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	<title>Black Milk Magazine &#187; noise</title>
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		<title>Garage Gewalt</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 17:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo-fi, blues punk, garage rock, rumorismo minimale e gospel punk. Riecco i RnR Terrorists, con un cd che lascerà il segno. Se avete scelto di lottare dalla parte giusta, ovviamente...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/rnr-terrorists.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10435" title="rnr terrorists" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/rnr-terrorists-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>RnR Terrorists &#8211; <em>Garage Gewalt</em> (Bubca, 2011)</strong></p>
<p>Il termine tedesco <em>Gewalt</em>, nel suo significato, comprende al tempo stesso sia la potestas sia la violentia &#8211; cito malamente, e non per bullarmi. E&#8217; dunque un atto di forza che comporta la presenza di una legittimazione del ricorso alla violenza. E per i toscani <a href="http://www.myspace.com/rnrterrorists" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">RnR Terrorists</span></a>, nostra <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/02/rnr-terrorists-stolen-blues-bubca-recensione/" target="_blank">vecchia conoscenza</a></span>, l&#8217;investitura ha origine divina; perché Essi sono gli Eletti e il Rock&#8217;n'Roll, in una notte fredda e nebbiosa di qualche anno fa, li ha posseduti carnalmente, inseminando i loro cervelli e le loro anime.</p>
<p>In questo nuovissimo &#8211; e atteso, almeno da queste parti &#8211; <em>Garage Gewalt</em> la band compie un passo speciale e abbandona la prassi di rubare/citare/rippare brani blues più o meno antichi, per proporre invece 10 pezzi interamente propri: è tutta farina del loro putrido sacco, piena di germi lo-fi, blues punk, garage rock, rumorismo minimale e gospel punk.<br />
Rispetto al precedente <em>Stolen Blues</em> intravedo anche qualche sensibile mutamento di umore e in generale una vena più scura, ombrosa, nel massacro sonico di questi attentatori impenitenti; se entrambe le parti mi perdoneranno il paragone, <em>Garage Gewalt</em> mi pare per i RnR Terrorists un po&#8217; ciò che <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/10/intellectuals-in-the-middle-of-darkwhere-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><em>In The Middle Of Darkwhere</em></span></a> è stato &#8211; nella prima parte del 2011 &#8211; per gli Intellectuals&#8230; un disco che amplia un discorso, sorprende piacevolmente senza lasciare spaesati e mostra una band mutata come succede a un buon vino se si ha la pazienza di lasciarlo riposare più di quanto la voglia di berlo ci imporrebbe.</p>
<p>Qui c&#8217;è poco da scherzare sia chiaro: i pezzi dei RnR Terrorists sono come un massaggio alle chiappe praticato da un&#8217;aliena con la pelle fatta di lamette e schegge di vetro. Blues punk mutoide, pieno di diavoli storpi, sante eroinomani, negrieri in doppiopetto, schiavi con contratto a progetto, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Juke_joint" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">juke joint</span></a> mortali nel mezzo della campagna tosco-emiliana e fegati zombie. Musichette per stuprare cervelli e gustarsi shottini di molotov, comodamente a cavalcioni di una Vespetta in fiamme. Il tutto aspettando il giorno in cui &#8220;la musica rientrerà nelle fogne e nei vicoli oscuri, scacciata dai divertimentifici ufficiali e tollerati&#8221;, perché &#8220;allora, e solo allora, tornerà a essere sangue e carne e tornerà a parlare a zone del nostro cervello ormai addormentate. E forse di lì un nuovo mondo verrà&#8221; (dalle liner notes del cd).</p>
<p>Io fossi in voi lo ordinerei da <a href="http://www.myspace.com/bubcarecords" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Bubca</span></a>. Subito. Anche due copie, ché va regalato alle persone più care un dischetto così.</p>
<p><center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/ioUf8STIFhM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Sweet home Darkwhere</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 21:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nuova prova degli Intellectuals tra noise, garage, lo-fi, blues, psychobilly e autismo selvatico. Genio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/10/darkwhere.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9518" title="darkwhere" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/10/darkwhere.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Intellectuals &#8211; <em>In The Middle Of Darkwhere</em> (Jeetkune, 2011)</strong></p>
<p>Ci è voluto tanto per vedere questo cd materializzarsi nella mia buca delle lettere. Se fossimo nel giornalino parrocchiale scriverei &#8220;&#8230;ma ne è valsa la pena&#8221;, enfatizzando il piacere dell&#8217;attesa, ma siccome qui di parrocchie non ne vedo, eviterò. E poi a me aspettare non piace, anche se sono diventato campione olimpionico di questo sport.<br />
Con tutto questo, diciamo subito la cosa più importante: <em>In The Middle Of Darkwhere</em> (titolo veramente figo) è un discone.</p>
<p>Se gli <a href="http://www.myspace.com/theintellectuals" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Intellectuals</span></a> fino allo scorso <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2009/07/tripla-dose-dintellectuals/" target="_blank">Triple</a></span> </em>mostravano la volontà di sbizzarrirsi con idee e soluzioni che trascendessero il lo-fi punk bluesato e solforico che da sempre li contraddistingueva, ora hanno decisamente mollato gli ormeggi, salpando in esplorazione verso la terra di Darkwhere. Ne sono tornati meno selvaggi e infinitamente più selvatici; arricchiti, cambiati e plasmati da questo viaggio conradiano verso la jungla di Kurtz.<br />
Che l&#8217;aria sia diversa è evidente fin dalle note di copertina, che indicano una formazione a quattro (gli inossidabili Guitarboy e Drumgirl, la già nota Tina alle tastiere e la new entry Samir al basso)&#8230; il duo è raddoppiato e ora sono tutti cazzi nostri.</p>
<p>Selvatici, dicevo. Sì, perché ora gli Intellectuals hanno meno istinto brutale, ma più consapevolezza misantropa. Come degli autistici genialoidi che mandano a fare in culo il mondo, decidono di iniettare più rumore e più sperimentazione nelle loro sfuriate. E&#8217; così che suonano come un veleno a base di Monks, Honeymoon Killers, compilation <em>Back From The Grave</em>, primi Sonic Youth, psychobilly e Alan Vega solista.<br />
Il virus della bassa fedeltà è sempre in circolo &#8211; e il disco è stato registrato palesemente secondo i dettami più puri e arrapanti del verbo, con quattro pezzi addirittura incisi con un quattro tracce a cassette casalingo &#8211; ma potenziato e sporcato, imbastardito e meticciato. Per qualcuno le sonorità buie, claustrofobiche e ossessive di certi brani potrebbero risultare anche difficilmente sopportabili, ma come dire&#8230; non sono questi &#8220;qualcuno&#8221; a cui la musica degli Intellectuals si rivolge. Anzi, meglio perderli che trovarli, i &#8220;qualcuno&#8221; di cui si diceva.</p>
<p>Facciamoci un biglietto per Darkwhere, sola andata. E fanculo tutto.</p>
<p>PS: il disco è uscito su cd, su vinile (esiste anche una stampa limitatissima in vinile rosso&#8230; buona fortuna) e cassetta (ultralimitata a 39 esemplari&#8230; buona fortuna reprise)</p>
<p><object height="81" width="100%"><param name="movie" value="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F16384935"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param> <embed allowscriptaccess="always" height="81" src="http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F16384935" type="application/x-shockwave-flash" width="100%"></embed></object>  <span><a href="http://soundcloud.com/smfsp/the-intellectuals-a-cheap">The Intellectuals &#8211; A Cheap Religion</a> by <a href="http://soundcloud.com/smfsp">smfsp</a></span> </p>
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		<title>Real Cool Killers, paura e delirio a Clermont-Ferrand</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 17:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Real Cool Killers erano di Clermont-Ferrand e hanno suonato dal 1986 al 1997, sfornando quattro album e un paio di singoli di rock’n'roll scuro, selvaggio, intransigente e sanguigno. Adesso sono un ricordo per pochi, ma è ora di risvegliare un po' la loro memoria. Beccatevi un pezzo monster, con tre interviste. Leggerete fino a non capire più nulla...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Octobre-1987.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8805" title="Octobre 1987" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Octobre-1987.jpg" alt="" width="300" height="275" /></a>Anni Ottanta. Primi Novanta. Col senno di poi possiamo guardarli da lontano e accorgerci più facilmente di quanto si muovesse l&#8217;underground e quanto vitale fosse la scena musicale, nonostante tutto. Ma il semplice fatto di muoversi non garantiva ai guerrieri del sotterraneo alcuna visibilità; e, tantomeno, il riconoscimento del valore della loro musica, anche quando era elevatissimo. Vuoi per presbitismo (ciò che ci è più vicino lo vediamo sempre più sfocato), vuoi per limiti nelle modalità di circolazione delle informazioni (Internet? E che cazzo era Internet nel 1989?), vuoi per mille altri fattori contingenti, moltissime realtà si sono trovate a soccombere nel medio-lungo periodo, perché non si può sbattere la testa contro a un muro all&#8217;infinito. Perché le persone col tempo cambiano. Perché ogni giorno nascono gruppi nuovi e potenziali nuove tendenze.<br />
Sta dunque ai nostalgici patologici e a chi ha ancora memoria (e un po&#8217; di passione, forse) mettere in prospettiva il tempo che fu e &#8211; soprattutto &#8211; chi quel tempo che fu l&#8217;ha animato con la propria musica, dischi, concerti e gesta.</p>
<p>Fatto questo preambolo vagamente nazionalpopolare, ma tragicamente vero, vi schiaffo sul muso il nome di un gruppo e vi do una decina di secondi per pensare cosa vi evoca: <a href="http://www.myspace.com/realcoolkillers"><span style="text-decoration: underline;">Real Cool Killers</span></a>.<br />
Ecco. Tempo scaduto; qualcuno li ricorderà vagamente di nome per un singolo uscito per la Ultra Under di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/06/jeff-dahl-intervista-interview-2011/">Jeff Dahl</a></span>. Qualcuno li avrà sentiti nominare dal sottoscritto di sfuggita. Qualcuno avrà visto un loro disco in qualche scatola delle offerte e ricorderà che erano francesi. E non penso che più di un paio di voi avranno un loro album.<br />
Non c&#8217;è nulla di male, sappiamo come andavano le cose &#8211; e, in più, in quegli anni era più facile farsi intortare a comprare una merda inascoltabile di disco americano che non un ottimo album europeo, per dirne una. Però sarebbe ora di riscoprirli, e adesso, anche in virtù dell&#8217;uscita di un ottimo documentario sulla loro storia (sfortunatamente solo in lingua francese: <em>Black and Wild</em> di Joël Caron).</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/FtfwdvxLxDY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
<p>I Real Cool Killers erano di <a href="http://www.clermont-fd.com/"><span style="text-decoration: underline;">Clermont-Ferrand</span></a> e hanno suonato dal 1986 al 1997, sfornando quattro album (i primi due davvero eccezionali) e un paio di singoli di rock&#8217;n'roll scuro, selvaggio, intransigente e verace. Mischiavano influenze disparate &#8211; dagli Stooges ai Black Flag, dagli Husker Du al noise al free jazz.<br />
Hanno suonato parecchio in giro per la Francia (non molto in Europa) e sono riusciti a spargere qualche seme anche oltreoceano, ma solo presso i pochissimi appassionati mai sazi. L&#8217;epilogo della storia è tragico, perché il leader della band &#8211; Pascal Roussel detto Buck &#8211; pochi giorni dopo aver preso la decisione di sciogliere i RCK e riprendere con un altro nome, si è impiccato. Un suicidio improvviso, che ha lasciato tutti sgomenti e ha aperto una ferita che solo a 14 anni di distanza, forse, mostra i primi segni di guarigione.</p>
<p>Per raccontarvi questa lunga storia fatta di musica, fatica, decibel e &#8211; purtroppo &#8211; morte, ho intervistato due figure molto vicine al gruppo: Joël Caron, che fu il primo batterista, e <a href="http://www.myspace.com/patrickfoulhoux" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Patrick Foulhoux</span></a>, da sempre impegnato nell&#8217;underground rock francese. E, infine, Jeff Dahl ha scritto qualche parola per ricordare il suo rapporto coi RCK, da fan, amico e produttore di un disco.</p>
<h3><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Affiche-A3-black-and-wild-RVB.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8803" title="Affiche A3 black and wild RVB" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Affiche-A3-black-and-wild-RVB.jpg" alt="" width="270" height="380" /></a><strong>Joël Caron<br />
</strong></h3>
<p><strong>Sei stato uno dei fondatori della band. Ti ricordi come tutto ha avuto inizio?</strong><br />
La noia della provincia e l’amore per il rock ha fatto diventare amici Buck e me, uscivamo spessissimo insieme. Nel 1984 suonavamo entrambi la chitarra nella sua prima band (io avevo suonato in altri gruppi, ma come batterista), i Dirty Comics. Facevamo cover dei Fleshtones, dei Sonics e altra roba vintage rock. Avevamo anche scritto un pezzo nostro. Ma era solo un hobby per gli altri membri: Buck ed io iniziammo a stufarci, oltretutto ci sembrava che batteria e basso fossero troppo morbidi e poco precisi. Volevamo suonare qualcosa che ci coinvolgesse di più e avevamo già l’ambizione di esibirci fuori città. Così decidemmo di sciogliere questo gruppo dopo quattro o cinque concerti: l’ultimo lo facemmo aprendo per gli Youth Brigade, un gruppo punk californiano che magari conosci. Per un anno suonai la batteria in una formazione rhythm and blues; a Buck piaceva molto e apprezzava il mio modo di suonare la batteria. Più o meno nello stesso periodo Buck aveva iniziato a mettere in piedi la Spliff Records. Un po’ di tempo dopo, nel maggio del 1986, un giorno eravamo nell’auto di Buck e chiacchieravamo di cosa avremmo potuto fare assieme, musicalmente. Lui mi disse: “Mettiamo insieme un trio rock selvaggio, qualcosa di crudo, furioso ed elettrico. Io mi metto alla chitarra, tu alla batteria. Ci manca solo un bassista”. La cosa mi interessava; pochi giorni dopo Buck mi propose il nome Real Cool Killers e mi disse di Steff, un potenziale bassista che era pronto a unirsi a noi. Lui era un appassionato di hard rock, fan di Iron Maiden e Motorhead. Ricordo che avevo dei dubbi su di lui (era un fottuto metallaro!) e Steff, tempo dopo, mi confessò di avere avuto dubbi su di me (qualcuno gli aveva detto che non mi piaceva l’hard rock – ed era una bugia! Mi piaceva, ma ero un po’ prevenuto verso gli hard rocker). Comunque quando ci incontrammo diventammo grandi amici e lo siamo ancora oggi. Iniziammo a provare in un magazzino dello zio di steff. Non avremmo potuto sperare in una sistemazione migliore e ricordo quei momenti come i migliori. Il nostro primissimo concerto fu alla Fête de la Musique, il 21 giugno<sup> </sup>1986. Buck non voleva suonare, aveva paura: dovemmo convincerlo e così facemmo il nostro debutto – sei canzoni. Quattro cover e due originali dei RCK. I pochi presenti si dimostrarono molto ricettivi e contenti. Noi sentivamo che era successo qualcosa: era nata una band. A luglio ci chiudemmo in una casa di proprietà della famiglia di Buck per incidere il primo nastro. In agosto trovai in un libro di artwork punk la testa che divenne il logo del gruppo, mentre Buck si occupò del lettering.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Cosa ricordi dei primi anni? Suonavate molto dal vivo?<br />
</strong>Come sempre accade, l’inizio è il momento migliore. In Francia, in quel periodo, nel mondo del rock c’era molto fermento e tutto era eccitante: c’erano stati alcuni esperimenti e band, per lo più nell’area di Parigi, ma nulla su scala un po’ grande. Così era tutto da costruire. Nacque un nuovo network di persone pronte a tutto per la causa del rock, molti buoni gruppi, gente che la pensava nello stesso modo come una grande famiglia, fanzine, rock club che aprivano ovunque… era un periodo favoloso. E noi morivamo dalla voglia di uscire da Clermont, per suonare di fronte a gente che non conoscevamo. Questa è una cosa che ci ha sempre accompagnato, il desiderio di suonare sempre più lontano. All’inizio ci esibivamo intorno a Clermont, ma appena mettemmo insieme una scaletta abbastanza lunga, ci lanciammo più fuori. Soprattutto quando arrivò il secondo chitarrista: a quel punto le cose iniziarono a diventare serie. Ricordo il piacere e l’eccitazione di entrare in uno studio per la prima volta, per fare il nostro primo E.P.. Eravamo così orgogliosi e felici del risultato. Eravamo tutti fanatici di musica e quello era un sogno che si avverava. Iniziammo anche a farci un buon nome in Francia: cosa potevamo chiedere di più? A riguardo dei concerti, Buck aveva fatto un lavoro eccellente alla Spliff; era in contatto con tutta la gente, in Francia, che suonava, produceva e ascoltava rock. Lui aveva molta passione e questo ci facilitava le cose.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/2e-formation-1987.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8799" title="2e formation 1987" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/2e-formation-1987.jpg" alt="" width="419" height="304" /></a>Se te la senti, ci puoi dire perché hai mollato il gruppo nel 1989?</strong><br />
Nel maggio 1989 registrammo il nostro primo album ed eravamo orgogliosissimi di averlo inciso a Londra, nello stesso studio dove i Damned avevano fatto <em>Machine Gun Etiquette</em>. Era una cosa pazzesca per dei ragazzini che vivevano nel buco del culo della Francia. A luglio, poco prima che tutti se ne andassero in vacanza. Facemmo una riunione tutti e quattro, per decidere alcune cose sull’album. A tutti piaceva l’immagine per la copertina che avevo portato – era presa da un b-movie, un horror inglese degli anni Sessanta che si adattava bene a noi. Il problema più grosso era però il lettering. Buck insisteva pesantemente per tenerlo sempre uguale (del resto l’aveva portato lui). A Steff non importava e quindi non volle prendere posizione in merito. JP (il chitarrista) ed io volevamo cambiare il logo dei RCK – inquietante e sanguinante – che ci aveva stufato. Volevamo qualcosa di più nuovo e avevamo disegnato un logo noi. Poi discutemmo del fatto che noi non apparivamo neppure come co-compositori della musica. Non era una questione di soldi (Buck non ne teneva per sé, il denaro veniva reinvestito nella band, nel van, nelle registrazioni…), ma di democrazia ed uguaglianza. Molti piccoli problemi iniziarono a sorgere uno a uno, lentamente e insidiosamente. Spesso dicevamo tra noi che eravamo Buck e i SUOI Real Cool Killers. Così passammo un intero pomeriggio a discutere e litigare, alla fine Buck accettò le nostre rimostranze e si prese una decisione sul lettering, da cambiare. Però si tenne la paternità dei brani. Io ero dall’altra parte della Francia, in tour con un’altra band quando, telefonando alla mia ragazza che era a Clermont-Ferrand, venni a sapere che Buck aveva deciso di usare la SUA copertina e mandare tutto in stampa così. Ero devastato. Ero stato tradito da un amico che si era rivelato invece un dittatore – o, almeno, era quello che pensavo. Quando ritornai mi vidi con Buck e gli dissi che noi due avevamo chiuso. Lui cercò di convincermi a rimanere, era molto bravo quando si trattava di fare ricatti morali: mi disse che così mettevo in pericolo la nostra etichetta, la Spliff, visto che la promozione del disco era già pianificata per l’autunno. Ma io mi ero parato il culo e avevo già un batterista che mi poteva sostituire. E si rivelò un’ottima scelta, visto che Dominique, il nuovo batterista, restò nel gruppo fino all’ultimo concerto dei RCK nel gennaio 1997. Quando seppe della mia decisione JP mi disse che anche lui voleva mollare, ma io lo convinsi a non farlo; se se ne fosse andato sarebbe stata la fine di un gruppo che – secondo me – aveva invece molte cose da dire e fare. Comunque JP restò incazzato con Buck e le cose peggiorarono col tempo, finché anche lui se ne andò nel 1992. Steff si accorse che me n’ero andato quando tornò – molto tempo dopo – dalle vacanze, ma io ero già stato sostituito e la band era al sicuro.</p>
<p><strong>Come componevate? Era un processo collettivo?</strong><br />
I testi erano interamente scritti da Buck. Nessuno ha mai fatto questioni e sembrava una cosa naturale. Per quanto riguarda la musica, solitamente lui arrivava alle prove con due o tre giri base e poi i pezzi nascevano suonando tutti assieme; a volte quello che usciva era molto diverso da ciò che lui aveva portato inizialmente. Direi che Buck era il leader, è fuori discussione, ed era un vero frontman, un rocker genuino e un grande performer. Ma non era un vero musicista. All’inizio, quando eravamo un trio, Steff – il bassista – lo prendeva sempre in giro perché diceva che i suoi ritornelli erano tutti identici, che ne sapeva fare uno solo. Ma Buck era conscio dei suoi limiti e infatti presto chiese a qualcuno di suonare la seconda chitarra. Il fatto che Buck firmasse tutti i pezzi alla lunga diventò però un problema. Aveva sempre rifiutato di concederci la paternità della musica ed era l’unico che riceveva soldi per i diritti. Credo che questo sia uno dei motivi più gravi che mi ha fatto decidere di mollare la band, come ho detto prima. Ed è anche il motivo per cui Serge, il primo chitarrista, e poi JP (il secondo) hanno mollato. Buck ci sembrava una specie di dittatore; lui sapeva di avere questo carattere, gliene parlammo molte volte, ma non poteva farci nulla.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Fete-de-la-musique-1989-Buck-JP.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8809" title="Fete de la musique 1989-Buck (JP)" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Fete-de-la-musique-1989-Buck-JP.jpg" alt="" width="300" height="400" /></a>Ho fatto la stessa domanda a Patrick: è delicata ma obbligatoria. Ovviamente è su Buck: ci puoi parlare un po’ più a fondo di lui, della sua vita e del suo carattere?</strong><br />
Se vogliamo definire Buck, credo che sia importante dire che era “doppio”. Era un rocker vero e sincero, incazzato con la società; ma era anche un borghese che a 30 anni possedeva una casa sua e amava tutte le comodità. Era tanto generoso quanto avido – quando ti invitava a casa sua offriva tutto ciò che aveva… vino, musica, ottimo cibo etc etc; ma era capace di provare a venderti a 100 euro un disco che lui aveva pagato un euro… e se tu tentavi di contrattare lui lo vendeva a qualcun altro. Era tanto divertente e vitale, quanto triste e disperato. Una specie di bambino adulto che doveva crescere, eppure non ci riusciva. Ho pensato più volte che, forse, il fatto di non essere in grado di gestire le sue contraddizioni abbia giocato un ruolo nel suo suicidio. Penso anche che Buck sia stato una figura importante per la rivalutazione del rock non solo a Clermont-Ferrand, dove i RCK erano comunque considerati una band importante, ma in tutta la Francia, perché il suo lavoro e il suo impegno hanno preparato il terreno per la generazione seguente.</p>
<p><strong>Se te la senti, vuoi raccontarci della sua morte?</strong><br />
Credo che la morte di Buck abbia segnato la fine di un periodo molto importante a Clermont; direi che c’è un prima e un dopo la morte di Buck, qui. Ma è stata anche la fine di un periodo per la Francia intera: un periodo magico in cui tutto era da fare e in cui il rock non seguiva regole. Quando lui morì, tutti noi eravamo distrutti. Era un vero personaggio a Clermont, quasi tutti gli volevano bene o almeno lo rispettavano. Il giorno della sua morte io sono stato licenziato dal mio lavoro e mi ero procurato una distorsione alla caviglia. Ero completamente allo sbando e non capivo cosa stesse succedendo intorno a me. Per un po’ di giorni sono stato completamente prostrato. Non è stata solo la sua morte, ma anche quella dell’avventura in cui ci aveva guidato; una di quelle che accadono raramente nella vita delle persone. E, al contrario degli imprevisti – che possono accadere – un suicidio è sempre difficile da affrontare e da comprendere, qualcosa che resta nell’aria e di cui ti senti sempre un po’ responsabile. È per questo che a Clermont nessuno parlava più della sua morte, né dei RCK. È stato un argomento taboo finché non è uscito il documentario: sono piuttosto certo che abbia dato modo alla gente di lasciarsi andare e liberare ciò che si era tenuta dentro dal momento in cui Buck se n’è andato. Io non sono riuscito ad andare al suo funerale dopo quattro giorni che era morto. Proprio non ce l’ho fatta. E mi sono tormentato per molto tempo, per via di questo fatto: me ne vergognavo. Credo che il mio documentario scaturisca da questo sentimento, pensavo di dovergli qualcosa, un riconoscimento. E fare questo film mi ha permesso di andare per la prima volta sulla sua tomba e – finalmente – accettare la sua morte.</p>
<p><strong>È davvero difficile trovare informazioni sulla band. Puoi farci una panoramica – ovviamente senza scendere in dettaglio – cosa è successo dopo il tuo abbandono?</strong><br />
Beh, nel documentario è raccontata la storia. È difficile per me parlare di un gruppo in cui non suonavo più. Comunque ti ho allegato un documento riepilogativo in cui ho messo tutti i concerti (date e luoghi), le session di registrazione e i cambi di formazione. Posso dirti che dopo il mio abbandono ho mantenuto ottimi rapporti con Buck e il resto del gruppo. I primi tempi è stato difficile, ma eravamo amici e alla fine questa era la cosa più importante. Poi me ne andai a Lione per un anno per suonare con un gruppo che si chiamava The Mescaleros. Mi ricordo che i Killers vennero a trovarmi con un nastro delle registrazioni per il loro secondo album; all’epoca stavo registrando anche io coi Mescaleros – che però non mi piacevano molto (li lasciai dopo un anno) anche se ci produceva Peter Zaremba dei Fleshtones. <em>Hate Yourselves</em>, il nuovo disco dei RCK, era così potente ed elettrico che ero davvero geloso e mi pentii di averli lasciati. Dopo quel disco diventarono piuttosto noti e fecero molti concerti un po’ ovunque. Poi ci furono dei problemi con Steff e JP che se ne andarono dalla band e furono sostituiti da Philippe Feydri (basso) and Christophe Raoux (chitarra) nel 1992. Andai in tour con loro nel 1992, in Svizzera. Fu un’esperienza divertentissima ed emozionante. Poi fecero altri due dischi e arrivarono al 1997, quando Dominique decise di lasciare il gruppo: concordarono di sciogliersi e fare un ultimo concerto al Club 3000 di Clermont-Ferrand, il 10 gennaio 1997. Ci andai. Fu bello e triste insieme; era la fine dei Killers, ma Buck sembrava normale. Stava per iniziare un nuovo gruppo col bassista e il chitarrista, ma con un nuovo batterista. Voleva fare cose nuove. Ma si impiccò due settimane dopo.</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/Qap43kw5ZaE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
<p><strong>Parliamo del documentario che hai diretto. Ci hai impiegato molto per terminarlo? Hai avuto difficoltà ad assemblare tutto il materiale? E, infine, mi accennavi a difficoltà per farlo uscire su dvd&#8230;</strong><br />
Ci ho lavorato per tre lunghi anni. L’ho scritto e diretto, ho cercato tutto il materiale e sono stato impegnato in tutte le fasi della lavorazione. Patrick Foulhoux mi ha aiutato molto. Lui era ancora in contatto con tutte le persone che volevo intervistare e mi ha reso più semplici le cose. Abbiamo scritto insieme le domande sulla storia del rock francese e lui ha condotto le interviste mentre io filmavo &#8211; eccetto che con gli ex RCK, per i quali ho scritto io le domande e li ho intervistati io, dato che avevo un rapporto più stretto con loro, essendo stato nel gruppo. Raccogliere il materiale d&#8217;archivio è stato piuttosto facile. Ho tenuto tutto quello che avevo raccolto mentre suonavo con loro (sono uno che ha la mania di conservare le cose), poster, biglietti, rivister foto&#8230; così avevo quasi tutto almeno per quanto riguardava gli anni in cui sono stato membro della band. Gli altri sono ancora miei amici, quindi mi hanno dato tutto il materiale che avevano, soprattutto fotografie. Alcuni fan sono stati così gentili da mandarmi alcune cose. L&#8217;aspetto più noioso e lungo è stato scannerizzare ogni cosa &#8211; poco più di un migliaio di pezzi. Per i video, ero ancora in contatto con gente che all&#8217;epoca aveva filmato la band a Clermont. Alcuni mi hanno prestato i loro nastri, così ne ho fatte delle copie. La porzione più importante di materiale video è stata fornita da un tipo che ha filmato praticamente ogni concerto rock a Clermont dal 1985 al 1998. Solo che è uno molto strano, una specie di Hells Angel di neanderthal, e non voleva neppure che io vedessi cosa aveva. Mi ha causato molti problemi, ma alla fine sono riuscito a farmi dare tre spezzoni di concerti: il tizio è stato pagato profumatamente, visto che il produttore gli ha dato 1600 euro per l&#8217;utilizzo di 20 minuti del suo girato. Altri mi hanno dato una mano, ad esempio la tv locale TV FR3 mi ha aiutato a trovare dei clip che aveva l&#8217;Institut National de l&#8217;Audiovisuel. Anche in questo caso il prezzo da pagare è stato salato perché l&#8217;INA ha chiesto 2338 euro per 4 minuti e mezzo! Questa gente si ingozza a nostre spese, abbiamo dovuto pagare 4000 euro per usare immagini del nostro gruppo! E comunque queste cifre consentono solo lo sfruttamento in tv e per proiezioni a festival e rassegne; quando ho domandato al produttore di informarsi per pubblicare un dvd, l&#8217;INA ha risposto: &#8220;dovete pagare altri 2338 euro&#8221;; e poi c&#8217;erano 750 euro per la EMI (ci sono 30 secondi di una cover di &#8220;I Got A Right&#8221;, un pezzo di Iggy Pop). Così la produzione ha detto &#8220;non ci sono soldi&#8221;, quindi sarà una strada dura e lunga quella per far uscire il dvd. Come se non bastasse il distributore doveva essere un&#8217;etichetta parigina che non aveva realmente voglia di farlo, quindi continuava a posticipare l&#8217;uscita. E allora dopo un anno ho detto al produttore: &#8220;Ok, mi sono stufato, ci ho speso troppo tempo ed energie, ora mi sento come Don Chisciotte, ora voglio fare altro&#8221;. È stato un lavoro difficile e spossante da vivere giorno per giorno, ma anche interessante e stimolante, mi ha fatto imparare molto sulla produzione, cose che mi saranno utili nei miei progetti futuri.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/1988-13-avril-Affichette-RCK-Angers.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8810" title="1988 - 13 avril - Affichette RCK - Angers" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/1988-13-avril-Affichette-RCK-Angers.jpg" alt="" width="250" height="360" /></a>Come definiresti lo status attuale dei RCK? Mi spiego&#8230; godono della considerazione che meritano o sono solo un gruppo underground del passato?</strong><br />
La Francia non è una terra rock. Qui il rock&#8217;n'roll è sempre stato ai margini. Il pubblico non è rock, non abbiamo una cultura &#8211; ad esempio &#8211; come quella inglese. La maggior parte dei francesi non parla inglese e disprezza la lingua inglese (anche se le cose fortunatamente cambiano e le nuove generazioni sono diverse). Ma negli anni Ottanta e Novanta, a parte i Mano Negra (che avevano pezzi in inglese, spagnolo e francese), se non cantavi in francese eri destinato a restare nell&#8217;underground &#8211; ed era una cosa che ci andava benissimo, visto che non avevamo in mente di fare carriera con la musica, ma solo di suonare quello che più ci piaceva. Quindi il francese era una barriera difficile da oltrepassare. La band francese più nota che cantava in inglese erano i Les Thugs, che hanno avuto una carriera molto più lunga e solida dei RCK, ma non hanno mai veramente avuto i riconoscimenti che meritavano. Io credo che i RCK siano sempre stati una band underground, nella misura in cui la maggior parte della popolazione ne ignora l&#8217;esistenza. Penso che il picco del gruppo, in termini di popolarità, sia stato dopo il secondo album, nel 1991: i concerti erano molto buoni, intensi, elettrici. Vero rock&#8217;n'roll. E all&#8217;epoca hanno lasciato un ricordo vivo nelle menti degli amanti del rock in Francia, Spagna e Svizzera. Dopo quel periodo, tra il 1992 e il 1997, la musica del gruppo è cambiata e i fan si sono sentiti spiazzati, perché era diventata meno rock&#8217;n'roll e più hardcore; direi che la band era molto migliore, più compatta e affiatata, ma il panorama musicale intorno era mutato e il pubblico voleva nuovi gruppi. Per citare un produttore svizzero che è intervistato nel documentario: &#8220;Avrebbero dovuto essere molto più grandi di quanto siano stati&#8221;. È stata una questione di sfortuna? O di tempismo sbagliato? Io credo che noi tutti suonassimo perché DOVEVAMO farlo e siamo stati fortunati a fare quello che abbiamo fatto. Se osservi i dati, i RCK hanno fatto 250 concerti, quattro lp, una manciata di ep e compilation, hanno fatto tour con molti dei migliori gruppi rock in circolazione. Cosa si può chiedere di più? Tanti gruppi ci hanno provato e non hanno mai suonato fuori dalla loro città. Eravamo una combinazione di gioventù, desiderio, frustrazione: tutte cose che ci hanno guidato verso un&#8217;avventura bella e istruttiva. Sono stato molto felice dell&#8217;accoglienza che è stata riservata al documentario a Clermont, perché ha risvegliato i nostri ricordi. Tutti questi ragazzi e ragazze di 40-50 anni  si sono ricordati delle loro storie, anche perché i RCK ne facevano parte. E questa cosa era giù importantissima per me. Diciamo che i RCK sono stati un fenomeno underground che &#8211; forse &#8211; non ha avuto modo di vedersi riconosciuti i suoi meriti, ma comunque esiste nella storia del rock. La loro storia è un emblema di cosa fosse il rock in Francia negli Ottanta e Novanta.</p>
<p><strong>Non è semplicissimo trovare i dischi del gruppo: sai se verranno ristampati?<br />
</strong>Sono difficili da reperire perché non ne sono stampate molte copie (credo che il secondo disco, il più venduto, sia arrivato al massimo a 3.000 copie tirate). Ma su internet li si reperisce a prezzi ragionevoli, anche il primissimo EP. Questi dischi non saranno ristampati, no. Però se qualcuno è interessato io sono disponibile a mandare degli mp3 a chi li volesse. C&#8217;è anche un tizio che mi ha detto che vorrebbe pubblicare una compilation di band francesi annni Ottanta e Novanta e vorrebbe includere i RCK nel disco: è Fabien della <a href="http://www.poptheballoon-records.fr/"><span style="text-decoration: underline;">Pop the Balloon</span></a>.<a href="http://www.poptheballoon-records.fr/"></a></p>
<p><strong>Di cosa ti occupi ora? Ti interessi ancora di musica in qualche modo?</strong><br />
Sono un film-maker e presto diventerò produttore. Al momento sto mettendo in piedi una mia società specializzata in film artistici, documentari e &#8211; forse più avanti &#8211; fiction. Mi è capitato l&#8217;anno passato di fare un bel concerto con un gruppo di vecchi amici (non suonavamo assieme da 20 anni), ma ho smesso di suonare. Ho perso l&#8217;interesse che prima avevo per il rock e raramente ascolto dischi o vado a un concerto. sono cose che mi piacciono ancora, ma non sono più essenziali come lo erano un tempo. L&#8217;ultima mia esperienza musicale è stata con un collettivo multimediale di musicisti elettroacustici, cineasti e danzatori, dal 2005 al 208; però mi occupavo della parte video. Quello che mi piaceva era la musica improvvisata, la sensazione di libertà e di sapere che poteva accadere di tutto&#8230; non so se mi spiego. Penso che il rock sia diventato per lo più un business con delle regole precise, in cui ognuno cerca di replicare ciò che ha successo in quel momento.</p>
<h3><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/1er-EP-front-juin87.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8817" title="1er EP - front - juin87" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/1er-EP-front-juin87.jpg" alt="" width="223" height="223" /></a></strong><strong>Patrick Foulhoux</strong></h3>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Presentati, se vuoi, ai nostri lettori: in che maniera sei stato legato ai Real Cool Killers e di cosa ti occupi ora?</strong><br />
Ho lavorato per la Spliff Records con il cantante dei RCK, Pascal “Buck” Roussel. Contemporaneamente ero anche un promoter, un tour agent e un giornalista (per <em>Rolling Stone</em>, <em>Rock Sound</em>, <em>Punk Rawk</em> e qualche altra dozzina di testate). Ho anche lavorato al documentario sui RCK con il regista Joël Caron (che è stato il primo batterista dei RCK). Dal 1999 al 2008 ho curato dei festival rock nella mia città Clermont-Ferrand. Al momento ho un’etichetta &#8211; la Pyromane Records – e ho iniziato a scrivere libri rock. Il primo l’ha pubblicato Pyromane Books.</p>
<p><strong>Quando e in che maniera sei venuto a contatto coi RCK?</strong><br />
È stato molto presto. Quasi all’inizio della storia della band. Ho lavorato per loro, alla Spliff, dal 1989-90, quando I boss dell’etichetta mi chiesero di aiutarli per la promozione dell’etichetta. E poi i membri del gruppo erano miei amici. Clermont-Ferrand è una città molto piccola, quasi un villaggio. Quando ti interessi di rock lì, finisce che tutti conoscono tutti.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/2eme-EP-front-1991.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8818" title="2eme EP - front - 1991" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/2eme-EP-front-1991.jpg" alt="" width="222" height="222" /></a>Ti va di descrivere, in poche parole, I dischi che I RCK hanno pubblicato su Spliff?</strong><br />
La discografia dei RCK è stata all’insegna dell’evoluzione. Tutto è iniziato con un singolo molto ruvido “No Fun With You/Mad”, un misto di garage, punk &amp; Detroit rock’n’roll. Il primo disco, <em>Black &amp; Wild</em>, era simile. Il gruppo lo registrò a Londra con Christophe Sourice, il batterista dei Les Thugs, come produttore. Chitarre al massimo, energia primitiva, un album selvaggio. Il secondo, <em>Hate Yourselves</em>, sempre con Christophe Sourice al mixer, è un capolavoro e c’è anche un nuovo chitarrista, JP. Questo disco è come un uragano. Tutti ci lavorarono sodo, e questa formazione dei RCK era la migliore mai vista dal vivo. Live erano davvero eccezionali e iniziarono a farsi conoscere in giro per il mondo, da Sydney a Detroit, da Tokyo a Stoccolma. In Spagna la Munster Records fece uscire un e.p. con la cover dei Dead Kennedys “Too Drunk To Fuck”. Per il terzo album &#8211; prodotto da Ken Chambers (il cantante dei Moving Targets) – con una formazione nuova, i RCK firmarono per la Survival Records, la più grande etichetta rock indipendente australiana: loro erano l’unica band di un altro continente su Survival. Jeff Dahl aveva suonato coi RCK e gli erano piaciuti molto, così fece uscire un singolo per la sua etichetta. A quel punto il gruppo iniziò a cambiare stile. Buck ascoltava hardcore, noise, jazz, così il sound iniziò a spostarsi verso territori differenti. Per Il quarto disco tornarono alla Spliff Records e registrarono a Ginevra, in Svizzera, al Les Forces Motrices con David Weber. <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/HATE-YOURSELVES-2ème-album.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8821" title="HATE YOURSELVES (2ème album)" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/HATE-YOURSELVES-2ème-album.jpg" alt="" width="222" height="222" /></a></strong>Probabilmente questo è stato il loro disco migliore, il più personale e originale. Ma questa fu la fine della band. Verso la metà dei Novanta erano stati molto noti in Francia, ma poi le cose iniziarono a sgonfiarsi. Nell’ultimo periodo a volte capitò che suonassero davanti a cinque persone.</p>
<p><strong>Sei mai stato in tour con loro? </strong><strong>Se sì, hai qualche aneddoto interessante che puoi raccontarci?</strong><br />
Sì, sono stato on the road con loro un po’ di volte. I RCK erano un gruppo davvero selvaggio dal vivo, “black &amp; wild” come amavano descriversi. Pascal “Buck” Roussel live era terrificante, come se fosse ipnotizzato, con gli occhi sbarrati, totalmente pazzo. Ma, al contempo, i RCK erano noti per essere tipi molto divertenti. Nel documentario un giornalista svizzero dice che era incredibile: questi ragazzi erano così oscuri sul palco e così divertenti nella vita di tutti i giorni. Pascal era uno davvero intelligente.</p>
<p><strong>Ho trovato online una vecchia intervista a Buck; risale al 1990 e lui era piuttosto incazzato per il fatto che diceva che era quasi impossibile vendere più di 1000 copie dei dischi e poche persone venivano a vedere i concerti. </strong><strong>Cosa mi puoi dire a riguardo?</strong><br />
Al loro picco, verso il 1991-92, i RCK hanno venduto 2000 dischi, suonando molto in giro e arrivando a guadagnarci dei soldi. Con l’arrivo della terza formazione e il cambio di stile è iniziata la decadenza. Comunque era ancora un periodo buono per la musica, confronto a quello che succede oggi.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/ILLUSIONS-19943ème-album.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8822" title="ILLUSIONS 1994(3ème album)" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/ILLUSIONS-19943ème-album.jpg" alt="" width="225" height="225" /></a></strong><strong>Una domanda difficile, ma obbligatoria… vorrei parlare di Buck. Sicuramente era l’anima e la mente del gruppo, e mi piacerebbe sapere che tipo di persona era, che vita conduceva… qualcosa per capire meglio il suo carattere e la sua personalità.</strong><br />
Sicuramente guardando il documentario riuscirai a capire molto a questo riguardo. È una storia lunga. Però è vero, Buck era i RCK. Posso raccontare solo il lato pubblico della sua vita ed era un tipo brillante. Realista sulle faccende della vita e sui fatti legati alla politica. Ma anche pessimista riguardo a tutto e niente. La sua ragazza, i suoi amici e la sua musica erano tutta la sua vita. Prima di morire aveva fatto diversi progetti. I RCK dovevano cambiare nome, ad esempio. Non era schizofrenico, ma aveva una personalità doppia: da un lato c’era il tizio pessimista verso il futuro, dall’altra uno divertentissimo, sempre pronto a scherzare, che in città era conosciuto da tutti.</p>
<p><strong>Solo se te la senti di parlarne, puoi dirci qualcosa a riguardo della morte di Buck?</strong><br />
Buck è morto nel mese di gennaio del 1997, a casa sua, impiccandosi. E la sua ragazza era lì… una vera tragedia. I RCK avevano suonato il loro ultimo concerto una settimana prima: ufficialmente doveva essere l’ultimo prima del cambio di nome del gruppo. Buck aveva dei progetti in mente e per noi era impossibile immaginare che si sarebbe suicidato. Aveva denaro, una ragazza davvero in gamba, un nightclub, un negozio di dischi, una casa, motociclette, automobili, una vita davvero figa. Nell’ultimo concerto aveva ancora cantato “I wanna die…” e la cosa ci aveva fatto sorridere. E invece, alla fine…</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/UP-AGAINST-THE-WALL-1996-4ème-album.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8823" title="UP AGAINST THE WALL- 1996 (4ème album)" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/UP-AGAINST-THE-WALL-1996-4ème-album.jpg" alt="" width="226" height="226" /></a></strong><strong>Sei ancora in contatto con gli ex RCK? Sai di cosa si occupano e se sono ancora interessati alla musica?</strong><br />
Sì certo. Fanno ancora musica, qualcuno lavora anche nell’industria discografica e tutti hanno famiglia e bimbi. Il primo batterista è un regista adesso. JP è sempre in tour con artisti come Keziah Jones e Archive. Il primo chitarrista vive a Parigi, suona in un piccolo gruppo per divertimento. Stéphane, il bassista pazzo, a volte suona in un gruppo rock molto selvaggio per farsi due risate. E così l’ultimo bassista e l’ultimo chitarrista. L’ultimo batterista ha iniziato a fare musica contemporanea con macchine e computer, ma non capisco proprio ciò che suona.</p>
<p><strong>Cosa pensi del dvd sulla storia del gruppo? Non pensi che sarebbe interessante se i dischi fossero ristampati?</strong><br />
È difficile parlarti del dvd visto che ho contribuito a farlo; ufficialmente figuro come consulente, in realtà sono stato co-regista. Per quanto riguarda le ristampe, io dico che è meglio di no: a chi frega dei RCK? Però spesso abbiamo pensato a una compilation di gruppi di Clermont-Ferrand che fanno cover dei RCK. Magari un giorno…</p>
<p><strong>C’è ancora qualche tipo di seguito o – almeno – una riconoscimento del valore dei RCK adesso in Francia?</strong><br />
No, I RCK sono solo un ricordo. Ci sono tantissimi grandi gruppi che vengono dimenticati e loro sono fra questi. Ma è bello che ogni tanto ci sia qualcuno come te che se ne ricorda. È la cosa migliore che può accadere, per ricordare la band e Buck.</p>
<h3><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/3eme-EP-front-1994.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8813" title="3eme EP - front - 1994" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/3eme-EP-front-1994.jpg" alt="" width="226" height="226" /></a>Jeff Dahl</strong></h3>
<p>Alla fine degli anni Ottanta avevo letto qualche recensione dei loro primi lavori  e mi ero fatto l&#8217;idea che fossero un gruppo che dovevo provare a sentire, ma era impossibile trovare copie dei loro dischi in California e Arizona, all&#8217;epoca.<br />
Alla fine trovai un indirizzo di posta e iniziai a corrispondere e diventai amico con Buck&#8230; ci mandavamo lettere e scambiavamo dischi. La loro musica mi piaceva moltissimo. Quando poi andai in tour in Francia mi incontrai con Buck un paio di volte, andammo a cena assieme e facemmo delle jam sul palco: era un ragazzo molto a posto e un grande musicista.<br />
Appena iniziai con la mia etichetta personale (<em>la Ultra Under &#8211; n.d.a.</em>), chiesi loro se volevano fare un singolo e loro gentilmente acconsentirono. E&#8217; uno dei miei preferiti tra tutti i dischi che ho pubblicato: roba scura e rock, molto eccitante.<br />
Tutte le volte che ho avuto a che fare con Buck è stato piacevole e positivo, quindi per me è stato uno shock apprendere della sua morte.<br />
Mi capita ancora di pensare a lui e mi piace sempre la musica che lui e i RCK facevano.</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/bx5i0Chkglg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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<p><em>Assemblare, tradurre e scrivere questo pezzo è stata un&#8217;impresa che ha portato via molte ore, ma che è stata possibile solo e unicamente grazie all&#8217;aiuto fondamentale di alcune persone. Per cui mi sembra importante, anche se è un po&#8217; bizzarro, rendere onore e merito a tutti. E allora&#8230; ringraziamenti/thanx to:<br />
<strong>Roberto Gagliardi</strong> (per i contatti, per il primo album dei RCK, per la grandissima disponibilità e per l&#8217;amicizia&#8230; e se non me li avessi consigliati tu 10 anni fa, non li avrei mai conosciuti i RCK); <strong>Patrick Foulhoux</strong> (thanx for the interview and the great help: you rock); <strong>Joël Caron</strong> (thank you for the amazing interview and for the copy of your great documentary); <strong>Jeff Dahl</strong> (for the friendship, the help and for being the great rocker he is)</em><br />
Foto di <strong>Fred Lonjon</strong></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Di seguito un riassunto documentale di tutte le info cronologiche relative al gruppo (formazioni, cambi, concerti, session in studio, dischi etc etc) &#8211; per gentile concessione di Joël Caron. Clicca sui thumb per aprire il documento a tutto schermo.</p>
<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-1.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-1-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 1" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8839" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-2.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-2-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 2" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8840" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-3.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-3-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 3" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8841" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-4.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-4-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 4" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8842" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-5.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-5-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 5" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8843" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-6.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-6-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 6" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8844" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-7.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-7-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 7" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8845" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-8.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-8-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 8" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8846" /></a> <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-9.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/MUSICOS-CONCERTS-ENREGISTREMENTS-9-150x150.jpg" alt="" title="MUSICOS, CONCERTS, ENREGISTREMENTS - 9" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-8847" /></a></p>
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		<title>Fatti un trip sullo scuolabus</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/05/yellow-school-bus-factory-antistatic-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 05:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Yellow School Bus Factory: garage psych all'ennesima potenza, con brani robusti - che non si vergognano di mostrare i muscoli - rotti da intermezzi noise]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/antis.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8135" title="antis" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/antis.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Yellow School Bus Factory – <em>Antistatic!</em> (Autoproduzione, 2011)<br />
</strong><br />
Uh, roba che scotta, baby. I <a href="http://www.myspace.com/yellowschoolbusfactory"><span style="text-decoration: underline;">Yellow School Bus Factory</span></a> (di Aosta) giungono al secondo disco, dopo che il primo (<em>Operation Big Bear</em>, EP uscito per la Stuprobrucio Records) se lo erano cagati in pochi. Un vero peccato, da non ripetere adesso, perché i ragazzi capitanati da Davide Bortolato ci sanno fare. Immaginate di saltare su una giostra colorata con forti accenti Sixties veloce, ipercinetica, allucinata e spassosa: vi farete un bel viaggio lisergico, scenderete inebetiti e soddisfatti. Questo disco è infatti imbevuto di psichedelia anni Sessanta, pieno zeppo di voci riverberate, chitarre che creano vortici deliranti manco fossero imbracciate dagli Who, melodie zuccherose ma complicate. Il tutto filtrato con la lente d&#8217;ingrandimento del garage, del surf, del rockabilly.</p>
<p>Per gli amanti delle definizioni: garage psych all&#8217;ennesima potenza, con brani robusti, che non si vergognano di mostrare i muscoli, rotti da intermezzi noise memori della lezione impartita dalla scena indie a stelle e strisce degli anni Novanta, utilissimi a scongiurare l&#8217;inserimento dei nostri nel filone bollito dello sterile revival. È proprio questo il punto di forza di <em>Antistatic!</em>: l&#8217;essere legato a una musica dalle radici consolidate, ma suonare allo stesso tempo fresco e moderno, delicatamente sperimentale e funzionalmente tosto. Dodici pezzi coerenti e coesi, da ascoltare e riascoltare (l&#8217;album non è immediatissimo, entra in circolo piano) dove vi sembrerà di assistere a un folle incontro orgiastico tra Byrds, Flaming Lips, i già citati Who, Buffalo Springfield, Dinosaur Jr, Kinks, Seeds.<br />
<em>Antistatic!</em> è l&#8217;ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che in Italia esiste un sottobosco rock&#8217;n'roll che merita la nostra attenzione.</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/8TeUFa4Sb-8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>La repubblica delle (tre) banane</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/05/trio-banana-baby-save-my-soul-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 11:11:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Trio Banana: Bubca records colpisce ancora, con un cd-r di lo-fi noise punk blues decisamente godibile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/banana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8000" title="banana" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/banana.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Trio Banana &#8211; <em>Baby Save My Soul</em> (Bubca, 2011)</strong></p>
<p>Hey, vieni anche tu nei <a href="http://www.myspace.com/bubcarecords"><span style="text-decoration: underline;">Bubca</span></a> boys! Come dici? Sono casinisti, caciaroni, ubriachi e squinternati? Beh, ma dovrebbe essere il motivo per unirti a loro, cazzo. Ah, ok, non ti fidi di certa gente perché hai ascoltato una volta una cassetta dei <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/duodenumb">Duodenum</a></span> e sei dovuto correre a confessarti per l&#8217;orrore. Allora tranquillo. Torna pure coi Rinco boys e salutaci caramente Alberto Castagna. Anche perché qui abbiamo di meglio da fare, tipo spararci il cd dei <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/triobanana">Trio Banana</a></span>, nuova creatura dell&#8217;etichetta più ricercata dall&#8217;Interpol per violazione dei canoni della decenza più basilari. E buttala via&#8230;</p>
<p>50-copie-50, nel solito Bubca-formato cd-r, ma per la prima volta con copertina a colori, questo <em>Baby Save My Soul</em> è un rigurgito incontenibile di punk, noise, lo-fi e blues (e come avrebbe potuto essere diversamente?). La vera chicca è che rispetto alla media delle ultime uscite Bubca &#8211; avvelenate fino al midollo e schiumanti dalla bocca &#8211; nei Trio Banana si ravvisa la presenza di canzoni. Magari non costruite e cesellate finemente, ma l&#8217;impressione è che ci sia un tipo diverso di approccio, quasi ragionato. Diciamo almeno quanto un macrocefalo schizofrenico in acido possa essere ragionevole e progettuale.<br />
Questo per dire che sotto ai quintali di zozzeria lo-fi e alla registrazione da manicomio criminale c&#8217;è anche una certa consistenza e dei bei brani (davvero). Tanto che &#8211; orrore e bestemmia &#8211; verrebbe da chiedersi cosa ne uscirebbe se i nostri tre talebani registrassero leggemente meno in cessofonia.</p>
<p>&#8220;Il 2012 è dietro l&#8217;angolo&#8230; la fine è vicina e questa è la sua colonna sonora&#8221;. E sticazzi&#8230; forza Bubca.</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/BMfOmLs0_dc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Dilapidando gli Eighties</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 19:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
				<category><![CDATA[Monografie]]></category>
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		<category><![CDATA[Elvis]]></category>
		<category><![CDATA[Exile on Main Street]]></category>
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		<category><![CDATA[Jean Luc Godard]]></category>
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		<category><![CDATA[rock]]></category>
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		<description><![CDATA[I Pussy Galore sotto una lente d'ingrandimento... o sotto il fondo di un bicchiere vuoto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/pg.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7596" title="pg" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/pg.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a>I riff sgangherati e la rivisitazione del cut up nella forma canzone dalla forma romanzo sono il marchio di fabbrica della band di Washington D.C.<br />
I <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pussy_Galore_%28band%29"><span style="text-decoration: underline;">Pussy Galore</span></a>, adottati dalla Grande Mela, mutuano il nome da un personaggio del film <em>Agente 007 &#8211; Missione Goldfinger</em> (1964) e si sono destreggiati perfezionando pochi minimali <em>leit motiv</em>: una completa identificazione con i canoni estetici lo-fi, una smodata passione per il garage blues più necrofilo, un’attitudine irriverente e arrogante, retaggio del punk. Il tutto esaltato da quantità di droghe sintetiche e flirt con gli scenari del porno vintage.<br />
Jon Spencer e soci hanno battuto una nuova strada sia come prototipi di un genere sconosciuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sia nel senso peripatetico del “battere” propriamente la strada.<br />
Attingendo e saccheggiando a piene mani dal mainstream per centrifugarlo con elementi noise della nascente e outsider scena alternativa rumoristica, hanno finito per conciliare l’inconciliabile. Una ricetta irripetibile: basi hip-hop spruzzate come panna montata in un pentolone di brodo primordiale fatto di feedback chitarristico lancinante.</p>
<p>Capaci di reinventarsi un <em>Bignami</em> del rock paraculo con il loro ultimo album <em>Historia De La Musica Rock</em> (1990), hanno avuto anche l’audacia di brutalizzare ed esumare l’intoccabile masterpiece stoniano <em>Exile on Main Street</em>, di profanarlo tra acrobazie demenziali e propositi avanguardisti senza mai precipitare nello sbrodolamento compiaciuto fine a se stesso &#8211; da veri becchini sonici.<br />
Lontani anni luce dagli standard snob che caratterizzano solitamente le avanguardie rock, senza tanti giri di parole, i Pussy Galore sono stati e restano gli anti Sonic Youth; anche se insieme alla Gioventù Sonica hanno bevuto dallo stesso calice fino a ubriacarsi di pionierismo noise, rispetto al team  Moore-Gordon, non hanno mai cercato di addomesticare e ripulire un genere fino a presentarlo impacchettato con tanto di fiocco alla corte di MTV. Soprattutto hanno avuto l&#8217;involontaria lungimiranza di durare poco. Poco più di un lustro, col piede spinto sull’acceleratore e il rosso fisso della benzina, detonando cacofoniche gemme, destrutturando e oltraggiando il monolite del rock con sferzate di reproba pornografia<em>.</em></p>
<p>I Pussy Galore si sono presi la briga di fare lo sporco lavoro di spazzini del rock&#8217;n'roll. Hanno decapitato Elvis, per poi imbastire un banchetto stralunato di ritmi sincopati sul suo corpo-hamburger, mentre il punk ha rinnegato The King, in qualche modo lo ha anche imitato esasperandone il lato narcisistico e autodistruttivo, con quel grottesco epilogo di Sid Vicious che canta &#8220;My Way&#8221; di Sinatra, ma che di fatto sta imitando l’interpretazione del brano fatta da Elvis.<br />
Elvis adora il suo pubblico, Sid  spara a chi è in sala e i Pussy Galore semplicemente non tengono più conto del pubblico&#8230; a loro basta e avanza aver sezionato anatomicamente il rock&#8217;n'roll.<br />
Un rovesciamento semantico di tale portata è rintracciabile soltanto in altre forme espressive: ad esempio nel cinema con  Jean Luc Godard e il suo monumentale <em>Historie(s) du cinema</em>, guarda caso un titolo che sarà profetico anche per il turbolento quartetto.<br />
Per la prima volta nella <em>historia</em> del rock l’oggetto del desiderio-interesse di una band si sposta verso la specificità della materia trattata, dalla mera abilità di saper fare o meno canzoni da classifica.</p>
<p>Nessuno finora ha raccolto ancora il testimone di questo capitale, tante false partenze e vicoli ciechi. Se i  Sonic Youth si sono venduti alle major, gli Swans hanno colto la frenesia dell’epoca con ritmi macilenti da sparasi sulle palle dopo cinque minuti, i Butthole Surfers hanno giocato troppo sul lato freak e <em>weird</em> per essere credibili, i Pussy Galore &#8211; seppur dilapidando il patrimonio da loro stessi accumulato troppo in fretta &#8211; rappresentano storicamente l’anello sonoro mancante tra gli anni Ottanta e i Novanta.</p>
<p><strong>Discografia consigliata:</strong></p>
<ul>
<li><em>Exile on Main Street</em> (cassetta, 1986, Shove &#8211; ltd 550 copie)</li>
<li><em>Right Now!</em> (LP, 1987, Caroline)</li>
<li><em>Dial M for Motherfucker</em> aka <em>Make Them All Eat Shit Slowly</em>, aka <em>New Album By Pussy Galore</em> (LP, 1989, Caroline)</li>
<li><em>Historia De La Música Rock</em> (LP, 1990, Caroline)</li>
<li><em>Corpse Love: The First Year</em> (CD, 1992, Caroline)</li>
<li><em>Live: In The Red</em> (LP, 1998, In the Red)</li>
</ul>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/xwO1RFLUbiM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Un ascensore per gli anni Novanta</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 06:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Verdena]]></category>

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		<description><![CDATA[Love In Elevator – Il giorno dell&#8217;assenza (Epic&#38;Fantasy Music/Go Down Records, 2010)
 
 
Figli della gioventù sonica di metà anni Novanta, unitevi e copulate. Possibilmente in ascensore, come suggeriscono da ragione sociale i Love In Elevator.
I Marlene Kuntz di Catartica, gli Afterhours di Hai paura del buio? sono per me un piacevole ricordo di quando, adolescente o poco più, sognavo il mio Eldorado di stupefacenti e scopate insieme a un manipolo di dannatissimi sfigati come me. Poi il lavoro, le responsabilità, l&#8217;amore stabile, il normalizzarsi delle cose hanno rimesso tutto ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/cop-LIE.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7102" title="cop LIE" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/cop-LIE.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Love In Elevator – <em>Il giorno dell&#8217;assenza</em> (Epic&amp;Fantasy Music/Go Down Records, 2010)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Figli della gioventù sonica di metà anni Novanta, unitevi e copulate. Possibilmente in ascensore, come suggeriscono da ragione sociale i <a href="http://www.myspace.com/amoreinascensore"><strong>Love In Elevator</strong></a><span id="more-7100"></span>.</p>
<p>I Marlene Kuntz di <em>Catartica</em>, gli Afterhours di <em>Hai paura del buio?</em> sono per me un piacevole ricordo di quando, adolescente o poco più, sognavo il mio Eldorado di stupefacenti e scopate insieme a un manipolo di dannatissimi sfigati come me. Poi il lavoro, le responsabilità, l&#8217;amore stabile, il normalizzarsi delle cose hanno rimesso tutto a posto. Per questo, quando arrivarono i Verdena, per me erano già fuori tempo massimo; ero passato ad altro.</p>
<p>Ma la musica, come i fatti della vita, è ciclica. Per cui, quando ho avuto tra le mani questo <em>Il giorno dell&#8217;assenza</em>, ho saputo tornare sui miei passi, analizzare tutto con mente più lucida, sgombra da inutili e dannosi pregiudizi; e sono riuscito, quindi, ad apprezzare la proposta del terzetto composto da Anna Carazzai, Christian Biscaro e Roberto Olivotto. I quali, bisogna dirlo, possiedono ulteriori frecce al proprio arco che non siano le affinità stilistiche con i gruppi citati sopra: una vena psichedelica parecchio pronunciata, ad esempio, che fa schizzare in orbita un pezzo come “Dune”, dalla progressione vorticosa degna delle migliori cose dei Motorpsycho di <em>Timothy&#8217;s Monster</em> (ancora gli anni Novanta); un bel taglio stoner, ascoltare per credere “Bulletto”: basso ultradistorto che fa da tappeto a una chitarra che sembra uscita dritta dritta da <em>Vincebus Eruptum</em>; una buona capacità di dilatare i brani per poi farli esplodere gettandoli in turbinosi crescendo strumentali (la parte centrale di Mancubus, pura furia stoner-psych).</p>
<p>Infine, è apprezzabile anche il timbro della Carazzai, che contrasta la generale ruvidezza del suono con eteree linee vocali che rimandano a gruppi shoegaze tipo Slowdive e Asobi Seksu.</p>
<p>Convincono di meno, invece, quando si avvicinano troppo a certe cose dei Verdena (“Mata Hari”, “Messalina”).</p>
<p>Insomma, tutto sommato a me sono piaciuti; ci sanno fare, i ragazzi.</p>
<p>Si esce vivi dagli anni Novanta?</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="334" src="http://www.youtube.com/embed/oiaVCckqnK0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Niente basso, non si transige</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/12/hazey-tapes-ep-recensione/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 20:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Yvonne Ducksworth]]></category>

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		<description><![CDATA[Due chitarre, batteria, voce e niente basso per un buon rock grunge indie noise. Questa è la ricetta degli Hazey Tapes]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/ht.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6371" title="ht" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/ht.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Hazey Tapes &#8211; <em>ep</em> (autoprodotto, 2010)</strong></p>
<p>E&#8217; bizzarro come uno si renda conto dei propri cambiamenti solo quando sono avvenuti e &#8211; probabilmente &#8211; irreversibili. Così si trova lì con il punto interrogativo disegnato sulla capoccia, come un fumetto idiota, a pensare: &#8220;Ma come è che adesso è così, ma sei anni fa era l&#8217;opposto?&#8221;. Dico questo perché l&#8217;ascolto degli <a href="http://www.myspace.com/hazeytapes"><strong>Hazey Tapes</strong></a> mi ha portato una di queste epifanie da hard discount e non potevo fare a meno di condividere il momento con voi&#8230;</p>
<p>Sono sicuro che cinque o sei anni orsono, pieno di incazzatura (long story), livore, arroganza e stravizi, avrei maltrattato questa band in maniera truce e insensata; probabilmente avrei scritto qualcosa tipo (cito da una recensione d&#8217;epoca): &#8220;Io purtroppo ho l&#8217;apocalittica visione di un consesso di universitari  fuori sede, coi pantaloni militari, i magliocini di lana, le borse a  tracolla e le spillette attaccate ovunque, che ascoltano il gruppo in  piedi davanti al palco, muovendo la testolina o il bacino cercando di  seguire il tempo. E qualcuno guarderà le tette delle due componenti  senza prestare attenzione alla musica. Ecco, se lo prendiamo come University Student Oriented  Rock, allora forse il tutto acquista un senso&#8221;. L&#8217;unica cosa che avrei cambiato è la locuzione &#8220;delle due componenti&#8221; che sarebbe divenuta &#8220;della cantante&#8221;.<br />
Invece devo dire che, nonostante incazzatura, livore e stravizi non manchino anche ora (forse l&#8217;arroganza è &#8211; per fortuna &#8211; venuta meno), in questi Hazey Tapes ho trovato un piacevole ascolto serale; certo non sono esattamente ciò che più mi piace piazzare nel mio stereo, a livello di genere e sonorità, ma fanno un buon rock&#8217;n'roll grunge decostruito, con tocchi lievemente noise e indie. Insomma roba molto &#8211; ma proprio molto &#8211; anni Novanta, con il plus di una formazione con due chitarre senza basso (assetto che amo alla follia da sempre).</p>
<p>Sono ruvidi, ma molto ruffiani, complice anche la voce di Angelika che mi ricorda Kim Gordon shakerata con Nena, Pauline Murray e Yvonne Ducksworth; forse i brani sono leggermente troppo dilatati (eccetto il primo, gli altri quattro superano i quattro minuti, a volte abbondantemente), ma a compensare c&#8217;è una produzione pulita senza essere leccata e patinata&#8230; requisito indispensabile per far sì che proposte simili non divengano la parodia di se stesse, trasformandosi in materiale da GQ, MTV e acronimi vari per fighetteria assortita.</p>
<p>Date loro una chance, potrebbero essere una bella scoperta.</p>
<p><center><object width="540" height="328"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/PGewfh-wtdg?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/PGewfh-wtdg?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="328"></embed></object></center></p>
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		<title>E il lupo si fece addomesticare&#8230;</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/grinderman-grinderman-2-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 05:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Birthday Party]]></category>
		<category><![CDATA[blues]]></category>
		<category><![CDATA[Grinderman]]></category>
		<category><![CDATA[La morte di Bunny Munro]]></category>
		<category><![CDATA[Mute]]></category>
		<category><![CDATA[Nick Cave]]></category>
		<category><![CDATA[Nick Cave and the Bad Seeds]]></category>
		<category><![CDATA[noise]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>

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		<description><![CDATA[Grinderman &#8211; Grinderman 2 (Mute, 2010)
I fan di personaggi controversi e intensi come Nick Cave sono portati per imprinting a essere onnivori: si succhiano qualsiasi prodotto a prescindere. Anche il sottoscritto apparteneva al girone di questi cannibali saccheggiatori del Re Inkiostro, fino a qualche lavoro fa: esattamente fino al primo disco con i Grinderman e all&#8217;ultima fatica letteraria &#8211; La morte di Bunny Munro &#8211; del bardo australiano.
Il Nick Cave redento, artisticamente parlando (da Boatman Call in poi), che ha trasformato i suoi demoni in cherubini e la sua misantropia ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/grinderman2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5960" title="grinderman2" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/grinderman2.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Grinderman &#8211; <em>Grinderman 2</em> (Mute, 2010)</strong></p>
<p>I fan di personaggi controversi e intensi come <a href="http://www.nick-cave.com/"><strong>Nick Cave</strong></a> sono portati per imprinting a essere onnivori: si succhiano qualsiasi prodotto a prescindere. Anche il sottoscritto apparteneva al girone di questi cannibali saccheggiatori del Re Inkiostro, fino a qualche lavoro fa<span id="more-5957"></span>: esattamente fino al primo disco con i Grinderman e all&#8217;ultima fatica letteraria &#8211; <em>La morte di Bunny Munro</em> &#8211; del bardo australiano.</p>
<p>Il Nick Cave redento, artisticamente parlando (da <em>Boatman Call</em> in poi), che ha trasformato i suoi demoni in cherubini e la sua misantropia in estroversione filantropica, ha tempo da “perdere” nella sua soleggiata residenza nel sud dell’Inghilterra. Sembra volersi rifare sul tempo sprecato a riempire siringhe di roba e gigioneggia, adesso, con poetiche musicali che gli furono care un tempo, con cui primeggiava e cavalcava il selvaggio furore anarchico e anticristiano dei i Birthday Party agli inizi degli anni Ottanta.</p>
<p>Se <em>Grinderman</em> era un <em>divertissement</em> giustificabile per spezzare la routine di ciò che restava dei “semi malvagi” con secchiate di noise blues e graffiti di cluster funky, <em>Grinderman 2</em> è l’involuzione gratuita dell’opera prima. Inutile tavolozza abbozzata di un manierismo noioso e referenziale, composta con un&#8217;abilità da mestierante.</p>
<p>Cave pare aver scambiato il noise di un tempo con la noia che genera un disco del genere; così che ai primi ascolti pare che dietro la sfuggevolezza e impalpabilità che caratterizzano l’intero album possa nascondersi qualcosa di più sostanzioso. Ma dopo ripetuti giri nel lettore cd si giunge all’ossimoro di una sostanza inconsistente.</p>
<p>La scimmia ritratta sulla copertina del primo disco ha lasciato il posto a un lupo famelico, in questo secondo. La bestia sbava e si aggira in un salotto, e come è risaputo i lupi addomesticati non fanno paura.</p>
<p><center><object width="540" height="328"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qj9W4bGVB9o?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/qj9W4bGVB9o?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="328"></embed></object></center></p>
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		<title>Noise non noise</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/the-pepiband-panic-recensione/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 16:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[alternative rock]]></category>
		<category><![CDATA[cd]]></category>
		<category><![CDATA[grunge]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[noise]]></category>
		<category><![CDATA[The PepiBand]]></category>

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		<description><![CDATA[The PepiBand &#8211; Panic (autoprodotto, 2010)
The PepiBand è un quartetto siracusano devoto alla disciplina del noise-alternative rock con striature fugaziane, riflessi dreampop e divagazioni indie. E se dovessimo scrivere l&#8217;etichetta di un ipotetico alimento che si chiama The PepiBand dovremmo aggiungere, in piccolo a fine elenco, un &#8220;può contenere tracce di grunge&#8221;.
Pur non essendo io un fan del genere non posso nascondere di avere ascoltato il cd con piacere &#8211; nonostante la partenza col classico atteggiamento un po&#8217; prevenuto che contraddistingue le brutte persone come me. Sono bravi questi quattro ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/pepi2.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5899" title="pepi2" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/pepi2.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>The PepiBand &#8211; <em>Panic</em> (autoprodotto, 2010)</strong></p>
<p><a href="http://www.myspace.com/thepepiband"><strong>The PepiBand</strong></a> è un quartetto siracusano devoto alla disciplina del noise-alternative rock con striature fugaziane, riflessi dreampop e divagazioni indie<span id="more-5896"></span>. E se dovessimo scrivere l&#8217;etichetta di un ipotetico alimento che si chiama The PepiBand dovremmo aggiungere, in piccolo a fine elenco, un &#8220;può contenere tracce di grunge&#8221;.</p>
<p>Pur non essendo io un fan del genere non posso nascondere di avere ascoltato il cd con piacere &#8211; nonostante la partenza col classico atteggiamento un po&#8217; prevenuto che contraddistingue le brutte persone come me. Sono bravi questi quattro ragazzi e i sette anni di prove e concerti che hanno sul groppone si sentono tutti.</p>
<p>Sono noise, ma non rumorosi e fastidiosi come certe noise band sprovvedute sanno essere&#8230; anzi, i The PepiBand sanno essere spesso ruffiani, piazzando la melodia giusta e giocandoci, scongiurando l&#8217;effetto casino senza capo né coda. Già, qui è tutto molto organizzato, matematico se vogliamo; come è giusto che sia, perché la basilarità delle loro canzoni si rafforza con la rigida disciplina che non lascia respiro all&#8217;autoindulgenza fine a se stessa.</p>
<p>Bravi, dunque. Certo, qui il rock&#8217;n'roll sanguigno sta a zero, ma per variare ogni tanto il cromatismo della dieta musicale sono una buona alternativa. Specialmente nei due episodi più lunghi&#8230; una suite da 9:03 e una da 8:25 minuti (con coda ghost). Provare per credere.</p>
<p>[Potete scaricare il promo <a href="http://www.archive.org/details/ThePepiband-Panic"><strong>QUI</strong></a>]</p>
<p><center><object width="540" height="328"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/BArIMnxx2X4?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/BArIMnxx2X4?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="328"></embed></object></center></p>
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