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	<title>Black Milk Magazine &#187; pop</title>
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		<title>Tarantole &amp; filtrini</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 05:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo-fi, garage, pop, weird folk; Re Tarantola ed Emma Filtrino sono in due e hanno lo scazzo generazionale nel sangue]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/tarantola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10559" title="tarantola" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/tarantola.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il Re Tarantola ed Emma Filtrino – <em>Il nostro amore sa di tabacco</em> (Kandisky Records, 2011)</strong></p>
<p>Duo bresciano al secondo disco, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/ilretarantola" target="_blank">Il Re Tarantola ed Emma Filtrino</a></span> (ovvero Manuel Bonzi e Emma Ducoli) mettono sul piatto una proposta vivace e fresca, volutamente lo-fi e “sgangherata”, come tengono a precisare loro.<br />
Viene in mente la generazione di <em>slacker</em> cantata da Beck, Pavement e Guided By Voices negli anni Novanta e raccontata da Douglas Coupland in <em>Generazione X</em>: scazzo a profusione, elogio dell&#8217;approssimazione (&#8220;Abitiamo in una casa fredda, non sappiamo cucinare/Siamo lontani dalla perfezione, ma cerchiamo di stare allegri&#8221;, cantano nella title track) che traveste un lucido sarcasmo niente affatto banale. Raramente infatti capita di ascoltare nel nostro Paese liriche che abbinano semplicità e riflessioni pungenti sul vivere quotidiano dei trentenni o giù di lì senza essere presuntuose e saccenti, difetto che invece è ben presente in molti cosiddetti cantautori della scena nazionale.</p>
<p>Non si prendono particolarmente sul serio, si/ci pigliano pure un po&#8217; per il culo, risultando indubbiamente simpatici: come non sorridere di fronte  all&#8217;autoanalisi spietata dei sogni infranti e della conseguente ammissione delle proprie incapacità in &#8220;I Love You Maddalena&#8221;, o della stortissima descrizione di come ci si deve stupidamente comportare alle feste comandate in &#8220;Fiesta&#8221;?</p>
<p>Il punto forte del Re Tarantola sta proprio nella capacità di coniugare leggerezza nell&#8217;esposizione a un&#8217;osservazione centratissima del mondo giovanile contemporaneo: &#8220;Qualcuno dice che dovrei studiare, qualcun&#8217;altro di andare a lavorare/Non sono nato per far ciò, propendo di star fermo sul divano/ Sto degenerando, sorrido e mi compiaccio, sto degenerando nel mio sguardo vuoto&#8221;, tre semplici versi che dicono più di qualsiasi articolo di un qualsiasi sociologo.</p>
<p>Musicalmente il duo si pone a metà strada tra un&#8217;attitudine garage-scassona, ma che fa l&#8217;occhiolino al pop, e il weird folk stralunato del primo Bugo, quello di <em>Sentimento westernato</em> – non quella triste macchietta in mano ai discografici che è diventato oggi – con i due picchi rappresentati dalla già citata &#8220;Fiesta&#8221; e la conclusiva &#8220;27 anni&#8221;, sghembissime folk songs zoppe e ubriache.</p>
<p>L&#8217;unica nota stonata è il suono della chitarra, veramente troppo pulito per il genere proposto: l&#8217;avrei resa più sporca e zozzona. Ma qui a Black Milk siamo tutti dei porcelloni, si sa.</p>
<p><center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/U1D2T6_UXX8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Bacon &amp; pancake</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 06:53:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[John Wesley Coleman vs Followed By Static: splittone 12" che vi regalerà un bell'ascolto. Se ancora avete voglia di sentire bei dischi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/WOT-001.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9140" title="WOT-001" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/WOT-001.jpg" alt="" width="580" height="290" /></a>John Wesley Coleman / Followed By Static &#8211; split 12&#8243; (Way Out There, 2011)</strong></p>
<p>Questo bel 12&#8243; split è una Polaroid fresca e ancora da asciugare completamente &#8211; sapete quando uscivano dalla macchinetta e non dovevi metterci le dita sopra se no si rovinava la foto? &#8211; di due realtà pulsanti from Austin, Texas.<br />
E iniziamo già piuttosto bene, se pensiamo che Austin da decenni regala cosette che definire belle è quasi una bestemmia (oltre a essere, nel mio personalissimo immaginario, il posto da cui provengono 13th Floor Elevators e Big Boys, dove nei miei sogni tutti sono come Roky Erickson e Tim Kerr, anche il gelataio e il panettiere).</p>
<p><a href="http://johnwesleycoleman.blogspot.com/" target="_self"><span style="text-decoration: underline;">John Wesley Coleman III</span></a> è anche un membro dei <a href="http://www.myspace.com/thegoldenboys" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Golden Boys</span></a> &#8211; una di quelle band che solo la Goner può scovare e produrre &#8211; ma qui lo troviamo in veste solista (o comunque in veste di protagonista). Il suo lato è intitolato <em>Personality Pancake</em> e ci scarica nei padiglioni auricolari quattro brani di lo-fi (molto lo-fi) garage pop rock&#8217;n'roll roots stralunato, con echi dei Replacements, ma anche dei Pavement. Roba immediata e bizzarra al tempo stesso, genialoide ma semplice&#8230; l&#8217;attitudine è scazzatissima, tipo &#8220;Si suona e quel che succede succede&#8221;, fatto che contribuisce a creare un&#8217;aura ancora più fascinosa. Niente è perfetto e studiato, tutto è spontaneo e serendipico (non ci posso credere che ho usato &#8220;serendipico&#8221; in una recensione: forse è ora di smettere e chiudere &#8216;sto cazzo di Black Milk). Grande.</p>
<p>I <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/followedbystatic" target="_blank">Followed By Static</a></span> occupano l&#8217;altro lato (intitolato <em>Bacon Bear</em>) con quattro brani di rock underground sanguigno e striato di varie influenze, che vanno dalla tradizione roots rock statunitense (&#8220;Cop Gloves&#8221;), al protogrunge più arrapante (&#8220;Trash 2011&#8243;), al punk un po&#8217; garage e pop (&#8220;Bacon Bear&#8221;), al noise rock ante litteram dei Velvet Underground elettrici&#8230; insomma c&#8217;è un po&#8217; di tutto, come un bel frullatone di Optalidon, Metadone, Bardolino e cannella. Probabilmente rimarranno un tesoro conosciuto solo da pochi. Ma forse è un bene. Le cose belle quando finiscono in mano a troppe persone si rovinano.</p>
<p>Il disco esce per la <a href="http://wayoutthererecords.blogspot.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Way Out There Records</span></a>; onestamente il <em>namedropping</em> mi infastidisce un po&#8217;, ma non posso non segnalarvi che si tratta della nuova label di Astrid (Miss Chain &amp; The Broken Heels) e Alberto (<a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/09/il-buio-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Il Buio</span></a>). Ne sono state stampate solo 500 copie e 150 sono in vinile colorato, per cui se siete fortunati vi beccate anche la chicca.</p>
<p><center><iframe width="480" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/PRYjNOCW22U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Illuminalismo</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/07/luminal-io-non-credo-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 08:28:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rock'n'roll, post punk, canzone d'autore, indie rock, pop e new wave all'amatriciana... ossia i Luminal]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/lumin.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8727" title="lumin" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/lumin.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Luminal &#8211; Io non credo (Blackfading/Action Directe/New Model Label)</strong></p>
<p>Uhm. Si leggono meraviglie, in giro, di questi <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.luminalband.it">Luminal</a></span>. Per descriverli &#8211; e osannarli &#8211; si usano definizioni che spaziano dal rock&#8217;n'roll al post punk, dalla canzone d&#8217;autore all&#8217;indie rock. E in effetti il loro sound è un mix di tutte queste componenti, a cui aggiungerei una certa sensibilità pop (per quanto mi concerne fin troppo marcata, ma son gusti personali) e una bella botta di new wave all&#8217;amatriciana.</p>
<p>Il risultato è un dischetto che al terzo o quarto ascolto inizia a far girare le rotelle (non nascondo che i primi due tentativi sono andati tremendamente male, complice forse il malumore e la mia naturale propensione a sonorità molto più ruvide).<br />
Certo è molto italiano, è molto melodico, è rock&#8217;n'roll patinato da copertina di magazine che puoi comprare all&#8217;autogrill (non facciamo nomi, via) ed è incontrovertibilmente derivativo; ma ha anche un bel modo di presentarsi, oltre al pregio di recuperare a tratti un sound che non è più di moda o mainstream da tempo, per cui l&#8217;effetto è fresco e gradevole. Poi ci sono i testi, che &#8211; deo gratias &#8211; sono piuttosto profondi e non sconfinano nel nonsense finto-autoriale, ma neppure nella leggerezza al gusto Big Babol.</p>
<p>Detto questo, però, ribadiamo il concetto: questo è rock&#8217;n'roll da stampa istituzionale. Nulla di male, per carità, ma la linea è spessa e pesante: da una parte c&#8217;è l&#8217;underground sanguigno e oscuro; dall&#8217;altra band come i Luminal, che ci provano (e a ragione), ma si lucidano, arrangiano, producono e forniscono una versione del rock&#8217;n'roll che è lontana da quella che qui nelle catacombe di Black Milk va per la maggiore. E&#8217; un po&#8217; la differenza che potreste trovare tra i Quattro salti in padella e lo stesso piatto cucinato da voi con ingredienti colti dal vostro orto o da quello dei vostri amici; le buste Findus sono anche buone, ma i due piatti sono solo lontanamente accostabili.</p>
<p>PS: Sono prodotti da Santini dei Disciplinatha.</p>
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		<title>Il (nuovo) paisley underground made in Brescia</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/06/saint-in-a-row-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 18:46:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Saint In A Row: pop rock colto, per palati fini, per gente che investe del tempo negli ascolti.  Un album molto intenso eppure “leggero”, con arrangiamenti equilibrati, gonfio di nostalgiche ballate rock con richiami al lato “emozionale” del paisley underground e ai Big Star]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/06/cover-Saint-In-A-Row.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8449" title="cover Saint In A Row" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/06/cover-Saint-In-A-Row.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Saint In A Row – s/t (Foolica, 2011)<br />
</strong><br />
In Italia nascono pochi grandi “scrittori” di canzoni rock in lingua inglese, o songwriter che dir si voglia. Siamo onesti, non è cosa nostra. Alcuni emulano bene, a volte benissimo, si impegnano dandoci dentro come dannati, ma mediamente il risultato è quello che è. Tra le nuove leve i bresciani Record’s (da poco accorciatisi in R’s in seguito al passaggio all’etichetta americana Nat Geo Music, divisione musicale del National Geographic) stanno una spanna sopra la media e il merito maggiore va ascritto al cantante-chitarrista Pierluigi Ballarin, senza nulla togliere ai due gagliardi compagni di merenda.<br />
<a href="http://www.loudvision.it/musica-dischi-saint-in-a-row-saint-in-a-row--5083.html"><span style="text-decoration: underline;">Saint In A Row</span></a> è il “suo” progetto parallelo, non fosse altro perché ha firmato tutte le 8 canzoni presenti in questo album omonimo. In realtà si tratta di un supergruppo in piena regola, nato all’interno del Tup Studio di Brescia nel quale il Ballarin lavora spesso e (immagino anche) volentieri. Con lui quella vecchia volpe di Giovanni Ferrario agli arrangiamenti, pre-produzione, parti elettroniche, basso e chitarra elettrica. Completano l’ensemble Fabio Dondelli degli Annie Hall a cui è affidata la parte acustica della faccenda (chitarra acustica, banjo e ukulele), Michele Marelli degli Ovlov alla batteria e Stefano Moretti del duo electro Pink Holy Days che si è occupato della “fotografia” (!) e di fare il lavoro sporco del fonico in studio.</p>
<p>Fatte le dovute presentazioni dinanzi a un progetto così articolato e “profondo”, passiamo alla musica che, lo dico subito, è tutt’altro che immediata. Sostanzialmente si tratta di un album di pop-rock colto, per palati fini, per gente che investe del tempo negli ascolti. Un album molto intenso eppure “leggero”, con arrangiamenti equilibrati, gonfio di nostalgiche ballate rock che hanno fatto restringere la bocca del mio stomaco riportandomi a quando al buio della mia stanzetta da teenager mi scioglievo dietro al lato “emozionale” del paisley underground e ai Big Star.</p>
<p>La voce di Ballarin fa venire i brividi a chi, come me, ha amato e continua ad amare Steve Wynn, questo è quanto. Il pezzo che apre le danze, “Wires”, ricorda piacevolmente anche certe atmosfere degli australiani The Church, troppo presto dimenticati dalle nostre parti. Il pezzo che le chiude (le danze) vola soave sulle braccia di Morrissey quando se le stringeva al petto e dondolava quel suo ciuffo che molti di noi invidiavano segretamente.<br />
Oltre alla portentosa musica da penombra, un altro ottimo motivo per portarsi a casa questo album è che è uscito in vinile con dentro il cd in una bella bustina cartonata a mo’ di 45 giri.</p>
<p><center><iframe width="500" height="314" src="http://www.youtube.com/embed/UCBvTSW0kgY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Ebbene sì, maledetto Carter!</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 16:28:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Misteriosi, italiani, psichedelici e pop: Pip Carter Lighter Maker]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/pipcarter.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7481" title="pipcarter" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/pipcarter.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Pip Carter Lighter Maker &#8211; <em>Western Civilization</em> (autoprodotto, 200?)<br />
</strong><strong>Pip Carter Lighter Maker &#8211; <em>TheNightmareBeforeTheDayAfter</em> (autoprodotto, 200?)<br />
</strong><strong>Pip Carter Lighter Maker &#8211; <em>Candy ep</em> (autoprodotto, 200?)<br />
</strong><strong>Pip Carter Lighter Maker &#8211; <em><em>s/t</em></em> (autoprodotto, 2008)</strong></p>
<p>Sorpresa. Chi sono questi <a href="http://www.myspace.com/pipcarterpsychedelic"><span style="text-decoration: underline;">Pip Carter Lighter Maker</span></a>? Onestamente non saprei rispondere nemmeno dopo averli ascoltati e avere cercato un po&#8217; in Rete &#8211; sono italiani, forse modenesi, si sono formati 5-6 anni fa. Quello che so, invece, è che questi tizi si sono autoprodotti un tot di cd (autoproduzione hard, ma di classe: non i cd-r della Verbatim a 10 euro al pacco, con le copertine fotocopiate; ma neppure i cd stampati in fabbrica e tipografia&#8230; quella via di mezzo un po&#8217; bohemienne e stilosa dei cd-r con le copertine stampate col computer su cartone pesante e i cd-r masterizzati, ma con la stampa sul dorso), questi tizi sanno il fatto loro e questi tizi sembrano una band anglosassone in odore di botto, pur non essendo affatto anglosassoni.</p>
<p>La parola d&#8217;ordine è psichedelia &#8211; in particolare nei due cd che più mi sono piaciuti nel lotto, ovvero <em>Western Civilization</em> e l&#8217;omonimo <em>Pip Carter Lighter Maker</em> &#8211; ma l&#8217;anima della band è anche fortemente pop. Attenzione, però&#8230; parliamo del pop Sixties, quello raffinatamente artigianale, quella forma d&#8217;arte che ha plasmato (non dimentichiamolo) le prime leve del punk rock settantasettino e le vecchie guardie del garage rock.<br />
Forse sarò banale, ma ascoltando i due cd di cui sopra ho pensato ai Pink Floyd, a Syd Barrett e ai Velvet Underground, il tutto un po&#8217; più ripulito e laccato, con una punta di modernità britpop (che emerge prepotentemente &#8211; rendendo un filo più commerciale il sound &#8211; in <em>TheNightmareBeforeTheDayAfter</em> e nell&#8217;ep <em>Candy</em>). Per fare un discorso più generale, pensate ai Brian Jonestown Massacre in trip più barrettiano/beatlesiano e con un&#8217;aura meno tossica, sporca e nichilista. Anzi, diciamo pure che nel suo essere psichedelica, la musica dei PCLM è molto solare e rimanda a immagini di giornate passate a rosolare al sole in un campo, ben pieni di birra e di oppiaceo. O di caro vecchio acido lisergico, se mai se ne trovasse ancora in giro.</p>
<p>Misteriosi? Forse. Fuori moda? Di sicuro. Ma geniali e filologici da far paura. Consigliati &#8211; a meno che non abbiate necessità di violenza sonica a livello costante: in quel caso, meglio che vi rivolgiate altrove.</p>
<p>PS: un curioso dettaglio&#8230; dei quattro cd recapitati, almeno tre sembrano usati; la superficie su cui passa la lente del lettore è infatti tutta graffiata e macchiata come accade ai cd che vengono lasciati in giro e maltrattati. Chissà che storia hanno. Magari banalissima, magari bizzarra. Chi lo sa&#8230; e per una volta è bello così.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/9ViDMFsMayc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Ma dove vai se il gurubanana non ce l&#8217;hai</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/04/gurubanana-karmasoda-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 18:57:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gurubanana: puro pop psichedelico storto e squisitamente off, costruito con una cura del dettaglio sopraffina ed un buon paio di coglioni fumanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/guru.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7175" title="guru" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/guru.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Gurubanana – <em>Karmasoda</em> (Shyrec, 2011)</strong></p>
<p>Lo sappiamo tutti: il pop, se fatto bene, se suonato con la testa sulle spalle avendo ben chiari quei 4-5 riferimenti imprescindibili, è roba capace di farti svoltare la giornata. Mica per niente sono decenni che qualche sfigato si ostina a dire che la musica è morta, che non si inventa più niente e che il futuro sono i suoni elettronici evoluti, la IDM (Intelligent Dance Music) e blah blah blah, poi ti arrivano i <a href="www.myspace.com/gurubanana1"><strong>Gurubanana</strong></a> di turno e scompigliano tutto il misero castello di carte. Perché il punto non è innovare: non si inventa più nulla, chiaro, e i lettori di Black Milk lo sanno bene, dannati garagisti che non sono altro. Il punto non è stupire con effetti speciali, bensì riproporre la formula con gusto e talento.</p>
<p>Lo sa bene anche il duo Fusari/Ferrario, responsabile della ragione sociale oggetto di questa recensione: <em>Karmasoda</em>, secondo lavoro dopo l&#8217;esordio omonimo di tre anni fa, è puro pop psichedelico storto e squisitamente “off”, costruito con una cura del dettaglio sopraffina ed un buon paio di coglioni fumanti. Qui ci sono canzoni, come le sapeva scrivere il David Bowie del periodo d&#8217;oro (<em>Ziggy Stardust</em>/<em>Aladdin Sane</em>), arrangiate con un taglio moderno alla Broken Social Scene. Un&#8217;idea di suono che segue con successo tutto quel filone di bands che sono state fondamentali nella definizione di un rock sghembo, aperto e squisitamente free nell&#8217;approccio (basti fare il nome dei Flaming Lips, da <em>The Soft Bulletin</em> in poi).</p>
<p>Avanti tutta, quindi, con il dub drogato infestato di tropicalità della title track, con la delicatezza non banale di una melodia (&#8220;Talking On Numbers&#8221;), con il riuscito incontro tra i Clash di <em>Sandinista</em> e il miglior pop canadese di oggi (&#8220;Monochrome Elvis&#8221;), con le gentili screziature psych-electro che incontrano il Reed più comunicativo e solare (&#8220;Enter Any Question&#8221;).<br />
Non c&#8217;è un solo minuto di stanca nelle nove tracce che compongono questo disco, ed è un pregio prezioso quanto raro, al giorno d&#8217;oggi.</p>
<p>Pollice alzatissimo per le banane nostrane.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="334" src="http://www.youtube.com/embed/aeuVwAQAAGQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Il ragazzo del garage</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/03/garage-boy-gonzo-muziko-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Garage Boy: una one man band in stile Borat dedita al mischione più totale. Dal punk e cowpunk all'hip-pop, dal dub alla tecno, dal funk al pop anni Ottanta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/gonzo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6982" title="gonzo" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/gonzo.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Garage Boy &#8211; <em>Gonzo Muziko</em> (Lepers Produtcions, 2011)</strong></p>
<p>Non si può proprio dire che questi della <a href="http://www.lepers.it/"><strong>Lepers Productions</strong></a> siano banali. Ho già avuto modo di recensire una delle loro creature (i <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/cristio-adult-taste-recensione/"><strong>Cristio</strong></a>) e di notare come con i loro gruppi il “l’ho già sentito” è sempre difficile lasciarselo scappare. Così quando ho iniziato ad ascoltare i Garage Boy sapevo già di predispormi all’inconsueto. E infatti l’album <em>Gonzo Muziko</em> è una vera catarsi di differenti generi musicali dal punk (e cowpunk) all&#8217;hip-pop, dal dub alla tecno, dal funk al pop anni Ottanta, da cui trae a mio avviso la maggior ispirazione linfa, il tutto con una spruzzata di campionamenti dei principali rumori e jingle della modernità (suonerie di cellulari, trasmissioni cine-televisive, etc.).</p>
<p>Dimenticavo i Garage Boy sono in realtà una one man band. La leggenda narra infatti che dietro a questo gruppo si celi un posteggiatore abusivo e clandestino proveniente dal Tagikistan. L’ironia di questa operazione di maquillage della propria identità in stile “Borat dei poveri” non è male e rende ancor più concettuale questo lavoro: questo è quasi sempre il destino delle creature musicali che nascono da una sola mente eclettica. Mi vengono in mente, pur con differenze sostanziali, gli esperimenti di Cornelius, DJ Shadow, Pepe Deluxe episodi di musica più vicina a tecno e discoteca, rispetto ai mondi più industriali di NIN e Ministry, comunque in alcuni episodi evocati. E non manca neppure qualche passo basso e batteria stevealbineggiante (“Gimmie Gimmie”, “Le Grand Passion d’Amour”) tanto per dare un ulteriore contributo alla voce eclettismo.</p>
<p>Ma non fatevi scoraggiare da questa patina di seriosità, perché <em>Gonzo Muziko</em> è molto bello e merita di essere ascoltato: a dire il vero non vi ci vorrà molto a restare intrappolati nelle sue ardite melodie, tanto da far emergere quasi una certa vocazione pop.<br />
Tra i pezzi migliori il reggae dubbato di “La Moderna Vivo”, la onirica “Tajik-Soviet Fantasy” e il pezzo dall’ispirazione maggiormente punkeggiante e cioè il già citato “Gimmie Gimmie”.</p>
<p>Bravo Garage Boy, vai con l’avanguardia.<br />
Pubblico di merda.</p>
<p><em>[Potete scaricare il disco di Garage Boy, legalmente e gratuitamente, nel sito della Lepers Productions, cliccando <a href="http://www.lepers.it/mp3/lprs044%20-%202011%20-%20Garage%20Boy%20-%20Gonzo%20Muziko.rar"><strong>QUI</strong></a>]</em></p>
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		<title>Zabrisky point</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/03/zabrisky-fortune-is-always-hiding-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 17:47:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Creation]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
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		<description><![CDATA[Please meet Zabrisky: pop'n'roll chitarristico con canzoni di due minuti, in puro stile Creation Records]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cop-zabrisky.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-6970" title="cop zabrisky" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cop-zabrisky.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Zabrisky – <em>Fortune Is Always Hiding</em> (Shyrec, 2011)</strong></p>
<p>Dai, non fate quelle facce. Mica vi ascolterete tutto il santo giorno del marcio garage punk, no? Ok la velocità, ok la distorsione, ok la zozzeria, ma dopo trenta minuti di Teengenerate ci vuole qualcosa per depressurizzarsi.</p>
<p>Io, per depressurizzarmi, ascolto sempre dell&#8217;ottimo pop anni Novanta stile Creation Records. Avete presente, no? Quella fantastica etichetta fondata da Alan McGee, che ha avuto il merito di lanciare gente come Teenage Fanclub, Primal Scream, eccetera.<br />
Ecco, prendiamo i primi. E veniamo al disco oggetto della recensione, giacché i veneziani <a href="http://www.myspace.com/zabrisky"><strong>Zabrisky</strong></a>, giunti al terzo disco, affinità con il gruppo scozzese capitanato da Norman Blake ne hanno parecchie. La circolarità dei riff, per esempio. La loro solarità, lezione che giunge da lontano, diciamo da gente come Byrds e Big Star.</p>
<p>È un pop&#8217;n'roll chitarristico da canzoni di due-minuti-due quello proposto dai Zabrisky, ma è roba fatta talmente bene che, come spesso succede, ti fa dimenticare immediatamente i molteplici riferimenti contenuti nel loro sound; così, che cosa ce ne importa se l&#8217;attacco di “Stone Inside” ricorda “Waterfall” degli Stone Roses: la canzone è talmente bella che sta in piedi da sola. Oppure “Getting Better So Far”, che sembra uno degli episodi migliori uscito dalle penne dei La&#8217;s.</p>
<p>E potremmo andare avanti così, ma la verità è che i Zabrisky hanno scritto un signor disco, e se questo fosse uscito in Inghilterra, ora starebbero tutti a gridare al miracolo. Dannati inglesi.<br />
Composizioni solide, melodie cristalline, zuccherosamente irresistibili ( ascoltate “Calling Home” e provate a non cantarla sotto la doccia), che verso la fine sfocia in una <em>slackness </em>da figli di puttana degna dei migliori fratellini Reid (l&#8217;accoppiata “Real Me” e “Good Company”, venate di soffice psichedelia molto british).</p>
<p>Questa è musica coi controcazzi. Pollice in alto per i Zabrisky.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="334" src="http://www.youtube.com/embed/kzJUFfSEDKA" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>I love you Babies</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 11:02:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Psichedelia pop, garage spruzzato di blues-folk e indie rock dei Novanta: ecco i The Babies, da New York]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cover-The-Babies.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6953" title="cover The Babies" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cover-The-Babies.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><strong>The Babies </strong>- s/t (Shrimper, 2011)</p>
<p>Sono biondini, bellini, emaciati in modo (ancora) accettabile, con jeans stretti rigorosamente sgarrati sulle ginocchia. Non sto sfogliando l’ultimo numero di <em>Vanity Fair</em> comodamente seduto sulla tazza del cesso; sono seduto, sì, ma di fronte allo schermo del computer e quella che sto vedendo e la prima foto che mi capita a tiro di web dei <a href="http://www.myspace.com/thebabiesnyc"><strong>Babies</strong></a>. Si tratta della band composta dalla cantante-chitarrista Cassie Ramone delle <a href="http://www.freewebs.com/viviangirls/"><strong>Vivian Girls</strong></a> e dal bassista dei <a href="http://www.myspace.com/woodsfamilyband"><strong>Woods</strong></a> Kevin Morby, con Justin Sullivan dei <a href="http://www.myspace.com/bossyposse"><strong>Bossy</strong></a> a percuotere le pelli.</p>
<p>Pare che Cassie e Kevin abbiano condiviso per un po’ un appartamento a New York. E siccome non fanno i cuochi, invece di mettere su una tavola calda a Brooklyn hanno pensato bene di formare un gruppo parallelo. Dopo due apprezzati 7” su Wild World e Make A Mess Records, esce ora l’album dato alle stampe dalla “mitica” Shrimper, che da vent’anni spaccia il lo-fi americano senza aver mai riscosso grandi consensi.</p>
<p>Gli undici pezzi dell’album sono avvolgenti e amabili, né più né meno, in bilico tra psichedelia pop (“Run Me Over”, “Wild 2”), garage spruzzato di blues-folk (“Voice Like Thunder”, “Breakin’ The Law”, “Sick Kid”) e indie rock dei Novanta &#8211; di cui i tre sono indubbiamente figli.</p>
<p>Ho letto una recensione nella quale l’esperto Compagnoni scrive testualmente “indie rock a doppia voce che passa dalle parti dei Pastels”. Sottoscrivo in pieno perché il mood generale è molto simile a quello degli scozzesi (“All Things Come To Pass”, “Wild 1”). Ma qui c’è pure del punk da cantina umida da non sottovalutare (“Personality”) e una bella botta di solarità che esplode magnificamente nella hit “Meet Me In The City”, che sembra eseguita dai Pixies piombati nel pop degli anni Sessanta. Questo per la cronaca e per i lettori di Black Milk che vogliono la ciccia.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="334" src="http://www.youtube.com/embed/YhFGg6ujF2w" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Le ragazze Dum Dum</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/03/dum-dum-girls-he-gets-me-high-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 11:21:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[rock'n'roll]]></category>
		<category><![CDATA[Sub Pop]]></category>

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		<description><![CDATA[1/3 di gruppi femminili dei Cinquanta/Sessanta, 1/3 di shoegaze e 1/3 di garage-pop in bassa fedeltà. Aggiungere ritornelli appiccicosi come la scabbia q.b.. E le Dum Dum Girls sono servite]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cover-Dum-Dum-Girls.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6718" title="cover Dum Dum Girls" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cover-Dum-Dum-Girls.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Dum Dum Girls – <em>He Gets Me High</em> (Sub Pop, 2011)</strong></p>
<p>Ammetto di essere un maschilista del rock. Nel senso che sono sempre stato convinto che il rock sia una roba da uomini, preferibilmente non finocchi. Tuttavia le mie certezze stanno vacillando sempre più per “colpa” della nuova ondata di rock femminile che si sta facendo strada nella musica indipendente americana.</p>
<p>Al di là del sound, di queste donzelle mi piace soprattutto che non scimmiottano le dinamiche maschili &#8211; come accadeva nel movimento “femminista” riot grrrl, per esempio &#8211; mantenendo una spiccata femminilità senza sfociare nel facile mignottume.<br />
Tanto per dire, nelle vene della bella Kristin Gundred delle <a href="http://wearedumdumgirls.com"><strong>Dum Dum Girls</strong></a> scorre indubbiamente r’n’r. E lo si capisce anche solo per il monicker, Dee-Dee, che si è scelta.</p>
<p>Non mi sono strappato i quattro capelli che mi rimangono in testa per l’esordio lungo dello scorso anno <em>I Will Be</em>, ma trovo il nuovo EP <em>He Gets Me High</em> su <a href="http://www.subpop.com"><strong>Sub Pop</strong></a> più che degno, anche perché dura poco meno di un quarto d’ora, ossia il tempo giusto da non procurare noia.<br />
I quattro pezzi contenuti sono farciti coi soliti ingredienti della band californiana: 1/3 di gruppi femminili dei Cinquanta/Sessanta, 1/3 di shoegaze e 1/3 di garage-pop in bassa fedeltà. E soliti sono anche i ritornelli appiccicosi come la scabbia.</p>
<p>Si parte con il rock celestiale di “Wrong Feels Right”, da finestre spalancate sul verde di una campagna lussureggiante, e si prosegue con la titletrack che nella sua partenza marziale cela un (buon)gusto per la psichedelia non paranoica. Il meglio viene alla fine, nella preghiera sussurrata &#8220;Take Care of My Baby&#8221; e nella cover del classico degli Smiths &#8220;There Is a Light That Never Goes Out&#8221; che provoca brividi intensi sin dall’attacco.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="334" src="http://www.youtube.com/embed/96vb3S4DwEo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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