfeatures" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Guardian</span></a> &#8211; coniato da Tony Barber dei Buzzcocks e dall&#8217;ex Lush e Jesus  and Mary Chain Phil King). E&#8217; rock&#8217;n'roll melodico, orecchiabile, duro quanto basta (ai confini del punk), con un&#8217;irresistibile tendenza al ritornello killer da gridare tutti in coro col pugno alzato.<br />
Musica che dal primo riff ti porta indietro nel tempo, al 1974 o giù di lì, in qualche pub di Bromley, dove skinhead, rocker, casinisti di strada, delinquenti e operai incazzati si scolano pinte a ripetizione, pronti a tutto o quasi per qualche ora di divertimento.</p>
<p>Bravi loro, scemo io. Consigliatissimo.</p>
<p>Bizzarra coincidenza: c&#8217;è un&#8217;altra band italiana che si chiama Giuda, formata da buona parte dei ragazzi del collettivo Agipunx. E&#8217; un altro gruppo della madonna con un album del 2009 fuori (almeno che io sappia), che spacca tutto. Genere: metal, punk, crust, black. Evidentemente Giuda è un nome che si associa solo al meglio.</p>
<p><center><iframe width="480" height="355" src="http://www.youtube.com/embed/NtGgCHVizTo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>High on Bubblegum</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 09:29:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bloodsucker Records]]></category>
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		<description><![CDATA[Punk, rock'n'roll, street rock, sleaze rock: da Londra, con oscuro furore, i Bubblegum Screw]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/bubblegum.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9115" title="bubblegum" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/bubblegum.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Bubblegum Screw &#8211; <em>Screwphoria!</em> (Bloodsucker Records, 2011)</strong></p>
<p>England rocks (era anche il nome di un negozio londinese carissimo specializzato in merchandising rock bellissimo, ma inavvicinabile &#8211; che è prevedibilmente fallito). Già su questo non si discute, soprattutto quando ci si trova davanti a gente come questi <a href="http://www.myspace.com/bubblegumscrew" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Bubblegum Screw</span></a>. Un quintetto londinese di ragazzi che respirano lo spirito del rock&#8217;n'roll e lo metabolizzano, per poi schizzarlo fuori nella loro musica.</p>
<p>La band ha tre anime ben riconoscibili, che si mischiano e si fondono. La prima è quella vicina al punk e protopunk newyorkese di gente come New York Dolls, Ramones e Dead Boys. La seconda è fortemente intrisa dello spirito del Sunset Strip (anno Domini 1986 circa) con lo sleaze &amp; street rock iconico che ha reso i Guns n&#8217;Roses veri e propri miti insuperati &#8211; almeno per un breve arco di tempo. E infine c&#8217;è una vena fortemente inglese, che non è tanto legata al punk rock come ci si potrebbe aspettare, quanto alla scena glam loser che partorì gente come Tyla e i suoi Dogs D&#8217;Amour. Ah e già che ci siamo, perché non citare anche Hanoi Rocks e Smack, per aggiungere un tocco di nord Europa che male non fa?<br />
Shakerando tutto ciò e aggiungendo una bella produzione nitida ma non leccata, il risultato è in grado di far muovere chiappe e testolina anche al più scettico dei criticoni.</p>
<p>i riferimenti sono impeccabili, la rielaborazione fedele e filologica &#8211; niente invenzioni, niente esperimenti: solo rock&#8217;n'roll fottuto e infame, arrapato e anche un po&#8217; tossico. La sopravvivenza di questa musica, ormai da tanti anni, dipende da gente così. Che la suona, ne perpetua la tradizione e lo fa senza un futuro certo o la sicurezza di sfondare. Anzi, chi sfonda di solito tradisce. Lunga vita ai perdenti e al rock&#8217;n'roll.</p>
<p><center><iframe width="480" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/bkc54O6MqMI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Rabies in Leicester</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 17:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un reperto del 1981, ristampato nel 2001. Doppia archeologia, dunque, per una cavalcata nelle pieghe più bizzarre di NWOBHM, punk, glam, hard, psych, prog e folk. Rabies is a killer, baby...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/AgnyBg.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5984" title="AgnyBg" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/AgnyBg.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Agony Bag &#8211; <em>Feelmazumba</em> (Black Widow, 2001)</strong></p>
<p>Sono da sempre tra i campioni della NWOBHM più oscura, questi <a href="http://www.myspace.com/agonybag"><strong>Agony Bag</strong></a> (con ex membri della cult band <a href="http://blackwidow.org.uk/"><strong>Black Widow</strong></a>); il ruolo se lo sono meritatamente guadagnato sulla scorta di un singoletto contenente due soli brani, che è una specie di Santo Graal per diversi collezionisti: <em>Rabies is a Killer/Never Ever Land</em> (1980, Monza Records).<br />
Il mito e la leggenda, poi, sono stati per anni potenziati dal fatto che la band &#8211; di stanza a Leicester, UK &#8211; aveva inciso un album mai uscito, visto lo scioglimento precoce.</p>
<p>Ed è qui che entra in gioco la genovesissima <a href="http://www.blackwidow.it/"><strong>Black Widow Records</strong></a>, che con un colpo di mano, nel 2001, si aggiudica la possibilità di riesumare i nastri originali del disco e pubblicarli in pompa magna, in edizione cd. Nel 2001 esce, dunque, <em>Feelmazumba</em>, con &#8220;soli&#8221; 21 anni di ritardo.</p>
<p>La sensazione, ascoltando gli Agony Bag in una dimensione più dilatata (e con il proverbiale senno di poi) è che per anni la percezione sul loro conto sia stata falsata in buona parte. Perché la <a href="http://www.nwobhm.info/nwobhm/"><strong>NWOBHM</strong></a> non è per nulla la componente maggiore del loro sound, in cui &#8211; al contrario &#8211; sono rintracciabili residui punk, suggestioni gothic rock, parecchio progressive di quello scuro, l&#8217;immancabile hard rock anni Settanta, una buona spolverata di glam e qualche pizzico di folk/psych inglese. Insomma, un bell&#8217;ibrido straniante, che necessita una certa predisposizione d&#8217;animo per essere affrontato.</p>
<p>Le vere schegge soniche del disco sono tre: i due brani d&#8217;apertura (ossia quelli già inclusi nel signolo), in cui si respira aria di NWOBHM piuttosto ruvida; e poi &#8220;Sally of Leicester&#8221; che è il manifesto dell&#8217;anima punk che alberga negli Agony Bag, con un riff semplice e ignorante, quasi degno (se così si può dire) degli Exploited o dei GBH. Nei restanti pezzi si alternano segmenti hard sabbathiani a momenti progressivi che richiamano i Jethro Tull più ispirati, glam stralunato, divagazioni psichedeliche e fraseggi blues rock.</p>
<p>A calamitare all&#8217;ascolto &#8211; sempre se vi troverete nel mood giusto &#8211; è proprio la caleidoscopicità dei brani, insieme alla totale assenza di pretese: non lasciatevi ingannare dagli stereotipi&#8230; prog, hard, blues e glam per gli Agony Bag significano prendere gli stilemi basilari dei generi e proporli nudi e crudi, quasi involvendoli e riportandoli a uno stato in cui necessiterebbero del suffisso &#8220;proto&#8221; per essere meglio inquadrati.</p>
<p>Naïf? Probabilmente sì. Anzi di certo. Ma sanguigni e in preda a quel demone che possiede chiunque si trovi almeno una volta a settimana in una sala prove: avete presente quei momenti in cui vorreste fondere insieme, negli stessi tre minuti di brano, tutto quello che vi ha formato, colpito, influenzato e stregato in anni di ascolto? Ecco. Gli Agony Bag sembrano essere in quello stato di grazia per l&#8217;intero disco. A tutto questo aggiungiamo un gusto per la teatralità stile <em>Rocky Horror Picture Show</em>&#8230; et voilà.</p>
<p>Come dice <a href="http://punknotprofit.blogspot.com"><strong>Punk Not Profit:</strong></a> &#8220;Blast from your ass&#8221;. Prendere o lasciare, con gli Agony Bag non ci sono vie di mezzo (ma un paio di ascolti, prima di decidere da che parte si sta, sono necessari).</p>
<p><em>[Scaricate il cd <a href="http://www.mediafire.com/?my5mgkzzgny"><strong>QUI</strong></a>, e se vi piace ricordate di comprarlo... lo trovate ancora facilmente]</em></p>
<p><center><object width="<object width="540" height="430"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/rXFiUK-rAGo?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/rXFiUK-rAGo?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="430"></embed></object></center></p>
<p><center><object width="540" height="430"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/mEvOC2U9FSk?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/mEvOC2U9FSk?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="430"></embed></object></center></p>
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		<title>Emo-core made in UK</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/07/from-plan-to-progress-ink-stains-incidents-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 17:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[From Plan to Progress - Ink Stains &#38; Incidents (No Reason Records, 2010)
Una band made in UK (Brighton, per la precisione), che si diletta con sonorità impregnate fino al midollo di emo-core anni Novanta &#8211; un suono che gli inglesi, all&#8217;epoca del maggior splendore di questo genere, proprio non erano capaci di maneggiare: diciamolo. Invece i From Plan to Progress in alcune frazioni (soprattutto quelle iniziali di questo Ink Stains &#38; Incidents) la lezione l&#8217;hanno assimilata benone e ricordano a sprazzi le migliori cose di casa Dischord, Epitaph e Revelation ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/07/plan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4074" title="plan" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/07/plan.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>From Plan to Progress -<em> Ink Stains &amp; Incidents</em> (No Reason Records, 2010)</strong></p>
<p>Una band made in UK (Brighton, per la precisione), che si diletta con sonorità impregnate fino al midollo di emo-core anni Novanta &#8211; un suono che gli inglesi, all&#8217;epoca del maggior splendore di questo genere, proprio non erano capaci di maneggiare: diciamolo<span id="more-4062"></span>. Invece i <strong><a href="http://www.myspace.com/fromplantoprogress">From Plan to Progress</a></strong> in alcune frazioni (soprattutto quelle iniziali di questo <em>Ink Stains &amp; Incidents</em>) la lezione l&#8217;hanno assimilata benone e ricordano a sprazzi le migliori cose di casa Dischord, Epitaph e Revelation (mettiamoci anche un filo di Fat Wreck, magari).</p>
<p>Entro i primi 4-5 brani mi sono anche quasi esaltato per certi passaggi alla <em>Wig Out at Denkos</em>/<em>Field Day</em>, ma in realtà i Dag Nasty non sono esattamente il faro ispiratore della band, che si rifà a cose leggermente posteriori (azzardo Farside, Sensefield e generazione a seguire). Il problema è che dopo l&#8217;inizio più che promettente del cd subentrano due fattori: il primo è che circa 45 minuti di durata si fanno sentire, complice una certa omogeneità dei pezzi che crea l&#8217;effetto <em>brick</em>; il secondo è la presenza palpabile di segmenti pseudo metal che proprio in questo contesto non quadrano (si passa dal breve stacco thrash all&#8217;assolata in scala ascendente e discendente suonata a 250 kn/h).</p>
<p>Niente male, dunque, ma difficili da ascoltare per intero. Ho come la sensazione che un ep con 5-6 brani (invece che 15) scelti in maniera oculata avrebbe avuto un potere dirompente molto superiore, quasi in grado di far gridare &#8220;al miracolo&#8221; i fan di nuova e vecchia data di questo tipo di sonorità.</p>
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		<title>Erano gli unici. Gli unici</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/06/the-only-ones-even-serpents-shine/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 20:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Only Ones &#8211; Even Serpents Shine (1979/2009, Sony)

Li si trova spesso &#8211; se non sempre &#8211; incasellati tra i gruppi dell&#8217;ondata punk inglese iniziata nel &#8217;77, ma di punk gli Only Ones non avevano molto. Certo, l&#8217;attitudine del leader Peter Perrett è sempre stata punk rock, ma nella stessa maniera in cui lo è  quel soggettone di Keith Richards: si parla di modi, maniere, fattanza e strafottenza. Non di rock&#8217;n'roll scassone, veloce, adolescenziale e senza assoli.
Il punk rock è una presenza tangibile praticamente solo &#8211; e non in maniera ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/06/serpents.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3731" title="serpents" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/06/serpents.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>The Only Ones &#8211; <em>Even Serpents Shine</em> (1979/2009, Sony)<br />
</strong></p>
<p>Li si trova spesso &#8211; se non sempre &#8211; incasellati tra i gruppi dell&#8217;ondata punk inglese iniziata nel &#8217;77, ma di punk gli <strong><a href="http://www.theonlyones.biz/">Only Ones</a></strong> non avevano molto. Certo, l&#8217;attitudine del leader Peter Perrett è sempre stata punk rock, ma nella stessa maniera in cui lo è  quel soggettone di Keith Richards<span id="more-3729"></span>: si parla di modi, maniere, fattanza e strafottenza. Non di rock&#8217;n'roll scassone, veloce, adolescenziale e senza assoli.</p>
<p>Il punk rock è una presenza tangibile praticamente solo &#8211; e non in maniera totalizzante &#8211; nel loro omonimo debutto, quello con il brano che li ha consegnati alla storia del rock e ne ha fatto materiale da enciclopedie scaruffiane (oltre che materiale da jingle per campagne pubblicitarie di telefonia mobile): &#8220;Another Girl, Another Planet&#8221;.<br />
Ma in questo secondo lavoro del 1979 la musica cambia, in metafora e di fatto. Cambia nel senso che il punk resta a livello di energia e formicolio nello stomaco, ma il sound muta in una forma rock/wave onnicomprensiva, come una palla di paraffina fatta rotolare nei detriti di tutto ciò che la classicità rock&#8217;n'roll è stata prima del 1979 e poi impastata a mano dall&#8217;elegantemente intossicato mr Perrett.</p>
<p>A ben ascoltare ci sono diversi punti di contatto con il Johnny Thunders solista &#8211; soprattutto nelle ballate robbose (su tutte &#8220;Inbetweens&#8221;, da pelle d&#8217;oca, come una &#8220;So Alone&#8221; più rifinita e stonata, imbastardita con la dylaniana &#8220;All Along The Watchtower&#8221;) &#8211; ma Perrett ha una sensibilità più raffinata, tipicamente British.<br />
Comunque possiamo spingerci oltre e lasciarci andare al delirio proto-mistico, durante cui è naturalissimo scorgere, nella collezione degli 11 pezzi di <em>Even Serpents Shine</em>, un&#8217;unico oppiaceo e ancestrale filo conduttore. C&#8217;è il gusto amaro dell&#8217;eroina che ti si pianta in gola, l&#8217;odore polveroso e caldo dei mobili antichi (chi conosce la biografia di Perrett capirà il riferimento, per gli altri &#8211; perdonate &#8211; resterà una boutade senza senso, ma è ok), il sound del Keith Richards più sperimentatore e vacillante, l&#8217;agrodolce della Londra post punk.</p>
<p>Non è un disco facilissimo, oltretutto: sia chiaro. I pezzi sono solo apparentemente banali, e sfido chiunque a imbracciare una chitarra e a tirarne giù uno con la stessa leggerezza con cui potrebbe imparare un brano &#8211; per dire &#8211; degli Adverts in pochi minuti. E poi c&#8217;è la voce di Perrett, un miagolio (quasi) sempre stonato, una roba che se ti fa schifo non c&#8217;è verso, ma altrimenti ti fa innamorare e basta (ancora: Johnny Thunders, anyone?) .</p>
<p>Questo è genio: è chiaro. Il genio della specie più tragica e trucida, quello che manda a puttane tutto senza nemmeno capire cosa sta facendo (gli Only Ones sopravvissero solo per un ulteriore album, poi si sciolsero ingloriosamente nel 1982). Quel genio che ci piace da impazzire, perché sembra lontano da ogni fighetteria e fa sentire un po&#8217; geni anche noi, che non abbiamo mai combinato un cazzo.</p>
<p><center><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/D9SfoIC_e6Y&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/D9SfoIC_e6Y&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></center></p>
<p><em>[Se proprio non avete testa/voglia/possibilità di investire 7 euro o poco più per la bella ristampa con tre bonus track  uscita lo scorso anno, <a href="http://www.mediafire.com/?yzyqidvloux"><strong>QUI</strong></a> trovate gli mp3 dell'album]</em></p>
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		<title>A zonzo con Bob</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 11:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reperti]]></category>
		<category><![CDATA[1965]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
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		<category><![CDATA[documentario]]></category>
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		<description><![CDATA[D.A. Pennebaker &#8211; Bob Dylan, Don’t Look Back

&#8220;Non guardarsi indietro, ma guardarsi sempre alle spalle, pararsi il culo&#8221;.
Se c’è un messaggio/non messaggio che Dylan &#8211; più o meno esplicitamente &#8211; lancia di continuo in pasto alla plebe è quello del doppio senso, dell’allegoria biblica, della simbologia ermetica estenuante; e Pennebaker, nel suo film-documentario, centra in pieno l’indecifrabilità del bardo profeta nell’anno di grazia 1965, ovvero quando Dylan si appresta a conquistare il Regno Unito, on the road in compagnia di pochi fidati compari (Alan Price, Paul Jones, John Mayall e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/01/lookdylan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2295" title="lookdylan" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/01/lookdylan.jpg" alt="lookdylan" width="300" height="419" /></a>D.A. Pennebaker &#8211; <em>Bob Dylan, Don’t Look Back</em><br />
</strong></p>
<p>&#8220;Non guardarsi indietro, ma guardarsi sempre alle spalle, pararsi il culo&#8221;.</p>
<p>Se c’è un messaggio/non messaggio che Dylan &#8211; più o meno esplicitamente &#8211; lancia di continuo in pasto alla plebe è quello del doppio senso<span id="more-2293"></span>, dell’allegoria biblica, della simbologia ermetica estenuante; e Pennebaker, nel suo film-documentario, centra in pieno l’indecifrabilità del bardo profeta nell’anno di grazia 1965, ovvero quando Dylan si appresta a conquistare il Regno Unito, on the road in compagnia di pochi fidati compari (Alan Price, Paul Jones, John Mayall e il suo scaltro &#8211; nonché onnipresente  manager Albert Grossman).</p>
<p>Uno dei primi rockumentary nudi e crudi della storia: un mese intero in cui Dylan viene ripreso in un blob di immagini spesso oscure e decontestualizzate da Pennebacker &#8211; che cerca di sviscerare quelle dinamiche ordinarie, extra-ordinarie o artistiche che già nel ’65 facevano di Robert Allen Zimmerman l’autore più interessante della scena folk rock planetaria.<br />
Per la serie &#8220;ora vi svelo di che materia è fatta una star&#8221;&#8230; ma Dylan si mette costantemente fuori fuoco, ai margini della macchina da presa, pur essendoci sempre. Una sorta di costante invisibile. D&#8217;altro canto Pennebaker riesce a non fallire, pur fallendo nell’impresa &#8211; almeno in quelli che erano gli intenti originari.</p>
<p>Quello che ne scaturisce è  di un&#8217;attualità sconvolgente, così come  l’incipit del documentario con il mitologico video di &#8220;Subterranean Homesick Blues&#8221; &#8211; poi scopiazzato a destra e manca per tutta la videorockologia a venire &#8211; con comparse d’eccezione quali Allen Ginsberg e Ringo Starr; con un Dylan che si finge imbranato e svogliato, nell’atto di sfogliare cartelloni con su scritte le parole della canzone, parodiando il pacifismo hippie becero, vetero  flower-power.</p>
<p>Nel ’65 Dylan decostruisce la propria icona prima che la critica lo faccia: in questo modo riduce all&#8217;impotenza tabloid e giornalisti musicali, che nulla possono di fronte a una forza polemica, imbevuta di autenticità come la sua. In poche parole la sua metodologia è quella del <em>search and destroy</em>: fa a pezzi tutti, dai suoi fan, ai giornalisti spesso obsoleti e impreparati, mette a fuoco l’inutilità della posa rocker e delle relative mode estetiche.</p>
<p>Pennebaker,  un po’ per culo e un po’ per abilità, non si perde nessun passaggio di questo Dylan &#8217;65 (perché sia Dylan del ’63 che Dylan del ’67 sono cosa ben diversa e controversa); così che alla fine di una &#8220;Times They Are A-Changin’&#8221; e &#8220;Love Minus Zero&#8221; o di fronte una sublime &#8220;It’s All Over Now Baby Blue&#8221; (cantata di fronte al Dylan britannico, Donovan) viene voglia anche al più efferato dei criminali di farsi il segno della croce e andare in pace.</p>
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		<title>Screaming Lord Sutch</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 17:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;e la mitica &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=6_Cft706lwE">Jack the Ripper</a></strong>&#8220;</p>
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		<title>Bad girls or not?</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 05:08:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Priscillas &#8211; 10.000 Volts (Nags Head, 2009)
Primo disco dopo una serie di singoli per le Priscillas, quartetto londinese a prevalenza femminile (l&#8217;unico uomo è infatti il batterista Phil Martini, ex dei Tokyo Dragons). Questo 10.000 Volts cerca di trovare un equilibrio tra varie influenze, dal garage alla Holly Golightly all&#8217;indie-brit pop di band come Long Blondes, passando per il powerpop, Blondie, le girl band anni Sessanta e un pizzico di glam, che non fa mai male.
Il risultato è sicuramente apprezzabile, seppur con qualche passaggio a vuoto &#8211; dovuto a ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/priscd.jpg" alt="priscd.jpg" /><strong>The Priscillas &#8211; 10.000 Volts (Nags Head, 2009)</strong></p>
<p>Primo disco dopo una serie di singoli per le <strong><a href="http://www.thepriscillas.co.uk">Priscillas</a></strong>, quartetto londinese a prevalenza femminile (l&#8217;unico uomo è infatti il batterista Phil Martini, ex dei Tokyo Dragons). Questo <em>10.000 Volts</em> cerca di trovare un equilibrio tra varie influenze, dal garage alla Holly Golightly all&#8217;indie-brit pop di band come Long Blondes, passando per il powerpop, Blondie, le girl band anni Sessanta e un pizzico di glam, che non fa mai male.</p>
<p>Il risultato è sicuramente apprezzabile, seppur con qualche passaggio a vuoto &#8211; dovuto a una produzione forse troppo pulita, oltre che all&#8217;eccessiva durata. Sono infatti ben 14 i brani in scaletta, per 50 minuti di musica; l&#8217;eliminazione dei pezzi più lenti (ad esempio la ballata quasi-soul &#8220;Outer Space&#8221; o &#8220;The King Is Dead&#8221;, con una tromba mariachi un po&#8217; pacchiana) avrebbe sicuramente giovato.<br />
Le cattive ragazze londinesi (Jenny Drag, Guri Go-Go e Kate Kannibal&#8217;s, per la precisione) dimostrano infatti di saperci fare molto di più quando il ritmo aumenta e ci si avvicina a linguaggi garage e power-pop, che le hanno non a caso rese famose con i loro live set infuocati.<br />
In questo senso citazioni più che meritate per il singolo &#8220;(All The Way To) Holloway&#8221;, power-pop con perfetta melodia catchy; per &#8220;Jimmy In A Dress&#8221;, che ha la sua forza nel crescendo irresistibile e sfacciatamente pop degli ultimi 90 secondi; e poi per &#8220;Fly In My Drink&#8221;, su cui aleggia lo spirito di Blondie, oltre che per &#8220;Oh Keiko&#8221;, &#8220;Come Out!&#8221; e &#8220;Y.O.Y.&#8221;, i brani più garage del disco. Brevi, tirati e incisivi, come il genere comanda.</p>
<p>Quindi: buona la prima, ma la prossima volta sono richieste un po&#8217; più di sporcizia e qualche orpello in meno. Siete cattive ragazze o no?</p>
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		<title>PIL!</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 07:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anni Ottanta]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Direttamente dai primi Ottanta il clip di &#8220;<strong><a href="http://it.youtube.com/watch?v=6aumejrcEHs">This is not a love song</a></strong>&#8221; dei PIL.</p>
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		<title>I Am Kloot&#8230; again!</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 21:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Am Kloot &#8211; Play Moolah Rouge (Skinny Dog, 2008)
Ci avevano lasciato un po’ straniti  con Gods And Monsters, la loro ultima fatica in studio, nell’ormai lontano 2005. Sicuramente non la loro prova migliore, visto che parliamo di un gruppo che ha saputo comporre canzoni bellissime. Adesso tornano con Play Moolah Rouge a proporre tutto il loro repertorio fatto di musica inglese suonata bene.
In questo album troverete tutti i loro cliche e anche i tic più famosi di questo trio di Manchester. Se non li conoscete nessun problema: date un’occhiata ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/moolah.jpg" alt="moolah.jpg" /><strong>I Am Kloot &#8211; Play Moolah Rouge (Skinny Dog, 2008)</strong></p>
<p>Ci avevano lasciato un po’ straniti  con <em>Gods And Monsters</em>, la loro ultima fatica in studio, nell’ormai lontano 2005. Sicuramente non la loro prova migliore, visto che parliamo di un gruppo che ha saputo comporre canzoni bellissime. Adesso tornano con <em>Play Moolah Rouge</em> a proporre tutto il loro repertorio fatto di musica inglese suonata bene.</p>
<p>In questo album troverete tutti i loro cliche e anche i tic più famosi di questo trio di Manchester. Se non li conoscete nessun problema: date un’occhiata a una loro <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/ma-chi-diamine-e-%E2%80%98sto-kloot.html">“minigrafia” uscita su Black Milk</a></strong> un paio di mesetti fa.<br />
Lo ammetto: sono di parte. A me gli <strong><a href="http://www.iamkloot.com">I Am Kloot</a></strong> piacciono tanto e così quando ho iniziato ad ascoltare <em>Play Moolah Rouge</em> ero pieno di buone speranze e di cattive ansie: è sempre brutto essere delusi dai propri paladini, no?<br />
Ma, per mia fortuna, questo album svolge egregiamente il suo compito e smarca definitivamente il gruppo dalla scena inglese del momento, ritagliandogli una nicchia popolata esclusivamente da loro: citofonare I Am Kloot, astenersi Babyshambles (Chi?) e altri perditempo.  Per essere sicuri che c’intendiamo, siamo molto più vicini ai Supergrass di <em>Road to Caen</em> che alla nouvelle vague inglese di gruppi come Klaxons e Kaiser Chiefs.<br />
Adesso si può davvero dire che il loro suono è diventato il loro suono, così che ascoltando pezzi come “Chaperoned” , “Ferris Wheel” o “Hey Little Bird” avrete subito la sensazione di ascoltare gli I Am Kloot. Questi sono tutti pezzi molto belli e vari: si passa dal brano lievemente elettrico che cresce sino al parossismo, alla ballad mai troppo melensa e &#8211; anzi &#8211; molto delicata. Non mancano i momenti più movimentati  (ma non aspettatevi di pogare&#8230;) come l’apertura di “One Man Brawl”, “Someone Like You” e “The Runaways”, che avrebbe tranquillamente potuto entrare nella colonna sonora di <em>Quattro matrimoni e un funerale</em>.</p>
<p>L’album presenta anche canzoni più cantautorali, alla Damien Rice o Tom McRae: “Suddenly Strange”, “Down at the Front” e “At the Sea”.<br />
Non manca neppure il piccolo capolavoro con “Only Role in Town” (anche il già citato “At the sea” ci va molto vicino).<br />
Che dire in più? E’ proprio bello ascoltare un gruppo che ha il coraggio di non seguire la moda del momento. Certo, proprio per questo gli I Am Kloot non avranno mai un successo devastante ma questo, forse, è un motivo in più per volergli bene.<br />
Intendiamoci: se vi piace il rock dai suoni sporchi e la batteria secca in 4/4  allora non ascoltateli; o meglio, fatelo solo se avete possibilità di far andare <em>Play Moolah Rouge</em> un po’ di volte sullo stereo, magari pensando a tutte quelle cose importanti della vita su cui ogni tanto è bello poter riflettere, come ad esempio il calcio, le donne e &#8211; ovviamente &#8211; l’alcool.</p>
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