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	<title>Black Milk Magazine &#187; soul</title>
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		<title>Balla che ti passa</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 10:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Green Records sfodera un 7" di punkgaragesoulindierock da leccarsi i baffi; loro si chiamano The Dancers e dovreste ascoltarli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/dancers.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-10478" title="dancers" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/dancers-299x300.png" alt="" width="299" height="300" /></a>The Dancers &#8211; 7&#8243; (Green Records, 2011)</strong></p>
<p>E caspita. Ne son passati di anni dall&#8217;ultima volta in cui ho avuto un disco Green tra le mani e il tempo ha fatto il suo effetto&#8230; nel senso che se per me Green Records è stata sinonimo di hardcore (e post hardcore con faccende tipo Burning Defeat) a metà anni Novanta, ora le cose sembrano radicalmente mutate.</p>
<p>Questi <a href="http://www.myspace.com/thedancersmusic" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">The Dancers</span></a>, infatti, suonano un rock garage indie nervoso e rock&#8217;n'roll come quello di alcune band pazzesche, ma minori, di fine Novanta (mi sovvengono i Vue, gli Starlite Desperation, i Go!&#8230; ma anche alcune cose dei più blasonati Nation Of Ulysses e International Noise Conspiracy).</p>
<p>Qui c&#8217;è la velocità del punk/protohardcore, il groove del soul più zozzo, l&#8217;immediatezza dei riff garage e l&#8217;imprevedibilità di un cantato sguaiato al punto giusto.</p>
<p>Roba bastarda e ben fatta che &#8211; ahinoi &#8211; potrebbe anche piacere ai modaioli di turno, i quali come al solito hanno solo gli strumenti per dire che è &#8220;figa&#8221;, ma non per capirla o viverla.</p>
<p>Bravi davvero.</p>
<p><center><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/uruWpyZwFwE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Aspettando Primavera Beat 2012</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/12/primavera-beat-2012-intervista-salvatore-coluccio/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 17:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ha - per semplici motivi anagrafici - la tradizione del Festival Beat di Salsomaggiore, ma Primavera Beat catalizza l'attenzione di appassionati e fan. Abbiamo intervistato il patron Coluccio - man of wealth and taste...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/primbeafly.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10236" title="primbeafly" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/primbeafly.jpg" alt="" width="320" height="448" /></a>Chi si interessa di Sixties ed è un pochino nel &#8220;giro&#8221;, facilmente ha partecipato a una o più edizioni di <a href="https://www.facebook.com/events/209525042454852/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Primavera Beat</span></a>, il festival (che a marzo 2012 giungerà al suo sesto appuntamento) che si svolge ad Alessandria ogni primavera &#8211; come il nome suggerisce.<br />
Non ha &#8211; per semplici motivi anagrafici &#8211; ancora la tradizione del più consolidato Festival Beat di Salsomaggiore, ma catalizza l&#8217;attenzione di appassionati e fan, che non mancano di rispondere al richiamo del Sixties.<br />
In vista della prossima edizione &#8211; i prossimi 16-17-18 marzo &#8211; abbiamo fatto quattro chiacchiere con il big boss di Primavera Beat, il mitico Salva. A lui la parola, dunque.</p>
<p><strong>Racconta qualcosa di te ai lettori che non ti conoscono: come nasce il tuo coinvolgimento nella musica, quale è il tuo passato musicale e in cosa consiste il tuo presente&#8230;<br />
</strong>Mi chiamo Salvatore Coluccio, sono nato ne 1966, vivo ad Alessandria da oltre 40 anni. Il mio coinvolgimento con la musica nasce negli anni Ottanta, frequentando il centro sociale Polvere di Alessandria, che raccoglieva in quel periodo giovani che volevano avere un approccio diverso con la musica,  organizzando concerti, producendo demo. Nella metà degli anni Ottanta Alessandria era protagonista nella neonata scena hardcore-punk italiana, mettendo sul piatto il centro sociale Polvere &#8211; poi diventato Subbuglio &#8211; e band locali capitanate dai Peggio Punx. Il mio passato musicale è soprattutto da ascoltatore di concerti e da organizzatore: ho iniziato al centro sociale Subbuglio, poi continuato al centro sociale Forte Guercio e al Circolo Culturale Palomar di Valenza. Oggi il mio lavoro è organizzare eventi in ambito commerciale (convegni, fiere, manifestazioni ) con lati anche musicali, come l&#8217;esempio di Primavera Beat.</p>
<p><strong>Primavera Beat quando nasce e con che intenti? Spiegaci anche la radice del nome, che di primo acchito ricorda l&#8217;ingenuità degli anni Sessanta: è voluto?</strong><br />
Primavera Beat nasce nell&#8217;inverno del 2006, durante una chiacchierata con appassionati di rock&#8221;roll anni Sessanta; la prima edizione è stata organizzata nel marzo del 2007 al Teatro Macallè di Castelceriolo, alle porte di Alessandria. Gli intenti della manifestazione erano e sono quelli di creare un evento in Alessandria che riesca ad aggregare pubblico locale e dalle altre regioni confinanti, di valorizzare luoghi (come è stato con il Teatro Macallè), di coinvolgere la città e la provincia e &#8211; per quanto riguarda i protagonisti musicali &#8211; creare dei propri eventi nella manifestazione stessa. Il nome Primavera Beat è nato per lo svolgimento temporale del Festival ( la manifestazione si svolge a marzo) e richiamando lo spirito e l&#8217;ingenuità degli anni Sessanta.</p>
<p><strong>In cosa si differenzia Primavera Beat &#8211; se differenze ci sono &#8211; da iniziative analoghe come il Bus One e il Festival Beat? Vi fate concorrenza o collaborate?</strong><br />
Primavera Beat, dal punto di vista organizzativo e di intenti, non credo abbia molte differenze con il Festival Beat. Queste manifestazioni vogliono promuovere lo spirito musicale e sociale degli anni Sessanta, riportandolo ai giorni nostri con aggiornamenti e spunti di attualità. Primavera Beat è nata sei anni fa e subito ha collaborato con le altre realtà di questo settore musicale: la collaborazione è importante per far crescere il festival stesso e il cosiddetto &#8220;movimento&#8221;.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/Primavera-Beat-Festival-Vol.-5-The-Creeps-2011..jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10237" title="Primavera Beat Festival Vol. 5 The Creeps 2011." src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/Primavera-Beat-Festival-Vol.-5-The-Creeps-2011..jpg" alt="" width="572" height="381" /></a>Parlaci dell&#8217;edizione che ci sarà a marzo 2012: è già definitiva la scaletta delle band? Dove si svolgerà e chi suonerà?</strong><br />
Come dicevo in precedenza, Primavera Beat è nata per valorizzare luoghi e coinvolgere la città di Alessandria: con questi intenti il Festival nel 2012 si trasferisce nel centro della città, per coinvolgere ancora di più il territorio. Il festival si svolgerà il 16-17-18 marzo 2012 all&#8217;interno dell&#8217;Ex Caserma Valfrè, con importanti novità di crescita. Stiamo cercando di organizzare un festival che sia visibile in città e coinvolgere il tessuto proponendo eventi durante il giorno che siano da collante tra festival e Alessandria. Per quanto riguarda la scaletta delle band, stiamo completando il cartellone: dagli Stati Uniti arrivano The Woggles, band nata negli anni Novanta ad Atlanta che propone un raffinato garage-soul; saranno protagonisti anche i Rookies, formazione piacentina che renderà un omaggio agli olandesi <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/05/outsiders-by-insiders-libro-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Outsiders</span></a>, con la presenza dello storico chitarrista della band Ronnie Splinter come ospite. E a proposito di anniversari, i milanesi <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2009/09/pretty-face-aint-going-to-hell/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Pretty Face</span></a> ricorderanno il 50° anniversario dei Rolling Stones (1962-2012). Sarà sul palco anche la band dei <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/09/giuda-racey-roller-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Giuda</span></a>, da Roma, tra le sorprese piu interessanti del panorama rock&#8217;n'roll italiano dell&#8217;ultimo periodo. A completare il cartellone dj nazionali e internazionali&#8230; e probabilmente ancora una band straniera da annunciare.</p>
<p><strong>Che tipo di macchina organizzativa e sforzo comporta l&#8217;organizzazione di un evento simile? In breve: quanta gente ci lavora e come viene gestito il tutto? E soprattutto&#8230; chi ve lo fa fare? (Scherzo)<br />
</strong>Primavera Beat ha una macchina organizzativa di quattro persone e molti volontari in fase di promozione e di realizzazione. Il tutto parte praticamente il giorno dopo di ogni edizione del Festival, creando e progettando l&#8217;evento dell&#8217;anno successivo, pensando alle band, alla location, alla promozione, agli sponsor&#8230; perchè lo facciamo? Per cercare di tenere vivo lo spirito musicale e sociale degli anni Sessanta e per tenere viva l&#8217;aggregazione con lo strumento del concerto ad Alessandria.</p>
<p><strong>So che esiste un disco legato a Primavera Beat: di cosa si tratta e dove lo si può trovare?<br />
</strong><em>Primavera Beat &#8211; il disco</em> è stato presentato nell&#8217;edizione del 2011 e contiene le band che hanno partecipato alle prime quattro rassegne; è uscito in vinile, in 500 copie, e si puo richiedere all&#8217;organizzazione del Festival. Il disco è stato stampato per promuovere il festival e fra pochi giorni partirà una promozione sul web.</p>
<p><strong>Collegandomi a quanto detto un po&#8217; più sopra: vedo che è stata annunciata anche la partecipazione dei Giuda&#8230; ma i Giuda sono beat/garage? Io adoro i Giuda, però ti faccio questa domanda perché negli ultimi mesi ho visto più di una frecciata indirizzata ad alcuni festival sixties/beat/garage che venivano tacciati di chiamare band che con questi generi non hanno nulla a che vedere&#8230;<br />
</strong>Primavera Beat vuole essere un festival che propone band che abbiano lo spirito rock&#8217;n'roll; naturalmente tutto quello che è fedele anni Sessanta è quello che ne deriva. I Giuda, in questo senso, rappresentano un esempio proponendo un rock&#8217;n'roll anni Settanta che è ancora in odore Sixties e un anticipo di quello che sarebbe accaduto negli anni successivi.</p>
<p><strong>Alessandria nella prima metà degli anni Novanta è stata un centro pulsante per certa musica: al Subbuglio, al Guercio e al Palomar di Valenza sono passate band pazzesche, roba da infarto solo a ripensarci; mentre da qualche anno tutto è semplicemente morto, kaputt&#8230; l&#8217;esperimento di Primavera Beat come sta funzionando in un panorama che pare essersi disabituato a certa musica dal vivo?<br />
</strong>Ad Alessandria c&#8217;è stato un decennio, che possiamo definire tra il 1985 e il 1995, molto importante per la città e per tutto il nord Italia. La città era molto attiva con almeno tre luoghi che proponevano concerti, band in attività ed altre forme di espressione artistica. Quel periodo per me è stato molto formativo e credo che per motivi storici sia irripetibile; Primavera Beat è figlia di quel momento, perchè l&#8217;esperienza maturata in quella decade è stata importantissima, e spero che la manifestazione possa in qualche modo riportare quel periodo collaborando con le realtà locali esistenti.</p>
<p><strong>Come definiresti la scena sixties/garage/beat italiana in questo momento storico?<br />
</strong>Preferirei non rispondere&#8230; non seguo più, sono rimasto agli anni Novanta.</p>
<p><center><iframe width="480" height="274" src="http://www.youtube.com/embed/peeFWHbUrHc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Il modfather colpisce ancora</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 19:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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Antonio &#8220;Tony Face&#8221; Bacciocchi &#8211; Mod Generations (NdA Press,158 pag.)
&#8230;c&#8217;è che non avevo capito proprio nulla di questo libro, leggendo solo i comunicati e i lanci promozionali. Già, proprio così, e mi aspettavo (sbavante, a onor del vero) un volume in puro Tony Face style tutto sulla scena mod italiana, dagli albori ai nostri giorni.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/01/MOD-GENERATIONS.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2185" title="Senza titolo-3" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/01/MOD-GENERATIONS.jpg" alt="Senza titolo-3" width="300" height="300" /></a></p>
<p><strong>Antonio &#8220;Tony Face&#8221; Bacciocchi &#8211; Mod Generations (NdA Press,158 pag.)</strong></p>
<p>&#8230;c&#8217;è che non avevo capito proprio nulla di questo libro, leggendo solo i comunicati e i lanci promozionali. Già, proprio così, e mi aspettavo (sbavante, a onor del vero) un volume in puro Tony Face style tutto sulla scena mod italiana, dagli albori ai nostri giorni.<span id="more-2182"></span><br />
Non nascondo, quindi, di avere provato una certa delusione dopo averlo sfogliato e alla lettura delle prime pagine, perché non si tratta assolutamente di un documento simile (che secondo me Tony dovrebbe comunque scrivere: magari alla prossima botta&#8230;).</p>
<p>Superato l&#8217;impatto iniziale e resettate aspettative, idee e aspirazioni (mi ci sono voluti un paio di giorni), sono tornato con più calma e serenità sul volume che &#8211; preso nella sua reale natura &#8211; è in realtà tutt&#8217;altro che deludente. Anzi.</p>
<p>Mettiamola così: se mai vi è venuto in mente di diventare mod o credete di essere vicini a questa cultura, leggete bene <em>Mod Generations</em> (magari anche un paio di volte), perché è la vostra <em>Bibbia</em>, il vostro <em>Bignami</em>, la vostra Costituzione e la vostra <em>Divina Commedia</em> &#8211; tutto raccolto in un solo libro.<br />
Se invece &#8211; come il sottoscritto &#8211; siete semplicemente poco addentro al modism e magari avete sempre percepito una certa distanza dal fenomeno (lo confesso candidamente: io nel &#8211; supposto &#8211; match tra mod e <a href="http://www.gabrielelunati.com/index.php?tag=rock">rocker</a> ho sempre tifato rocker), questa è un&#8217;occasione d&#8217;oro per conoscere a fondo il vasto universo musicale, culturale, ideologico e attitudinale che il mod racchiude. Nonché per ricevere una bella lezione di storia delle culture giovanili degli ultimi 40 anni, fatta da uno che era ed è tutt&#8217;ora in prima linea.</p>
<p>Pensate a un dettagliato affresco sociologico, ma lontano mille anni luce dall&#8217;accademia, scritto con stile pulito, ritmato e rock&#8217;n'roll: ogni capitolo è come un lungo articolo che non sfigurerebbe su una bella rivista musicale  &#8211; di quelle come non se ne fanno più da anni e anni.<br />
Questo è, in effetti, il pregio più grande di <em>Mod Generations</em>: che è talmente scorrevole e piacevole da far davvero dimenticare qualsiasi tipo di pregiudizio &#8211; più o meno immotivato &#8211; verso un universo a tratti controverso e vagamente respingente come quello della mod culture (parlo, ovviamente, a titolo personale&#8230; probabile che il senso di &#8220;respingimento&#8221; sia dovuto solo al fatto che io sono sempre il solito cafone rockettaro che col parka o il vestito di sartoria si sentirebbe nudo&#8230; anzi vado subito a mettermi il chiodo che al solo pensiero mi è venuto un brivido gelido).</p>
<p>Un bel libro davvero, quindi. Documentato, preciso, puntuale, autorevole e non per questo difficile da approcciare. E scusate se è poco.</p>
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		<title>(Old?) Soul Rebel</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 17:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tony Face Big Roll Band &#8211; Old Soul Rebel (Area Pirata, 2009)

Chi è Tony &#8220;Face&#8221; Baciocchi immagino più o meno lo sappiano tutti (chi avesse bisogno di un ripasso vada a leggere qui, qui e qui: è tutta salute, garantito). Come si diceva tanti anni fa &#8211; grazie a qualche cacchio di pubblicità da Carosello &#8211; è un nome, un marchio, una garanzia. Di qualità ovviamente.
Ancora una volta, dunque, Tony finisce nelle maglie della rete di Area Pirata (il precedente episodio è la ristampa del 12&#8243; dei Not Moving Land ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2009/09/oldsoul.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1566" title="oldsoul" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2009/09/oldsoul.jpg" alt="oldsoul" width="300" height="300" /></a>Tony Face Big Roll Band &#8211; Old Soul Rebel (Area Pirata, 2009)<br />
</strong></p>
<p>Chi è Tony &#8220;Face&#8221; Baciocchi immagino più o meno lo sappiano tutti (chi avesse bisogno di un ripasso vada a leggere <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2007/10/antonio-tony-face-baciocchi-uscito-vivo-dagli-anni-80-nda-press-2007/">qui</a></strong>, <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2007/12/tony-face-the-modfather/">qui</a></strong> e <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2008/04/tony-face-2002/">qui</a></strong>: è tutta salute, garantito). Come si diceva tanti anni fa &#8211; grazie a qualche cacchio di pubblicità da Carosello &#8211; è un nome, un marchio, una garanzia. Di qualità ovviamente.<span id="more-1357"></span><br />
Ancora una volta, dunque, Tony finisce nelle maglie della rete di<strong> <a href="http://www.areapirata.com/">Area Pirata</a></strong> (il precedente episodio è la ristampa del 12&#8243; dei Not Moving <em>Land of Nothing</em> nel 2003: e per questo, lo ripeterò sempre, Area Pirata va semplicemente ascritta tra le entità superiori destinate a regnare sulla razza umana dopo l&#8217;Apocalisse). Ero davvero curioso di sentire, quindi, cosa caspita avevano combinato assieme.</p>
<p>Come dire&#8230; confesso che mi ci sono volute circa 48 ore per entrare nello spirito di questo cd. Io sono un po&#8217; de coccio a volte e ho i miei tempi; poi vedere che la tracklist è composta quasi esclusivamente da cover &#8211; diverse delle quali decisamente fuori dai ristretti confini delle mie conoscenze &#8211; non mi ha predisposto nel migliore dei modi. E sono partito con la mia sana dose di prevenzione a go-go.<br />
Ci sono voluti un paio di ascolti, un paio di Carlsberg e &#8211; onore e gloria a lui &#8211; l&#8217;incipit delle note di Luca Frazzi per &#8220;entrare&#8221; in <em>Old Soul Rebel</em>. E trovarlo un disco bello, pieno di significato e a tratti entusiasmante (se non commovente).</p>
<p>Perché questo cd è davvero una festa (cito Frazzi), in cui Tony Face è allo stesso tempo il festeggiato e il maestro di cerimonie che coordina una pletora di amici e musicisti nelle registrazioni (ci sono illustri signori che arrivano da Purple Hearts, Prisoners, Sick Rose, Long Tall Shorty, Kina, Statuto, Not Moving, etc etc etc&#8230; sembra una hall of fame).<br />
La celebrazione è almeno doppia: in primo luogo di una carriera lunga e ancora pulsante, fatta di passione, grande musica (pensate solo ai gruppi in cui Tony ha militato e non c&#8217;è bisogno di commentare oltre) e immensa onestà. In secondo luogo si tributano i giusti onori a mentori, ispiratori e &#8211; soprattutto &#8211; ad artisti che hanno consegnato alla musica veri capolavori di garage, soul, mod, northern soul, punk, blues, hardcore: senza fare differenze. E devo dire che uno degli episodi più toccanti è proprio la classica mosca bianca, una canzone che a leggerne il titolo sulla copertina del cd non capisci bene perché ci sia: &#8220;Visionary&#8221; degli Husker Du.<br />
La sincerità mi impone di dire che i momenti meno riusciti sono un pezzo dei Jam rivisitato in italiano, con testo ultra mod &#8211; di quelli ingenui molto pop anni Sessanta &#8211; ma un po&#8217; fuori metrica, e una cover di &#8220;These boots are made for walking&#8221; versione proto-electro-tribal-teatrale, troppo fuori registro rispetto a tutto il resto. E insomma&#8230; nell&#8217;economia di ben 17 tracce, direi che la media è altissima.</p>
<p>Un disco divertente e istruttivo, ma anche l&#8217;omaggio di un grande personaggio alle proprie radici. Certo, sono cose che si fanno a fine carriera queste, e invece il nostro Tony è ben lontano da quel momento&#8230; per cui aspettiamo un altro cd, l&#8217;anno prossimo, pieno di musica così. Che va bene.<a href="http://www.areapirata.com/"><br />
</a></p>
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		<title>Wayne Kramer &amp; Bellrays</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 13:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Live dei Bellrays col chitarrista degli MC5 Wayne Kramer. Enjoy
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Live dei <a href="http://www.youtube.com/watch?v=oCcXoESpK_4">Bellrays col chitarrista degli MC5 Wayne Kramer</a>. Enjoy</p>
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		<title>Duro, dolce e appiccicoso</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jul 2008 03:51:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Tedesco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Bellrays – Hard Sweet and Sticky (Anodyne, 2008)
E’ passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora bene il mio primo incontro con i Bellrays. Era l’inizio del nuovo millennio e incuriosito dal loro motto “Blues is the Teacher, Punk is the Preacher” mi ero procurato una copia di Grand Fury rimanendone subito entusiasta, neanche il tempo di cercare altri pezzi del loro catalogo e mi era capitata la ghiotta occasione di vederli dal vivo qui a Roma, all’Init.
Beh quel concerto fu una specie di folgorazione sulla via di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/bellrays-hard-swet-and-sticky.jpg" alt="bellrays-hard-swet-and-sticky.jpg" /><strong>The Bellrays – Hard Sweet and Sticky (Anodyne, 2008)</strong></p>
<p>E’ passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora bene il mio primo incontro con i <strong><a href="http://www.thebellrays.com">Bellrays</a></strong>. Era l’inizio del nuovo millennio e incuriosito dal loro motto “Blues is the Teacher, Punk is the Preacher” mi ero procurato una copia di <em>Grand Fury</em> rimanendone subito entusiasta, neanche il tempo di cercare altri pezzi del loro catalogo e mi era capitata la ghiotta occasione di vederli dal vivo qui a Roma, all’Init.<br />
Beh quel concerto fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco o quasi. Lisa Keukala, Bob Vennum e Tony Fate quella sera regalarono un set devastante spargendo sul pubblico romano schegge impazzite di rock, soul, blues, punk e dilazioni jazzy free-form sulla scia degi <strong><a href="http://www.mc5.org">MC5</a></strong> alla prese con <strong><a href="http://www.elrarecords.com">Sun Ra</a></strong>. Tutto era fuso assieme in modo talmente nuovo, ma anche naturale, come se il loro suono fosse sempre stato lì, come il fuoco che brucia sotto la cenere.<br />
Su tutto, a svettare altissima, la voce soulful e meravigliosa di Lisa, talmente calda da far sciogliere anche un ghiacciaio.</p>
<p>All’epoca la cosa che mi stupì fu l’estrema spontaneità della band. Non appena finito il concerto e scesi dal palco, i nostri passarono la serata al loro stand del merchandising a scambiare due chiacchiere con il pubblico, a firmare dischi e autografi (conservo ancora gelosamente la mia copia firmata di <em>Warhead/Swinging the Blade</em>).<br />
Un’attitudine totalmente working-class e che riportava dritta all’etica punk, che mi ha fatto sempre pensare a loro come ad una delle poche band realmente autentiche in giro, di quelle che hanno suonato in ogni tipo di situazione, fatto la loro brava gavetta a forza di sangue e sudore e ne sono usciti intatti.</p>
<p>Ora, a distanza di anni e in uno scenario musicale totalmente mutato (dove spesso è l’hype a farla da padrone a scapito della qualità), esce questo <em>Hard Sweet and Sticky</em>. Nel frattempo si è anche perso per strada il talentuosissimo Tony Fate alla sei corde.<br />
A scanso di equivoci, non si tratta di un album che riscriverà la storia del rock e neanche &#8211; forse &#8211; il loro migliore in senso stretto: è, piuttosto, un disco solido e ben fatto. I suoni, certo, si sono un po’ addomesticati rispetto agli esordi.<br />
L’opener “The Same Way”, dopo un’intro e un finale quasi Who, diventa un dei pezzi più pop della produzione del gruppo (non che sia un male); quando la band tira di più &#8211; come in “One Big Party” o nel singolo “Infection” &#8211; a prendere il sopravvento sono i riff tondi e squadrati di scuola hard-detroitiana, piuttosto che le sfuriate punk di un tempo.</p>
<p>Più in generale sembra che quest’album trovi la forza e i suoi spunti migliori nei brani più morbidi, quelli dove Lisa Keukala può andare a briglia sciolta senza preoccuparsi di essere una specie di Aretha Franklin virata MC5.<br />
Non è un caso, quindi, che “Footprints on the Water” con il suo andamento sinuoso, la jazzy “Blue Against Sky”, la sensuale e riverberata “The Fire Next Time” e la splendida ballata soul-noir “Wedding Bells” (che sembra la colonna sonora ideale per un racconto di James Ellroy) siano i momenti più alti di un disco che comunque tende a crescere esponenzialmente con il tempo e gli ascolti.</p>
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		<title>Funk it up, Jamie!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 02:20:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Georgia Castellani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jamie Lidell &#8211; Jim (Warp, 2008) 
Questo è veramente un bell&#8217;album, fresco e divertente. L&#8217;avventura di Jamie Lidell comincia nel 1999 con una collaborazione col noto produttore Cristian Vogel. Il duo si incarna così in un progetto chiamato Super Collider dal quale nasce l&#8217;album Head On.
Dopo questa esperienza, Jamie comincia a lavorare ad un album solista, Muddlin Gear, che uscirà per la  Warp nel 2000. Cinque anni dopo è la volta di Multiply al quale fa seguire, nel 2008, Jim.
La voglia di cambiare certo non manca, ma la voce ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/medium_warpcd160.jpg" alt="medium_warpcd160.jpg" /><strong>Jamie Lidell &#8211; Jim (Warp, 2008) </strong></p>
<p>Questo è veramente un bell&#8217;album, fresco e divertente. L&#8217;avventura di <strong><a href="http://www.jamielidell.com">Jamie Lidell</a></strong> comincia nel 1999 con una collaborazione col noto produttore <strong><a href="http://www.no-future.com/vogel_microsite">Cristian Vogel</a></strong>. Il duo si incarna così in un progetto chiamato Super Collider dal quale nasce l&#8217;album <em>Head On</em>.<br />
Dopo questa esperienza, Jamie comincia a lavorare ad un album solista, <em>Muddlin Gear</em>, che uscirà per la  <strong><a href="http://www.warprecords.com">Warp</a></strong> nel 2000. Cinque anni dopo è la volta di <em>Multiply</em> al quale fa seguire, nel 2008, <em>Jim</em>.</p>
<p>La voglia di cambiare certo non manca, ma la voce soulful rimane un punto fermo attorno a cui ruota tutta la sua produzione. Questa volta Jamie dà libero sfogo alle proprie radici in un prodotto che, dal punto di vista del ritmo e dell&#8217;anima, non ha molto da invidiare al soul delle origini. &#8220;Another Day&#8221; è un gran pezzo: lo stile è quello di uno Stevie Wonder degli anni ruggenti. Jamie è bianco, e anche inglese, ma nel suo cuore batte un&#8217;ancestrale anima nera.</p>
<p>Se vogliamo, l&#8217;album potrebbe essere diviso in due parti: la prima più prettamente soul, come rivelano pezzi del calibro di &#8220;Wait For Me&#8221;, &#8220;Out Of My System&#8221; e &#8220;All I Wanna Do&#8221;. Nella seconda, invece, Jamie non riesce a trattenere il funk che gli scorre nelle vene, confezionando brani dai ritmi leggermente più moderni (come &#8220;Figured Me Out&#8221;), ma sempre filologicamente corretti e coerenti. &#8220;Hurricane&#8221; è veramente un ciclone alla James Brown, così come &#8220;Where d&#8217; you Go&#8221;.</p>
<p><em>Jim</em> si conclude con il dolce congedo di &#8220;Rope of Sand&#8221;&#8230; e il cd continua a girare nello stereo, perché, come accade per tutti i lavori fatti col cuore, ascoltarlo una volta sola non basta!</p>
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		<title>Black Keys: all&#8217;attacco&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 02:25:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Tedesco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Black Keys &#8211;  Attack &#38; Release (2008, V2)
A due di distanza dal loro ultimo &#8211; peraltro ottimo &#8211; album Magic Potion, il duo di Akron (Ohio) torna in pista giocando il jolly a sorpresa. Per Attack &#38; Release, infatti, per la prima volta Patrick Carney e Dan Auerbach si affidano a un produttore e lo fanno scegliendo nientemeno che Brian Burton aka Danger Mouse (Gorillaz, Gnarls Barkley). Un’unione insolita nata per mano di Danger Mouse stesso che aveva chiesto espressamente al duo di comporre dei pezzi per il ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/black-keys-attack-and-release.jpg" alt="black-keys-attack-and-release.jpg" /><strong>The Black Keys &#8211;  Attack &amp; Release (2008, V2)</strong></p>
<p>A due di distanza dal loro ultimo &#8211; peraltro ottimo &#8211; album <em>Magic Potion</em>, il duo di Akron (Ohio) torna in pista giocando il jolly a sorpresa. Per <em>Attack &amp; Release</em>, infatti, per la prima volta Patrick Carney e Dan Auerbach si affidano a un produttore e lo fanno scegliendo nientemeno che Brian Burton aka <strong><a href="http://www.dangermousesite.com">Danger Mouse</a></strong> (Gorillaz, Gnarls Barkley). Un’unione insolita nata per mano di Danger Mouse stesso che aveva chiesto espressamente al duo di comporre dei pezzi per il nuovo album di <strong><a href="http://www.iketurner.com">Ike Turner</a></strong>.<br />
Saltato il progetto per ovvi motivi (Ike r.i.p.), lo strano trio ha continuato a lavorare a quello che è sicuramente un album diverso da ciò a cui ci aveva abituato il duo della rubber city. Un disco che mostra un deciso passo verso nuovi lidi, evitando così un possibile precoce inaridimento della vena compositiva dei nostri.</p>
<p>A essere sincero il mio primo impatto con l’album non è stato dei migliori: era proprio la        produzione di Danger Mouse, che mi sembrava un po’ sfocata, la causa principale dei miei dubbi. Che sono poi scomparsi ascolto dopo ascolto: poco a poco il disco ha cominciato a crescere e ora gira nel mio lettore che è un piacere.<br />
Gli stampi della fabbrica, sia ben chiaro, non sono certo stati accantonati, ma molta carne è stata aggiunta al fuoco. Se il blues iperamplificato in salsa Zeppelin di &#8220;I Got Mine&#8221; rappresenta la continuità con il passato, le ballate drammatiche ammantate di riverbero (&#8220;Lies&#8221;), i groove r&amp;b (&#8220;Same Old Thing&#8221;, con tanto di flauto), i sapori country e i piccoli accenni di elettronica costruiscono un più che robusto ponte verso il futuro.<br />
I <strong><a href="http://www.theblackkeys.com">Black Keys</a></strong> decidono anche di offrire due esecuzioni dello stesso pezzo (&#8220;Remember When&#8221; in versione &#8220;side A&#8221; e &#8220;side B&#8221;): una in chiave soul-malinconica, per un risultato molto suggestiva,  l&#8217;altra  è un selvaggio standard garage-rock&#8230; si capisce che la voglia di giocare con la musica per stupire e stupirsi è rimasta intatta, e che il gruppo può ormai decidere di manipolare la propria musica a piacere, suonando sempre e comunque personale.</p>
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		<title>100 giorni e 100 notti con Sharon Jones</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2008 02:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pasquarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sharon Jones &#38; The Dap-Kings &#8211; 100 Days &#38; 100 Nights, Daptone Records 2007 
E&#8217; incredibile come la musica nera trovi sempre il modo di affascinare e appagare: da quasi un secolo, ormai, gli afroamericani inventano e reinventano se stessi ed è impossibile stare fermi, qualsiasi cosa tirino fuori dal cilindro, dal pre-war blues alle tendenze moderne.
Se, da una parte, il soul trova raffinate forme “nu” (se siete blackmilkers di ampie vedute provate ad ascoltare il nuovo di Erykah Badu, ad esempio), dall&#8217;altra cresce forte e vigorosa la corrente che ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/sharonjonescd.jpg" alt="sharonjonescd.jpg" /><strong>Sharon Jones &amp; The Dap-Kings &#8211; 100 Days &amp; 100 Nights, Daptone Records 2007 </strong></p>
<p>E&#8217; incredibile come la musica nera trovi sempre il modo di affascinare e appagare: da quasi un secolo, ormai, gli afroamericani inventano e reinventano se stessi ed è impossibile stare fermi, qualsiasi cosa tirino fuori dal cilindro, dal pre-war blues alle tendenze moderne.</p>
<p>Se, da una parte, il soul trova raffinate forme “nu” (se siete blackmilkers di ampie vedute provate ad ascoltare il nuovo di <strong><a href="http://www.erykahbadu.com">Erykah Badu</a></strong>, ad esempio), dall&#8217;altra cresce forte e vigorosa la corrente che ritrova e rinnova il suono original.<br />
<strong><a href="http://www.myspace.com/sharonjonesandthedapkings"> Sharon Jones</a></strong> è una pedina cardine di quest&#8217;ultimo modo di fare soul e alla sua corte ci sono i Dap Kings, una band che più original non si può. Il disco in questione è talmente perfetto e preciso da lasciare senza parole. Non c&#8217;è una virgola fuori posto, la potente voce della Jones non è mai sopra le righe (e, con un&#8217;ugola così, sarebbe facile ricevere consensi solo salendo con le ottave), la misura è il puro stile.</p>
<p>La Jones dondola tra le battute degli uptempo arrivando sempre puntualissima, sotto i Dap Kings distillano quanto di più preciso si possa chiedere: tutto è perfetto, come scendere in pista da ballo con un un <strong><a href="http://www.myspace.com/acefaceclothingcompany">tonic suit</a></strong> tagliato su misura. Il contenuto di <em>100 Days &amp; 100 Nights</em> è un soul pieno, di marca 1965-66, fortemente legato al R&amp;B. La mezz&#8217;ora della sua durata si divide tra brani veloci (come “Something&#8217;s Changed”, “Tell Me” o “Keep on Looking”), stomper (“Be Easy”, “Answer Me”) e slow sanguigni e sensuali (“When the Other Foot Drops, Uncle”, “Humble Me”). Qualcuno potrebbe sfoderare il termine “derivativo”, ma è destinato a essere messo a tacere dalla realtà. Perché questo disco appartiene al passato: il fatto che sia uscito nel 2007 è totalmente casuale. Puro latte nero dalla superficie vellutata.</p>
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		<title>Dexateens</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Apr 2008 03:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Pasquarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa scrissi una buona recensione per il nuovo album dei Dexateens, formazione americana proveniente dal polveroso stato dell&#8217;Alabama. La particolarità del loro ultimo lavoro Lost And Found, oltre alla distribuzione gratuita via Internet, è un ritorno ai suoni tradizionali dell&#8217;America rurale: il country, il blues e il soul.
In precedenza i Dexateens hanno dimostrato di saper spostare tutti a destra i potenziometri dei loro amplificatori valvolari: con  i loro lavori Hardwire Healing (2007, Skybucket Records) e Red Dust Rising (2005, Estrus Records), il canovaccio southern rock è stato ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/dexabass.jpg" alt="dexabass.jpg" />Qualche tempo fa scrissi una buona <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/the-dexateens-%e2%80%9clost-and-found%e2%80%9d-free-download-skybucket-records-2008.html">recensione per il nuovo album dei Dexateens</a></strong>, formazione americana proveniente dal polveroso stato dell&#8217;Alabama. La particolarità del loro ultimo lavoro <em>Lost And Found</em>, oltre alla distribuzione gratuita via Internet, è un ritorno ai suoni tradizionali dell&#8217;America rurale: il country, il blues e il soul.<br />
In precedenza i Dexateens hanno dimostrato di saper spostare tutti a destra i potenziometri dei loro amplificatori valvolari: con  i loro lavori <em>Hardwire Healing</em> (2007, Skybucket Records) e <em>Red Dust Rising</em> (2005, Estrus Records), il canovaccio southern rock è stato ampiamente vitaminizzato con generose dosi di garage e punk rock. Ora, con una storia ormai decennale alle spalle, Matt Patton (che dei Dexateens è il bassista) ci racconta come il ritorno alle radici sia stato naturale e sentito.</p>
<p><strong>Ciao Matt, e benvenuto su Black Milk. Il vostro nuovo album suona davvero fresco e fa risaltare una grande cura nella composizione delle canzoni, stavolta più tradizionali&#8230; potresti raccontarmi il percorso che vi ha portato a <em>Lost And Found</em>?<br />
</strong>Penso che la scrittura sia tornato poco alla volta verso il tipo di musica con cui siamo effettivamente cresciuti. La nostra è stata una dieta costante a base di vecchio country, gospel e altre forme di folk e roots music. Ci siamo invaghiti del punk da ragazzi, attorno ai vent&#8217;anni, e si sente nei nostri primi dischi, credo. Ma siamo tutti un po&#8217; tornati indietro, negli ultimi anni, riscoprendo la musica della nostra infanzia.</p>
<p><strong>Ogni singola canzone su <em>Lost And Found</em> suona davvero calda; l&#8217;album ha un&#8217;atmosfera rilassata e sembra davvero che la band stia suonando lì, con noi, nella stanza&#8230; come avete lavorato in studio?<br />
</strong>John Smith ha scritto tutte le canzoni. Lui ha la capacità di esprimere concetti semplici, cose che toccano il cuore. Questo non significa che non sia in grado di scrivere pezzi più selvaggi, ma le sue canzoni in generale tendono ad avere un certo calore. Se aggiungi questa cosa al fatto che le registrazioni sono state fatte in presa diretta su nastro, capirai perchè hai avuto questa sensazione.</p>
<p><strong> &#8230;e cosa ci dici riguardo la decisione di rilasciare gratuitamente l&#8217;album su Internet? La rete vi ha aiutato molto in questi ultimi anni?<br />
</strong>Avevamo bisogno di un&#8217;uscita veloce per far fronte a una serie di impegni che ci siamo trovati a dover onorare. Siamo appena tornati dalla South by Southwest Music Conference ad Austin, Texas. Stiamo pianificando un tour degli States in maggio, di spalla ai Drive By Truckers. E&#8217; sempre meglio avere un&#8217;uscita da promuovere per fare delle date dal vivo, e queste date si avvicinavano velocemente: il modo più rapido per pubblicare il disco, quindi, è stato quello di metterlo a disposizione gratuitamente.  Non è neanche male che questo sia una sorta di &#8220;trend&#8221; che coinvolge band grandi come i Radiohead, ma anche altri gruppi provenienti dall&#8217;Alabama, come i Galapagos.</p>
<p><strong>Com&#8217;è stato suonare al SXSW festival? Cosa pensi di tutto il carrozzone dietro a questo evento?<br />
</strong>E&#8217; facile essere fagocitati da un evento come SXSW, perché c&#8217;è un enorme numero di band che suona. Ho partecipato con diversi gruppi, negli anni, a quel festival. La prima volta andai con la band dei miei vicini, la T-minus Band. Ci accettarono e fu una grande sorpresa: non avevamo etichetta, nè dischi fuori. Siamo stati abbastanza fortunati da avere un discreto pubblico davanti a noi. Ce la siamo vissuta più come una vacanza. Per tornare all&#8217;argomento di prima, penso che la distribuzione gratuita del disco <em>Lost And Found</em> ci abbia aiutato ad avere un po&#8217; più di attenzione per l&#8217;occasione.</p>
<p><strong>I Dexateens sono insieme dal 1998&#8230; come ti sembra essere in una band da così tanto tempo? Come ti sei visto cambiare? E come hai visto il resto dei ragazzi crescere durante tutto questo tempo?<br />
</strong>Le cose sono cambiate in molti modi. Il gruppo si è formato attorno ad un gruppo di amici all&#8217;Università dell&#8217;Alabama: puoi immaginare quanto fosse tutto spensierato allora. Sei giovane e fuori di casa per la prima volta. Eravamo un disastro. I nostri show duravano meno di 20 minuti ed eravamo meravigliosamente distruttivi e selvaggi. Ora siamo tutti separati da almeno 50 miglia di strada. John Smith vive a Yellow Springs, Ohio. E&#8217; sposato ed è impegnato nel dipartimento d&#8217;arte di una piccola scuola privata lì. Elliott McPherson ha la sua famiglia e il suo lavoro di costruttore di mobili. Nikalous Mimikakis è entrato più tardi nella band: ristruttura case ed è un promettente impresario a Birmingham. Io ho aiutato mio padre con la sua attività di rilevamenti topografici negli ultimi due anni. Brian Gosdin è l&#8217;ultimo arrivato nella nostra famiglia: è il più giovane dei Dexateens. Ha un figlio piccolo e gestisce un famoso rock&#8217;n'roll bar, The Nick, a Birmingham.</p>
<p><strong>Questa è una domanda personale, per te&#8230; sei stato abbastanza fortunato da suonare con delle autentiche leggende viventi della musica nera americana, come Paul Wine Jones e Ralph &#8220;Soul&#8221; Jackson&#8230; qual è il voodoo incarnato in questi personaggi? Come riescono ad essere così intensi e magnetici?<br />
</strong>Ecco, non voglio distruggere nessun mito con questa risposta. Questi personaggi sono unici e tremendamente speciali nel posto dove vivo e, giustamente, tu li vedi come personaggi mitici. Ma io penso che il loro vero genio sia il saper controllare una band. A me piace far casino quando sono su un palco, mi piace attirare l&#8217;attenzione: ma gente come Paul e Ralph ti fa capire chi è la vera star. Se provi a rubar loro la scena non duri. Ho suonato con Paul Jones durante gli ultimi anni della sua vita: non si ricordava il mio nome la prima volta che suonai con lui. Dopo due o tre anni siamo diventati una specie di famiglia. Sono persone grandiose e ti fanno capire chi comanda sul palco.</p>
<p><strong>Avete un tour coi Drive By Truckers il mese prossimo e un album che non ha confini, libero nella rete&#8230; cosa vogliono i Dexateens a questo punto?<br />
</strong>Continueremo a fare dischi. Questo è sicuro. Le offerte per i tour continuano ad arrivare e se sono buone faremo il possibile per accettarle. Ma lo studio è diventato il nostro ambiente più congeniale. Vogliamo fare un disco diverso in ogni occasione. Se pensi che siamo diventati un po&#8217; più morbidi&#8230; aspetta. Faremo qualcosa di nuovo presto.<br />
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