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	<title>Black Milk Magazine &#187; folk</title>
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		<title>Tarantole &amp; filtrini</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 05:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo-fi, garage, pop, weird folk; Re Tarantola ed Emma Filtrino sono in due e hanno lo scazzo generazionale nel sangue]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/tarantola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10559" title="tarantola" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/tarantola.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il Re Tarantola ed Emma Filtrino – <em>Il nostro amore sa di tabacco</em> (Kandisky Records, 2011)</strong></p>
<p>Duo bresciano al secondo disco, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/ilretarantola" target="_blank">Il Re Tarantola ed Emma Filtrino</a></span> (ovvero Manuel Bonzi e Emma Ducoli) mettono sul piatto una proposta vivace e fresca, volutamente lo-fi e “sgangherata”, come tengono a precisare loro.<br />
Viene in mente la generazione di <em>slacker</em> cantata da Beck, Pavement e Guided By Voices negli anni Novanta e raccontata da Douglas Coupland in <em>Generazione X</em>: scazzo a profusione, elogio dell&#8217;approssimazione (&#8220;Abitiamo in una casa fredda, non sappiamo cucinare/Siamo lontani dalla perfezione, ma cerchiamo di stare allegri&#8221;, cantano nella title track) che traveste un lucido sarcasmo niente affatto banale. Raramente infatti capita di ascoltare nel nostro Paese liriche che abbinano semplicità e riflessioni pungenti sul vivere quotidiano dei trentenni o giù di lì senza essere presuntuose e saccenti, difetto che invece è ben presente in molti cosiddetti cantautori della scena nazionale.</p>
<p>Non si prendono particolarmente sul serio, si/ci pigliano pure un po&#8217; per il culo, risultando indubbiamente simpatici: come non sorridere di fronte  all&#8217;autoanalisi spietata dei sogni infranti e della conseguente ammissione delle proprie incapacità in &#8220;I Love You Maddalena&#8221;, o della stortissima descrizione di come ci si deve stupidamente comportare alle feste comandate in &#8220;Fiesta&#8221;?</p>
<p>Il punto forte del Re Tarantola sta proprio nella capacità di coniugare leggerezza nell&#8217;esposizione a un&#8217;osservazione centratissima del mondo giovanile contemporaneo: &#8220;Qualcuno dice che dovrei studiare, qualcun&#8217;altro di andare a lavorare/Non sono nato per far ciò, propendo di star fermo sul divano/ Sto degenerando, sorrido e mi compiaccio, sto degenerando nel mio sguardo vuoto&#8221;, tre semplici versi che dicono più di qualsiasi articolo di un qualsiasi sociologo.</p>
<p>Musicalmente il duo si pone a metà strada tra un&#8217;attitudine garage-scassona, ma che fa l&#8217;occhiolino al pop, e il weird folk stralunato del primo Bugo, quello di <em>Sentimento westernato</em> – non quella triste macchietta in mano ai discografici che è diventato oggi – con i due picchi rappresentati dalla già citata &#8220;Fiesta&#8221; e la conclusiva &#8220;27 anni&#8221;, sghembissime folk songs zoppe e ubriache.</p>
<p>L&#8217;unica nota stonata è il suono della chitarra, veramente troppo pulito per il genere proposto: l&#8217;avrei resa più sporca e zozzona. Ma qui a Black Milk siamo tutti dei porcelloni, si sa.</p>
<p><center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/U1D2T6_UXX8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Milkshake di cervello alla banana</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 18:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ep per il tour francese del Trio Banana: suite per cervelli implosi, sinfonie per amigdale macerate nella tequila e usate come palline da ping pong]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/11/banana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9706" title="banana" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/11/banana.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><strong>Trio Banana &#8211; <em>Scream Your Dreams</em> (Bubca, 2011)</strong></p>
<p>Il <a href="http://www.myspace.com/triobanana" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Trio Banana</span></a>, dopo <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/05/trio-banana-baby-save-my-soul-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><em>Baby Save My Soul</em></span></a>, torna a farsi vivo con un ep appositamente prodotto per il recente tour in terra di baguette, camembert e champagne. Un classico cd-r in stile <a href="http://www.myspace.com/bubcarecords" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Bubca</span></a>, con le scritte a pennarello sul dischetto che fanno tanto banchetto abusivo a Scampia, ma ti danno anche la garanzia totale di genuinità e scassoneria &#8211; due qualità senza cui la Bubca non sarebbe la Bubca, ma solo una delle altre etichette che sfornano roba senza molto cuore o direzione.</p>
<p>Veniamo alla musica. Il tutto è inciso decisamente meglio rispetto al lavoro precedente e i pezzi presenti svelano in maniera inconfondibile l&#8217;animo più psichedelico, psicotropo e psichiatrico del trio; questo significa che i brani hanno forti connotazioni tendenti alla jam acida e stralunata, fatta di rock, folk, blues punk (una traccia in particolare ha un riff killer palesemente alla Gun Club), garage e sperimentazione sguaiata. Suite per cervelli implosi, sinfonie per amigdale macerate nella tequila e usate come palline da ping pong.</p>
<p>Il punk qui c&#8217;è, e a tonnellate, ma il Trio Banana non suona punk nel senso tradizionale del termine. In pratica raggiungono quel sublime livello in cui sai che loro sono punk e suonano punk, ma senza fare punk seguendo le formule note e codificate. Concludendo&#8230; niente <a href="http://www.youtube.com/watch?v=-X296gWQH5w" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Grappa Bocchino</span></a>, ma musica per drogarsi e godersi ogni istante dello sconvolgimento.</p>
<p><center><iframe width="480" height="355" src="http://www.youtube.com/embed/pd6k7hKuCOE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>C&#8217;est la vie, Sélavy</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/09/vernon-selavy-recensione/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 06:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Shit Music For Shit People]]></category>
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		<description><![CDATA[Garage-country-folk-r'n'r d'essai dal Piemonte: sono in due e si chiamano Vernon Sélavy]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/vernon.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-9129" title="vernon" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/vernon.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Vernon Sélavy – s/t 7” (Shit Music For Shit People, 2011)</strong></p>
<p>La Shit Music For Shit People è indubbiamente una di quelle etichette che ci piacciono. Poche uscite mirate, studiate a dovere e curate nei minimi particolari: tutte cose riuscite ed interessanti, bocconcini prelibati per chi apprezza le sonorità garage-country-folk-r&#8217;n'r.</p>
<p>Non fa difetto il debutto del duo piemontese <a href="http://www.facebook.com/pages/Vernon-S%C3%A8lavy/135214233207161" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Vernon Sélavy</span></a>, alias Vincenzo Marando dei Movie Star Junkies e Roberto Grosso Sategna (Ten Dogs).</p>
<p>Super-duo? Beh, qui l&#8217;esperienza c&#8217;è e si sente: il 7” raccoglie tre brani dall&#8217;atmosfera folk blues rugginosa e dall&#8217;andamento suadente, dove l&#8217;impronta melodica è sempre ben presente. I nostri fanno filotto pieno, a partire dagli umori desertici di &#8220;Apple Seeds&#8221;, dove sembra di sentire i concittadini Dead Cat In A Bag (e di conseguenza Tom Waits). Sa di blues elegiaco ed elegantemente scarno la successiva &#8220;The River Knows Me&#8221;, mentre la conclusione è affidata al soul ed alle note di organo della bella &#8220;The Way It Goes&#8221;. Non vi aspettate quindi il caos e l&#8217;elettricità del gruppo madre di Marando, qui si respira rilassatezza.</p>
<p>Era da parecchio tempo che dovevo ascoltare un 7&#8243; così riuscito: il consiglio è di ascoltarlo sorseggiando una buona birra (o un buon Whiskey, fa lo stesso).</p>
<p>P.S. Plauso particolare alla bellissima copertina disegnata da Matteo dei Mojomatics.</p>
<p><center><iframe width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/mF4JiGhT1jY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Dements are go</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/07/dements-pigs-fuck-allright-ep-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 07:43:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Thee Dements “tradiscono” la Bubca per cedere alle lusinghe della straniera Burning Hell: punk rock, blues, folk e delirio lo-fi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/dem.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8944" title="dem" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/dem.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Thee Dements &#8211; <em>Pigs Fuck Allright ep</em> (Burning Hell, 2011)</strong></p>
<p>Ebbene, riecco i <a href="http://www.myspace.com/theedements"><span style="text-decoration: underline;">Thee Dements</span></a>, che &#8220;tradiscono&#8221; la loro <a href="http://www.myspace.com/bubcarecords"><span style="text-decoration: underline;">Bubca Records</span></a> per cedere alle lusinghe della straniera <a href="http://www.myspace.com/burninghellrecords"><span style="text-decoration: underline;">Burning Hell</span></a>. Da questo connubio nasce un 7&#8243; ep vinilico (buco grosso, oh sì) che raccoglie tre brani appartenenti alla primissima produzione del gruppo. Scelta bizzarra, visto che nel frattempo i Dementi hanno sfornato parecchia altra roba, ma si sa&#8230; questa è gente stramba, poco raccomandabile e perennemente in stato di delirio erotico-musicale, quindi non è nemmeno salutare farsi troppe domande.</p>
<p>La sostanza è sempre quella: punk rock, blues, folk e delirio lo-fi scatarrato da un duo che ha inciso i propri brani in cucina (probabilmente dopo aver scolato un doppio litro di rosso della Coop in offerta specialissima). Se vi facevano schifo prima, li odierete ancora di più sentendo <em>Pigs Fuck Allright ep</em>; se vi piacevano o li tolleravate, continuerete a farlo, visto che qui ci sono solo conferme &#8211; nel bene o nel male. E infine, se siete Bubca-dipendenti, non potete privarvi di questa scheggia che completa l&#8217;universo concettuale di questa label sopra le righe.</p>
<p>Ho un solo dubbio però: questo cacchio di 7&#8243; è ascoltabile sia a 33 che a 45 giri senza particolari problemi e fastidi. Anzi, a 33 giri acquisisce un vaghissimo sapore da field recording spettrale stile Alan Lomax che smussa la sensazione di trascinamento dovuta alla velocità non corretta&#8230; ecco sì, ve lo consiglio a 33 giri. So che i Thee Dements apprezzeranno.</p>
<p><center><iframe width="450" height="367" src="http://www.youtube.com/embed/jZRDWUglyTI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Fotti il marketing, questa è Bubcalandia</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/07/geese-petrified-woods-split-tape-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2011 09:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Geese e Petrified Woods, il nuovo split tape ultralimitato di Bubca. E un signor split... ce la farete a procurarvene uno?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/splittape.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8882" title="splittape" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/splittape.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Geese/Petrified Woods &#8211; split (Bubca, 2011)</strong></p>
<p>Io a quelli della Bubca farei un monumento, ma nel contempo li percuoterei con violenza insensata &#8211; battendo sulle loro zucche vuote con una mazza da baseball di quelle che vendono da Decathlon a 20 carte. E sapete perché? Ve lo dico subito&#8230; questa banda di down posseduti dal rock&#8217;n'roll, che sfornano dischi, cd e 7&#8243; a ciclo continuo, hanno pubblicato questo split tape (un&#8217;altra cassetta, sì) che sul lato A ha una delle band più pazzesche e sconosciute che ho sentito negli ultimi tempi (gli australiani <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/geeseband">Geese</a></span>, paladini di un rock/garage psichedelico da pelle d&#8217;oca)&#8230; ma hanno avuto l&#8217;idea GENIALE (geniale un cazzo, mortacci loro!!!) di farlo uscire in sole 15 copie. E su cassette riciclate di<em> Speak Up</em> (il mefitico rivistone per chi vuole imparare l&#8217;inglese in edicola).<br />
Sul lato B uno dei milioni di gruppi satellite/progetti del Bubca Boyz, il defunto duo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/petrifiedwoods">Petrified Woods</a></span> che fa il suo porco lavoro con un blues/folk/roots acustico e melodico, a tratti spastico a tratti mistico-religioso (ma piagato da una registrazione un po&#8217; troppo lo-fi, con saturazioni assassine che penalizzano una band altrimenti molto valida).<br />
Ma, torno a ripetermi, la vera perla del nastro sono gli australiani, i Geese. Andate a sentirveli e comprate una delle 15 (&#8230;15, cazzo&#8230; siete dei testoni!) copie di questo nastro. E se vi risponderanno che la cassetta è terminata, facciamo una petizione perché ristampino il tutto su cd-r e non in limited edition psichiatrica. Io firmo. Per la madonna.</p>
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		<title>La Muerte goes solo</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/06/dome-la-muerte-poems-for-renegades-recensione/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 15:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dome La Muerte &#8211; Poems For Renegades (Japanapart, 2011)
Chi, leggendo, ha già rispolverato immagini legate a &#8220;gruppetti&#8221; tipo CCM, Not Moving (e Diggers, più recenti), farebbe meglio a tirare immediatamente il freno a mano e a fare un bel respiro.
Già, perché questo debutto solista di Domenico Petrosino, alias Dome La Muerte, non ha nulla a che fare &#8211; a livello di sonorità &#8211; con quanto lui ha fatto nelle sue esperienze musicali più note.
Per intenderci: tanto in precedenza Dome era dilaniato e &#8220;contro&#8221;, tanto in questo debutto si rivela dylaniano ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/06/domecover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8354" title="domecover" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/06/domecover.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Dome La Muerte &#8211; <em>Poems For Renegades</em> (Japanapart, 2011)</strong></p>
<p>Chi, leggendo, ha già rispolverato immagini legate a &#8220;gruppetti&#8221; tipo CCM, Not Moving (e Diggers, più recenti), farebbe meglio a tirare immediatamente il freno a mano e a fare un bel respiro.<br />
Già, perché questo debutto solista di Domenico Petrosino, alias <a href="http://www.facebook.com/pages/DOME-LA-MUERTE-POEMS-FOR-RENEGADES/198821326819148?sk=wall"><span style="text-decoration: underline;">Dome La Muerte</span></a>, non ha nulla a che fare &#8211; a livello di sonorità &#8211; con quanto lui ha fatto nelle sue esperienze musicali più note<span id="more-8353"></span>.</p>
<p>Per intenderci: tanto in precedenza Dome era dilaniato e &#8220;contro&#8221;, tanto in questo debutto si rivela dylaniano e country. Qui c&#8217;è tanto roots, tanto folk rock statunitense, ma anche il blues, la psichedelia campestre un po&#8217; figlia dei fiori e una dose da cavallo di cantautorato intimista e minimale.</p>
<p>Il risultato è un disco che potremmo definire &#8220;maturo&#8221;, per quel che significa. Articolando meglio, diciamo che <em>Poems For Renegades</em> è la faccia oscura del pianeta Dome, che esalta le componenti normalmente meno evidenti del suo essere icona rock&#8217;n'roll, figlio di Keith Richards, Johnny Thunders e Brian Gregory.<br />
Tra ballate urticanti, cavalcate westernate e un paio di cover di Ramones e Dylan, i 14 brani vanno via che è un piacere e non fanno rimpiangere per un istante ciò che Dome fa in altre situazioni. Può bastare?</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/qFh_woP1bZ4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Blues walked like a picciotto</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 19:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il blues abita a Palermo e si veste di hard, psych, proto-stoner, folk. Ecco i Waines]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/cop-waines.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-7470" title="cop waines" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/cop-waines.jpeg" alt="" width="300" height="300" /></a>Waines – <em>Sto</em> (Autoproduzione, 2011)<br />
</strong><br />
C&#8217;è modo e modo di suonare il blues. Personalmente è un genere che non mi cagai mai a sufficienza, fino a che un bel giorno non conobbi i <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/03/jeffrey-lee-pierce-anniversario-morte-miami/"><span style="text-decoration: underline;">Gun Club</span></a>. Dopo <em>Miami</em>, nulla fu più come prima: andai allora alla ricerca del tempo perduto, recuperando le cose della Chess, John Lee Hooker, la Fat Possum, ecc&#8230;<br />
Insomma, mi avvicinai alla musica del diavolo. Ma come tutte le cose belle della vita, da cui ricevi soddisfazione nel farne e nell&#8217;usufruirne, anche il blues va fatto come dio (ops!) comanda: per dire, pollice su per gli artisti citati prima, pollice giù per bluesman plasticosi e artefatti alla Clapton, King e compagnia suonante. Quel blues immobilista, formale (in una parola: finto) lo lascio volentieri ad altri.</p>
<p>I <a href="http://www.myspace.com/3waines"><span style="text-decoration: underline;">Waines</span></a> il blues lo sanno suonare. Questo disco è una bomba, ve l&#8217;assicuro. Sono in tre, vengono da Palermo e <em>Sto</em> è il loro terzo album: undici pezzi dove il genere viene trattato in tutte le sue diramazioni e svariati accoppiamenti: hard, psych, proto-stoner, folk. Gli elementi che contraddistinguono e tengono saldamente unito l&#8217;intero lavoro, rendendolo un blocco di granito omogeneo, sono il groove e l&#8217;approccio “matematico”: il culo che si muove incessante, la testolina che fa costantemente su e giù, sono infatti assicurati da una costruzione certosina delle dinamiche, quasi come se i Don Caballero decidessero di diventare più catchy e melodicamente accessibili.</p>
<p>Il prodotto risulta essere al tempo stesso intrinsecamente moderno e tradizionale: ma quando dico moderno dimenticate le cose da fighetti tipo Black Keys, piuttosto pensate al trattamento che della materia fece la Blues Explosion a metà anni novanta in dischi come <em>Acme</em> ed <em>Orange</em>.<br />
Impossibile citare dei brani piuttosto che altri, in un album che fa della compattezza la sua arma vincente: ma se proprio devo, opterei per i ZZ Top in acido dell&#8217;iniziale “Turn It On”, per la torbida coda psichedelica di “The Pot”, o ancora per l&#8217;attacco stradaiolo e vizioso della pur articolata “Keep It Fast”.</p>
<p>Il discorso è sempre lo stesso: ci sono gruppi in Italia che spaccano il culo a molti nomi ben più blasonati ma con molto meno talento provenienti dall&#8217;estero: gente come Waines, Majakovich, Lovely Savalas, <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/04/gurubanana-karmasoda-recensione/"><span style="text-decoration: underline;">Gurubanana</span></a>, ecc. pagano l&#8217;unica sfortuna di essere italiani. A tutti loro auguro di essere l&#8217;ennesimo caso di fuga dei cervelli, per andare a cogliere le meritate glorie dove magari esiste un pubblico disposto ad ascoltarli.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/Yi-X9nlVGn4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>&#8230;with lyrics and naked girls!</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/04/dements-2nd-record-next-one-will-be-the-3rd-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 05:49:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Thee Dements: come la Cola tarocca del discount. Rancida ma riconoscibile, e con i suoi numerosi estimatori, equamente distribuiti nelle fasce più opinabili della società]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/dements.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7264" title="dements" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/dements.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Thee Dements &#8211; <em>2nd Record, Next One Will Be The 3rd</em> (Bubca, 2011)</strong></p>
<p>Lo-fi is the name of the game. Come al solito, ragazzi, aggiungerei. Perché ormai <strong><a href="http://www.myspace.com/bubcarecords"><span style="text-decoration: underline;">Bubca</span></a></strong> e <strong><a href="http://www.myspace.com/theedements"><span style="text-decoration: underline;">Thee Dements</span></a></strong> sono un marchio come la Cola tarocca del discount: rancida ma riconoscibile, e con i suoi numerosi estimatori, equamente distribuiti nelle fasce più opinabili della società.<br />
Il duo tra l&#8217;altro &#8211; a quanto leggo nello stralunato biglietto d&#8217;accompagnamento che mi hanno inviato col cd &#8211; sta affrontando la difficoltà della relazione a distanza, ma pare che sia già in lavorazione un nuovo disco, quindi si mettano il cuore in pace quelli che già avevano tirato un sospiro di sollievo pensando a un mondo meno zozzo, senza Thee Dements.</p>
<p>Bene, questo <em>2nd Record, Next One Will Be The 3rd</em> è fedele alla linea: punk lo-fi blues folk rock acustico con ottime intuizioni e riff a tratti geniali, capace di segarsi le gambe da sé con una proverbiale attitudine cazzara e casinara ai confini con la demenza (appunto). Direi che la band stessa descrive in maniera impeccabile questo secondo cd-r: &#8220;10 fucking goodements songs! acustic lo-fi mono not punk not funk but junk and drunk. Inside inner paper with lyrics and naked girls! fuck yeah!!!&#8221;. In più non saprei proprio cosa caspita dirvi, se non il solito trito e ritrito avvertimento: potrebbero farvi altamente cagare. E&#8217; roba per stomaci foderati di ghisa, da non prendere con leggerezza.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="510" height="413" src="http://www.youtube.com/embed/1gPITvu-_GI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Il cappotto di legno è il migliore per l&#8217;inverno</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/03/capputtini-i-lignu-cd-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 17:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Capputtini 'i Lignu, un duo blues, punk, rock'n'roll, folk, spiritual, traditional che ti vien da pensare che siano nati da qualche parte tra Memphis e Austin. E invece li trovate a Roma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/capputtini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6713" title="capputtini" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/capputtini.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Capputtini &#8216;i Lignu &#8211; s/t (Jeetkune, 2010)<br />
</strong></p>
<p>E&#8217; stagionatello l&#8217;omonimo cd dei <a href="http://www.myspace.com/capputtiniilignu"><strong>Capputtini &#8216;i Lignu</strong></a> (credo abbia compiuto un anno ormai), quindi i fan del real time e delle ultime novità &#8211; se mai ce ne fosse qualcuno tra questi pochi lettori &#8211; storceranno il naso, con tutte le ragioni del mondo. Però è doveroso colmare una lacuna, sia nei confronti di una label che si sbatte e fa uscire ottime cose, sia per il gusto di ascoltare un bel disco, che alla fine potrà anche invecchiare, ma di sicuro non peggiorare.</p>
<p>Il disegno della copertina, che pare scarabocchiato da una mente con evidenti e conclamati problemi (a grandi linee: tre mostri sghignazzanti hanno appena decapitato una pulzella con una motosega), non racconta molto della band e può essere fuorviante &#8211; no, non fanno scum!<br />
Quindi l&#8217;ascoltatore deve evitare di trarre conclusioni affrettate e fare ciò che la natura vuole: infilare il cd (che è di un bel nero riflettente) nel lettore e aspettare che inizino le danze.</p>
<p>Sono in due i Capputtini &#8211; Kristina (chitarra e voce), Cheb (chitarra, voce, cassa, charleston) &#8211; e scatenano una sarabanda a base di blues, punk, rock&#8217;n'roll, folk, spiritual, traditional che ti vien da pensare che siano nati da qualche parte tra Memphis e Austin. E invece, come spesso accade, la risposta è un secco &#8220;col cazzo!&#8221;, perché sono tutto tranne che americani &#8211; se non ho capito male Cheb è di origini francesi e Kristina è figlia del Belpaese.<br />
Ad ogni modo, pensate alla scuola Goner, col suo ripescaggio della tradizione americana rurale, punkizzata e triturata: dalla torch song alla ballad, passando per il boogie indemoniato e il blues al vetriolo, i Capputtini piazzano la loro bandierina in tutti questi territori, per un risultato finale da menzione d&#8217;onore.</p>
<p>Da ascoltare e riascoltare, magari in più tornate &#8211; visto che in blocco il cd si apprezza sicuramente meno rispetto a un approccio più segmentato, sentendo magari due o tre pezzi a volta; colpa o merito, forse, del piglio lo-fi estremo.</p>
<p>Promossi a pieni voti.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="435" src="http://www.youtube.com/embed/UKFl0SfOnIw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Two Bit or not Two Bit</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/02/two-bit-dezperados-cd-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 18:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Two Bit Dezperados]]></category>

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		<description><![CDATA[Sixties garage, blues, punk, folk, psichedelia, country, roots, americana... i Two Bit Dezperados non si fanno mancare nulla. E voi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/02/2bd.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6666" title="2bd" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/02/2bd.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Two Bit Dezperados &#8211; s/t (Jeetkune, 2010)</strong></p>
<p>E&#8217; di qualche mese fa il secondo lavoro sulla lunga distanza di questi fenomenali <a href="http://www.myspace.com/twobitdezperados"><strong>Two Bit Dezperados</strong></a>, un quartetto che non ho ancora ben capito dove è di stanza (presumo in Italia), visto che tutti scrivono cose tipo &#8220;uniscono Sardegna, Brasile e Portogallo&#8221;, ma dove cazzo abitino &#8216;sti ragazzi non è dato saperlo.</p>
<p>Geografia a parte, questa band è da orgasmo psicosomatico se &#8211; come la natura esigerebbe &#8211; amate Sixties garage, blues, punk, folk, psichedelia e country, che vengono semplicemente mescolati assieme a colpi di cucchiaio, lasciando pezzettoni ben grossi e croccanti.</p>
<p>Praticamente lo scontato paragone coi Detroit Cobras è molto calzante, sia per il cocktail sonoro, sia per la presenza di una notevolissima voce femminile; ma le sfumature sono piuttosto differenti e hanno umori cangianti: più malinconici, molto roots/Americana, con piccoli tocchi di pop raffinato. Qui si muove il culo, si sbatte la testolina, ma ci si dondola anche con quella che potrebbe essere la colonna sonora di un documentario sui cowboy della Barbagia.</p>
<p>L&#8217;unica cosa che mi lascia perplesso è che molte altre recensioni che ho letto parlano di tropicalismo, Os Mutantes e influenze sudamericane. Come dire&#8230; io &#8211; a parte alcuni brani cantati in portoghese (ma solo cantati) &#8211; non è che abbia rilevato tutto questo tropicalismo. Anzi, c&#8217;è molto ottimo garage, ma da qui a mettere sul piatto il beat brasiliano mi pare corra una certa differenza. E, se posso permettermi un giudizio tagliente, è davvero meglio così, perché i Two Bit Dezperados vanno bene proprio così come sono.</p>
<p>Un altro bel colpetto per la <a href="http://www.myspace.com/jeetkunerecords"><strong>Jeetkune</strong></a>. E per chi di voi sarà così furbo da investire pochi euro in questo cd.</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="435" src="http://www.youtube.com/embed/iJ9FO1iTxz4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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