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	<title>Black Milk Magazine &#187; indie</title>
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		<title>Balla che ti passa</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 10:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Green Records sfodera un 7" di punkgaragesoulindierock da leccarsi i baffi; loro si chiamano The Dancers e dovreste ascoltarli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/dancers.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-10478" title="dancers" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/dancers-299x300.png" alt="" width="299" height="300" /></a>The Dancers &#8211; 7&#8243; (Green Records, 2011)</strong></p>
<p>E caspita. Ne son passati di anni dall&#8217;ultima volta in cui ho avuto un disco Green tra le mani e il tempo ha fatto il suo effetto&#8230; nel senso che se per me Green Records è stata sinonimo di hardcore (e post hardcore con faccende tipo Burning Defeat) a metà anni Novanta, ora le cose sembrano radicalmente mutate.</p>
<p>Questi <a href="http://www.myspace.com/thedancersmusic" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">The Dancers</span></a>, infatti, suonano un rock garage indie nervoso e rock&#8217;n'roll come quello di alcune band pazzesche, ma minori, di fine Novanta (mi sovvengono i Vue, gli Starlite Desperation, i Go!&#8230; ma anche alcune cose dei più blasonati Nation Of Ulysses e International Noise Conspiracy).</p>
<p>Qui c&#8217;è la velocità del punk/protohardcore, il groove del soul più zozzo, l&#8217;immediatezza dei riff garage e l&#8217;imprevedibilità di un cantato sguaiato al punto giusto.</p>
<p>Roba bastarda e ben fatta che &#8211; ahinoi &#8211; potrebbe anche piacere ai modaioli di turno, i quali come al solito hanno solo gli strumenti per dire che è &#8220;figa&#8221;, ma non per capirla o viverla.</p>
<p>Bravi davvero.</p>
<p><center><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/uruWpyZwFwE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Musica per spettatori di vite</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/09/stephen-malkmus-and-the-jicks-mirror-traffic-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 07:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ex Pavement Stephen Malkmus torna con i suoi Jicks per un disco che potrebbe musicare un libro di D. Coupland. E il Selaschetti ce lo spiega, sputando perle di esistenzialismo e saggezza come fossero acini d'uva masticati ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-Traffic.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9061" title="Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-Traffic" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-Traffic.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Stephen Malkmus and the Jicks &#8211; <em>Mirror Traffic</em> (Matador, 2011)</strong></p>
<p><a href="http://stephenmalkmus.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Stephen Malkmus</span></a> è tornato gioitene tutti! Eh sì perché di gente così poco inquadrabile in schemi e categorie è sempre utile circondarsi, se si vuole tirare fuori qualcosa di buono da questa esistenza così amara.<br />
E inoltre se vi mettete ad ascoltare <em>Mirror Traffic</em> ve ne portate a casa ben due se considerate che il tutto è stato prodotto da quel bel diavolo di un Beck.</p>
<p>Per arrivare qui ne ha davvero battuti molti di marciapiedi il leader dei Pavement, gruppo leggendario dalle svise dissonanti che ti lasciano perplesso all&#8217;inizio, ma poi ti procurano piacere (un po&#8217; come torturarsi le pellicine che sulle prime danno fastidio a toccarle, ma poi regalano attimi di grande piacere personale).</p>
<p>Musicalmente la rotta intrapresa da Stephen e i suoi Jicks ha superato &#8211; e di molto &#8211; i luoghi e i posti spesso frequentati nelle passate esperienze con i Pavement; e in alcuni punti la mano del produttore potrebbe aver preso il sopravvento, come in &#8220;Asking Price&#8221; ad esempio.<br />
Certo, non manca il ritorno a qualche <em>lick</em> di scala musicale sgangherata più affine alle vite precedenti di questo artista (in &#8220;Stick Figure&#8217;s In Love&#8221; e nella bellissima &#8220;Tiger&#8221;), ma poi niente più. Pollicino Malkmus ha deciso di perdersi nel suo nuovo bosco musicale assieme al nuovo amichetto Beck.</p>
<p>Il risultato finale è ottimo, spiazzante ma quieto, in grado di generare una sottile euforia piacevole, con spazi strumentali ideali per rendere questo album la colonna sonora perfetta per un film tratto da un libro di D. Coupland. Arie lievi, strambe al limite del surreale e i suoi testi in grado di dare freschezza e interesse a banali momenti della vita quotidiana (&#8220;We are the tigers/We need separate rooms&#8221;) o di tirar fuori da queste buone cose di pessimo gusto degli ovetti kinder di Colombo di pura saggezza: &#8220;I know what the senator wants/What the senator wants is a blow job/I know what everyone wants/What everyone wants is a blow job&#8221; (confermo).</p>
<p>Non è tanto del rock da sbronza con litigio e &#8220;scia-i che ti di-coo&#8230;&#8221;, quanto un ottimo compagno per quei momenti in cui le speranze della vita sono passate e con loro anche tutte le ansie di farcela o non farcela. E quando capiterà ti metterai seduto sul marciapiede, ti accenderai una sigaretta o tirerai giù un sorso dalla lattina di birra prima che diventi calda; ti scoprirai a guardare da semplice spettatore, per la prima volta senza troppa animosità, quella roba strana che ti ha fatto penare e a volte sussultare. In quel momento sarebbe perfetto far partire &#8220;Jumblegloss&#8221; dall&#8217;iPod di Dio.</p>
<p>La vita è abbastanza bella dopo tutto (anche grazie a te Stephen).</p>
<p><center><iframe width="480" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/BEHxbNe0q68" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Il lato gioioso della morte</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/04/bass-drum-of-death-gb-city-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 10:03:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bass Drum Of Death: i Black Keys hanno un valido avversario?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/cover-Bass-Drum-Of-Death.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7370" title="cover Bass Drum Of Death" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/cover-Bass-Drum-Of-Death.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Bass Drum Of Death &#8211; <em>GB City</em> (Fat Possum/Inflated, 2011)<br />
</strong><br />
Ascoltare quintalate di r’n’r è un piacere: ma che ve lo dico a fare a voi lettori di questa gagliarda webzine. In alcuni casi è finanche terapeutico. Però può anche essere ammorbante. A chi non capita di affilare dischi tutti uguali, anonimi, che non riesci a distinguere?<br />
Be’, al primo ascolto, l’esordio dei <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://bassdrumofdeath.blogspot.com">Bass Drum Of Death</a></span> ha rischiato di finire non nelle lista “nera” ma in quella “grigia” sì. Di finire, cioè, nella massa informe di quei dischi che ascolti una volta &#8211; anche con piacere, per carità &#8211; ma poi li abbandoni a soffocare di polvere sullo scaffale meno in vista.</p>
<p>Complice il fumo che esce dalle bocche dei due nella foto di copertina, mi ci sono messo di buzzo buono. E alla fine questa band del Mississippi guidata dal giovane cantante-chitarrista John Barrett ce l’ha fatta alla grande a riconquistare terreno. Il merito va ascritto tutto ai pezzi meno diretti, psichedelici e paranoici come “Velvet Itch”, “Spare Room” e “Leaves”, che m’hanno “costretto” ad un ascolto più attento.<br />
“Piano piano, poco poco, come piace a noi”, citando il Crozza/Marzullo, ho iniziato ad apprezzare anche il blues-punk fuzzoso e un po’ indie della opening track “Nerve Jamming”, l’imitazione della Blues Explosion intenta a rifare i Beatles di “GB City” e persino le derive lo-fi oasisiane della conclusiva “Religious Girls”.</p>
<p>Non c’avrei scommesso un centesimo, eppure mi tocca ammettere che i Bass Drum Of Death chiudono con una promozione a pieni voti per il suono gioioso e al contempo sinistro come il r’n’r dovrebbe sempre essere. I fan dei Black Keys sono avvisati.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="520" height="323" src="http://www.youtube.com/embed/WCQyXjgXavs" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 06:56:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Argetti: nonostante il nome da incubo post peperone ripieno, una band di grande Lookout sound. Pop punk molto pop, che farebbe sciogliere la canotta a Lawrence Livermore per l'emozione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/arg.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7001" title="arg" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/arg.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Argetti &#8211; <em>New Seeds</em> (No Reason, 2011)</strong></p>
<p>Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di <a href="http://www.myspace.com/argetti"><strong>Argetti</strong></a> (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco&#8230; ma per favore!) sia davvero difficile da trovare &#8211; così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L&#8217;impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.</p>
<p>Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l&#8217;ho messo nel lettore cd. E&#8217; stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell&#8217;Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.</p>
<p>Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l&#8217;etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l&#8217;emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un&#8217;altra roba). Per utilizzare il solito giochino del &#8220;somiglia a&#8221;, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.</p>
<p>Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati <em>twentysomething</em>. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po&#8217; di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk&#8230;</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="435" src="http://www.youtube.com/embed/Z1VlIxyvu6c" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>I love you Babies</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 11:02:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Psichedelia pop, garage spruzzato di blues-folk e indie rock dei Novanta: ecco i The Babies, da New York]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cover-The-Babies.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6953" title="cover The Babies" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/cover-The-Babies.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><strong>The Babies </strong>- s/t (Shrimper, 2011)</p>
<p>Sono biondini, bellini, emaciati in modo (ancora) accettabile, con jeans stretti rigorosamente sgarrati sulle ginocchia. Non sto sfogliando l’ultimo numero di <em>Vanity Fair</em> comodamente seduto sulla tazza del cesso; sono seduto, sì, ma di fronte allo schermo del computer e quella che sto vedendo e la prima foto che mi capita a tiro di web dei <a href="http://www.myspace.com/thebabiesnyc"><strong>Babies</strong></a>. Si tratta della band composta dalla cantante-chitarrista Cassie Ramone delle <a href="http://www.freewebs.com/viviangirls/"><strong>Vivian Girls</strong></a> e dal bassista dei <a href="http://www.myspace.com/woodsfamilyband"><strong>Woods</strong></a> Kevin Morby, con Justin Sullivan dei <a href="http://www.myspace.com/bossyposse"><strong>Bossy</strong></a> a percuotere le pelli.</p>
<p>Pare che Cassie e Kevin abbiano condiviso per un po’ un appartamento a New York. E siccome non fanno i cuochi, invece di mettere su una tavola calda a Brooklyn hanno pensato bene di formare un gruppo parallelo. Dopo due apprezzati 7” su Wild World e Make A Mess Records, esce ora l’album dato alle stampe dalla “mitica” Shrimper, che da vent’anni spaccia il lo-fi americano senza aver mai riscosso grandi consensi.</p>
<p>Gli undici pezzi dell’album sono avvolgenti e amabili, né più né meno, in bilico tra psichedelia pop (“Run Me Over”, “Wild 2”), garage spruzzato di blues-folk (“Voice Like Thunder”, “Breakin’ The Law”, “Sick Kid”) e indie rock dei Novanta &#8211; di cui i tre sono indubbiamente figli.</p>
<p>Ho letto una recensione nella quale l’esperto Compagnoni scrive testualmente “indie rock a doppia voce che passa dalle parti dei Pastels”. Sottoscrivo in pieno perché il mood generale è molto simile a quello degli scozzesi (“All Things Come To Pass”, “Wild 1”). Ma qui c’è pure del punk da cantina umida da non sottovalutare (“Personality”) e una bella botta di solarità che esplode magnificamente nella hit “Meet Me In The City”, che sembra eseguita dai Pixies piombati nel pop degli anni Sessanta. Questo per la cronaca e per i lettori di Black Milk che vogliono la ciccia.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="334" src="http://www.youtube.com/embed/YhFGg6ujF2w" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Che abbiano davvero ragione i topi?</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/01/edipo-hanno-ragione-i-topi-recensione/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 18:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immaginate di essere in una sala giochi con Tricarico che cambia i gettoni alla cassa e un bel biliardino al centro della sala dove si sta svolgendo un’accesa sfida tra la coppia Bugo-Beck e la coppia Daniele Silvestri-Max Gazzè. Mangiato pesante? No, è Edipo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/01/cover-Edipo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6498" title="cover Edipo" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/01/cover-Edipo.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Edipo – <em>Hanno ragione i topi </em>(Foolica, 2010)<br />
</strong><br />
Non ho mai amato i cantautori, la musica elettronica e il cosiddetto pop italiano formato indie, a parte rare eccezioni: diciamo Ivan Graziani e Luigi Tenco tra i cantautori, Suicide e Clock DVA nel versante elettronica e non mi dispiacciono certe cose di Perturbazione e Virginiana Miller per quanto riguarda l’indie-pop made in Italy. Tanto per dire che il disco in questione avrei dovuto bypassarlo alla grande. Peraltro <a href="http://www.myspace.com/edipomastersystem"><strong>Edipo</strong></a>, il monicker che si è scelto questo ragazzo bresciano (all’anagrafe Fausto Zanardelli), spiace dirlo ma mi fa cacare nonostante sia un omaggio a <em>Edipo Re</em> di Pasolini. Però apprezzo il lavoro dell’etichetta che ha prodotto questo disco così trendy. E allora una volta fatto trendy ho non potevo che fare trentuno.</p>
<p>In un pomeriggio postprandiale libero, mentre rispondevo ad alcune e-mail, ho infilato il cd nel lettore del computer e azionato Winamp convinto di reggere al massimo un paio di pezzi. E invece il disco mi s’è tirato al punto di rimetterlo da capo una seconda volta e poi decidere di “scenderlo” in macchina per allietare il solito percorso mattutino casa-asilo di mia figlia-lavoro. Decisamente non male viste le premesse.<br />
D’altronde, al di là dei gusti personali, i 10 pezzi dell’album sono costruiti oggettivamente bene con ritornelli orecchiabili e spesso intelligenti. Sono solo “canzonette”, ma scombiccherate al punto giusto e piene di interessanti <em>calembour </em>linguistici e messaggi condivisibili.</p>
<p>Immaginate di essere in una sala giochi con Tricarico che cambia i gettoni alla cassa e un bel biliardino al centro della sala dove si sta svolgendo un’accesa sfida tra la coppia Bugo-Beck e la coppia Daniele Silvestri-Max Gazzè.<br />
Entrando nello specifico dei brani aggiungo che il ritornello di “È banale stare male” è un po’ scontato, ma volente o nolente entra in testa come certi vecchi pezzi dei Prozac +.<br />
Il monologo campionato (?) in “Petrarca” è una scelta che denota stile. Il finto rap iniziale e il ritornello killer di “Appartamenti” mi hanno riportato al mio ultimo periodo da studente fuorisede. I sintetizzatori vintage di “Sono qui ma torno subito” disegnano gustosi arabeschi psichedelici. La tecno di “Hai Hai Hai Hai” fa uscire il truzzo che è in tutti noi. “Per fare un tavolo” è un potenziale hit da Mtv Brand:New che parte alla Offlaga Disco Pax per poi stravolgere letteralmente il capolavoro di Gianni Rodari, musicato ai tempi da due signori che si chiamavano Luis Bacalov e Sergio Endrigo: “Per fare un tavolo serve un motivo / come ad esempio per fare un pasto / per fare un pasto serve la fame / per far la fame servono i debiti / per fare i debiti serve la droga / per fare i debiti serve la droga / per far la droga ci vuole un fiore, un fiore bello da morire / ecc.</p>
<p>Chi avesse curiosità può ascoltare l’intero disco in streaming <a href="http://edipo.bandcamp.com/album/hanno-ragione-i-topi"><strong>qui</strong></a>.</p>
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		<title>Niente basso, non si transige</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 20:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Yvonne Ducksworth]]></category>

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		<description><![CDATA[Due chitarre, batteria, voce e niente basso per un buon rock grunge indie noise. Questa è la ricetta degli Hazey Tapes]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/ht.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6371" title="ht" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/ht.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Hazey Tapes &#8211; <em>ep</em> (autoprodotto, 2010)</strong></p>
<p>E&#8217; bizzarro come uno si renda conto dei propri cambiamenti solo quando sono avvenuti e &#8211; probabilmente &#8211; irreversibili. Così si trova lì con il punto interrogativo disegnato sulla capoccia, come un fumetto idiota, a pensare: &#8220;Ma come è che adesso è così, ma sei anni fa era l&#8217;opposto?&#8221;. Dico questo perché l&#8217;ascolto degli <a href="http://www.myspace.com/hazeytapes"><strong>Hazey Tapes</strong></a> mi ha portato una di queste epifanie da hard discount e non potevo fare a meno di condividere il momento con voi&#8230;</p>
<p>Sono sicuro che cinque o sei anni orsono, pieno di incazzatura (long story), livore, arroganza e stravizi, avrei maltrattato questa band in maniera truce e insensata; probabilmente avrei scritto qualcosa tipo (cito da una recensione d&#8217;epoca): &#8220;Io purtroppo ho l&#8217;apocalittica visione di un consesso di universitari  fuori sede, coi pantaloni militari, i magliocini di lana, le borse a  tracolla e le spillette attaccate ovunque, che ascoltano il gruppo in  piedi davanti al palco, muovendo la testolina o il bacino cercando di  seguire il tempo. E qualcuno guarderà le tette delle due componenti  senza prestare attenzione alla musica. Ecco, se lo prendiamo come University Student Oriented  Rock, allora forse il tutto acquista un senso&#8221;. L&#8217;unica cosa che avrei cambiato è la locuzione &#8220;delle due componenti&#8221; che sarebbe divenuta &#8220;della cantante&#8221;.<br />
Invece devo dire che, nonostante incazzatura, livore e stravizi non manchino anche ora (forse l&#8217;arroganza è &#8211; per fortuna &#8211; venuta meno), in questi Hazey Tapes ho trovato un piacevole ascolto serale; certo non sono esattamente ciò che più mi piace piazzare nel mio stereo, a livello di genere e sonorità, ma fanno un buon rock&#8217;n'roll grunge decostruito, con tocchi lievemente noise e indie. Insomma roba molto &#8211; ma proprio molto &#8211; anni Novanta, con il plus di una formazione con due chitarre senza basso (assetto che amo alla follia da sempre).</p>
<p>Sono ruvidi, ma molto ruffiani, complice anche la voce di Angelika che mi ricorda Kim Gordon shakerata con Nena, Pauline Murray e Yvonne Ducksworth; forse i brani sono leggermente troppo dilatati (eccetto il primo, gli altri quattro superano i quattro minuti, a volte abbondantemente), ma a compensare c&#8217;è una produzione pulita senza essere leccata e patinata&#8230; requisito indispensabile per far sì che proposte simili non divengano la parodia di se stesse, trasformandosi in materiale da GQ, MTV e acronimi vari per fighetteria assortita.</p>
<p>Date loro una chance, potrebbero essere una bella scoperta.</p>
<p><center><object width="540" height="328"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/PGewfh-wtdg?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/PGewfh-wtdg?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="328"></embed></object></center></p>
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		<title>Apri la finestra, c&#8217;è un po&#8217; di odore di revival</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/fallingice-measuit-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 12:40:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alkemist Fanatix]]></category>
		<category><![CDATA[Fallingice]]></category>
		<category><![CDATA[grunge]]></category>
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		<category><![CDATA[rock]]></category>

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		<description><![CDATA[Fallingice: un manifesto postdatato del fall-out causato dall'esplosione dei Nirvana. Grunge da MTV anni Novanta, ma made in Italy e fatto nel secolo successivo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/falling.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5945" title="falling" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/falling.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Fallingice &#8211; <em>Measuit</em> (Ukdivision/Alkemist Fanatix, 2010)</strong></p>
<p>Dopo una manciata di bicchieri di Barbera di Govone e una mattinata di quelle spese in solitudine totale a frullare merda col minipimmer del cervello, piazzare questo cd dei <a href="http://www.myspace.com/fallingice"><strong>Fallingice</strong></a> nel lettore è una strana <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Madeleine_%28dolce%29">madeleine</a></strong> proustiana. Tipo che &#8211; volente o nolente (soprattutto nolente) &#8211; ho avuto un flash e per qualche minuto mi è parso di avere ancora 25 anni e di rivivere quel periodo (che orribilmente adesso sembra quasi bello) del fallout grunge, ossia il picco appena seguente al boom dei Nirvana.<br />
C&#8217;era Videomusic e spuntavano come funghi i video di band di squinternati che fino a poche settimane prima giravano hamburger da McDonald&#8217;s o friggevano pollo da Kentucky Fried Chicken, e all&#8217;improvviso si trovavano un contratto con la Warner in mano. E non erano &#8211; mediamente &#8211; neppure band atroci: solo tutte simili, fotocopiate. Ma per carità&#8230; milioni di volte meglio loro della pappa rigurgitata pop/dance che imperava poco prima.</p>
<p>Ecco, i Fallingice sono davvero una specie di manifesto postdatato di quell&#8217;epoca, con il loro indie grunge patinato, cattivo ma non truce, con la giusta melodia sempre a portata di mano. Bravi senza dubbio, piacevoli da ascoltare, maestri nel maneggiare le attrezzature del genere&#8230; peccato che è roba già detta, ridetta e stradetta. Da overdose assicurata.</p>
<p>Chissà: se arriverà il revival dei Novanta e delle loro sonorità grunge-derivate, loro saranno in prima fila di sicuro&#8230; e in bocca al lupo. Per il resto, parafrasando obliquamente i vecchiacci: it&#8217;s only rock&#8217;n'roll, but you may like it.</p>
<p><center><object width="540" height="430"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XEX6KMwr2AE?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XEX6KMwr2AE?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="430"></embed></object></center></p>
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		<title>Noise non noise</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/the-pepiband-panic-recensione/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 16:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[alternative rock]]></category>
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		<category><![CDATA[The PepiBand]]></category>

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		<description><![CDATA[The PepiBand &#8211; Panic (autoprodotto, 2010)
The PepiBand è un quartetto siracusano devoto alla disciplina del noise-alternative rock con striature fugaziane, riflessi dreampop e divagazioni indie. E se dovessimo scrivere l&#8217;etichetta di un ipotetico alimento che si chiama The PepiBand dovremmo aggiungere, in piccolo a fine elenco, un &#8220;può contenere tracce di grunge&#8221;.
Pur non essendo io un fan del genere non posso nascondere di avere ascoltato il cd con piacere &#8211; nonostante la partenza col classico atteggiamento un po&#8217; prevenuto che contraddistingue le brutte persone come me. Sono bravi questi quattro ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/pepi2.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5899" title="pepi2" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/pepi2.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>The PepiBand &#8211; <em>Panic</em> (autoprodotto, 2010)</strong></p>
<p><a href="http://www.myspace.com/thepepiband"><strong>The PepiBand</strong></a> è un quartetto siracusano devoto alla disciplina del noise-alternative rock con striature fugaziane, riflessi dreampop e divagazioni indie<span id="more-5896"></span>. E se dovessimo scrivere l&#8217;etichetta di un ipotetico alimento che si chiama The PepiBand dovremmo aggiungere, in piccolo a fine elenco, un &#8220;può contenere tracce di grunge&#8221;.</p>
<p>Pur non essendo io un fan del genere non posso nascondere di avere ascoltato il cd con piacere &#8211; nonostante la partenza col classico atteggiamento un po&#8217; prevenuto che contraddistingue le brutte persone come me. Sono bravi questi quattro ragazzi e i sette anni di prove e concerti che hanno sul groppone si sentono tutti.</p>
<p>Sono noise, ma non rumorosi e fastidiosi come certe noise band sprovvedute sanno essere&#8230; anzi, i The PepiBand sanno essere spesso ruffiani, piazzando la melodia giusta e giocandoci, scongiurando l&#8217;effetto casino senza capo né coda. Già, qui è tutto molto organizzato, matematico se vogliamo; come è giusto che sia, perché la basilarità delle loro canzoni si rafforza con la rigida disciplina che non lascia respiro all&#8217;autoindulgenza fine a se stessa.</p>
<p>Bravi, dunque. Certo, qui il rock&#8217;n'roll sanguigno sta a zero, ma per variare ogni tanto il cromatismo della dieta musicale sono una buona alternativa. Specialmente nei due episodi più lunghi&#8230; una suite da 9:03 e una da 8:25 minuti (con coda ghost). Provare per credere.</p>
<p>[Potete scaricare il promo <a href="http://www.archive.org/details/ThePepiband-Panic"><strong>QUI</strong></a>]</p>
<p><center><object width="540" height="328"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/BArIMnxx2X4?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/BArIMnxx2X4?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="328"></embed></object></center></p>
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		<title>Un monolocale alla Bastiglia</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/09/no-strings-left-la-prise-de-la-bastille-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Sep 2010 13:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[bubblegum]]></category>
		<category><![CDATA[college rock]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[New Model Label]]></category>
		<category><![CDATA[No Strings Left]]></category>
		<category><![CDATA[pop-punk]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>

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		<description><![CDATA[No Strings Left &#8211; La Prise de la Bastille (New Model Label, 2010)
Un altra uscita per l&#8217;attivissima New Model, che stavolta punta sui partenopei No Strings Left, giunti al debutto sulla lunga distanza (dopo un ep).
E ora inizia il difficile&#8230; perché, onestamente, in questo album non trovo particolari motivi di interesse e godimento: indie, punk, pop, rock e qualche spruzzo di psichedelia, per un risultato finale che definirei &#8211; per usare una dicitura ormai in disuso &#8211; college rock.
Il tutto con riferimento colti e/o non del tutto consueti, che culminano ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/No-Strings-Left.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5033" title="No Strings Left" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/No-Strings-Left.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>No Strings Left &#8211; <em>La Prise de la Bastille</em> (New Model Label, 2010)</strong></p>
<p>Un altra uscita per l&#8217;attivissima <a href="http://nmlrecords.wordpress.com/"><strong>New Model</strong></a>, che stavolta punta sui partenopei <a href="http://www.myspace.com/nostringsleft"><strong>No Strings Left</strong></a>, giunti al debutto sulla lunga distanza (dopo un ep)<span id="more-5027"></span>.</p>
<p>E ora inizia il difficile&#8230; perché, onestamente, in questo album non trovo particolari motivi di interesse e godimento: indie, punk, pop, rock e qualche spruzzo di psichedelia, per un risultato finale che definirei &#8211; per usare una dicitura ormai in disuso &#8211; <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/College_rock"><strong>college rock</strong></a>.<br />
Il tutto con riferimento colti e/o non del tutto consueti, che culminano in un brano di chiusura dal piglio futurista (per chiudere il cerchio, visto l&#8217;intro marinettiano): 12 minuti di rumore, campionamenti, spezzoni live lo-fi e chissà che altro (confesso di non essere riuscito a sentirlo tutto, mi si perdoni la scarsa professionalità).</p>
<p>Il problema è che il tutto scorre via senza lasciare alcuna traccia &#8211; né buona, né cattiva. Tragicamente, avrei preferito che i No Strings Left mi facessero davvero schifo, almeno avrei potuto banalmente stroncare il tutto e chiudere la pratica in maniera non indolore, ma netta.<br />
Invece non è così, perché il disco è costruito su brani dignitosi e senza dubbio curati, registrati bene e suonati in maniera convincente. A mancare è la scintilla che colpisca la fantasia, il guizzo che ti fa sentire il formicolio alla bocca dello stomaco e il brivido sulla schiena&#8230; come se questi quattro ragazzi avessero tanto ottimo mestiere, ma una capacità di comunicare ancora da raffinare e sviluppare: bravi e impeccabili, ma standardizzati e freddi.</p>
<p>Sarà sicuramente la classica questione di gusti, visto che la band è tutto tranne che sprovveduta. Però un po&#8217; più di sangue, sudore e disperazione gioverebbero &#8211; indipendentemente da ciò che piace e non piace&#8230; il rock&#8217;n'roll non può prescindere da queste faccende, fino a prova contraria.</p>
<p><center><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/EpONNzP9-pQ?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/EpONNzP9-pQ?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></center></p>
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