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	<title>Black Milk Magazine &#187; biografia</title>
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		<title>Tessuto cicatriziale a go-go</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 09:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anthony Kiedis e Larry Sloman &#8211; Scar Tissue (Mondadori, 435 pp.)

Scar  Tissue è la confessione-outing di un tossicodipendente. Un&#8217;autobiografia riabilitativa e catartica per il protagonista   Anthony Kiedis, il popolarissimo  frontman dei californiani Red Hot Chili  Peppers.
In effetti, più che leggere le  movimentate vicende dell’esistenza di Kiedis, si ha l’impressione di ascoltarlo mentre si racconta. E&#8217; come se parlasse di  squallidi e asettici centri di recupero sparsi  per la California e il suo pubblico fosse composto da ex sballati e operatori  interessati.
Il sogno ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/kiedis.jpg" alt="kiedis.jpg" /><strong>Anthony Kiedis e Larry Sloman &#8211; Scar Tissue (Mondadori, 435 pp.)<br />
</strong></p>
<p><em>Scar  Tissue</em> è la confessione-<em>outing</em> di un tossicodipendente. Un&#8217;autobiografia riabilitativa e catartica per il protagonista   Anthony Kiedis, il popolarissimo  frontman dei californiani Red Hot Chili  Peppers.</p>
<p>In effetti, più che leggere le  movimentate vicende dell’esistenza di Kiedis, si ha l’impressione di ascoltarlo mentre si racconta. E&#8217; come se parlasse di  squallidi e asettici centri di recupero sparsi  per la California e il suo pubblico fosse composto da ex sballati e operatori  interessati.</p>
<p>Il sogno americano di Anthony passa  per la Los Angeles &#8211; decadente città del vizio e della morte &#8211; in  cui prendono forma e muovono i primi passi i suoi RHCP, che da band  cult per scoppiati freestyle e freak emergono, si gonfiano e deflagrano   per arrivare all&#8217;apoteosi della californicazione suprema.</p>
<p>In tutto ciò si insinuano molte parentesi dolorose e   vicende amare, (stra)fatte di una lunga lista  di amici caduti per overdose &#8211; cominciando dal chitarrista della prima  ora Hillel Slovak, passando per l&#8217;amico-attore River Phoenix.<br />
E poi  una lista altrettanto lunga di   disastrosi tentativi  di disintossicarsi fuggendo da quella  L.A. protagonista assoluta delle liriche di Kiedis,  &#8220;Under the Bridge&#8221; su tutte.</p>
<p>In  <em>Scar Tissue</em>, oltre al fedele diario di bordo  di una rockstar alla deriva,  c’è  l’ostinazione ad andare sempre e comunque avanti: sopravvivere a tutto,  al caos familiare e dei tour, ai caduti per ero e crack, ai fallimenti,  alle groupie da una botta e via, ai collassi psichici di  Flea (l’amico che nonostante gli alti e bassi resta   fedele nel tempo), alla sbornia post boom di  <em>Blood Sugar Sex Magik</em>, alle esuberanze pirotecniche di  Dave Navarro, ai tracolli commerciali di  <em>One Hot Minute</em>.</p>
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		<title>Dee Dee Ramone parla italiano</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 13:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dee Dee Ramone &#38; Veronica Kofman &#8211; Blitzkrieg Punk. Sopravivere ai Ramones (Agenzia X, 192 pp.)

E se fosse l’intera famiglia Ramone  &#8211; a suo tempo &#8211; a essere sopravvissuta a Dee Dee, ai suoi exploit tossici, ai “giochi  fatti” di siringhe e lame, tra la storica girlfriend Connie e gli inseparabili  amici-nemici  di buco Johnny Thunders e Stiv Bators?
Sta di fatto che Blitzkrieg Punk è  un libro che stende.  Il sovradosaggio e l’intensità   di una  vita disperatamente on the road da raccontare ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/blitzkr.jpg" alt="blitzkr.jpg" /><strong>Dee Dee Ramone &amp; Veronica Kofman &#8211; Blitzkrieg Punk. Sopravivere ai Ramones (Agenzia X, 192 pp.)<br />
</strong></p>
<p>E se fosse l’intera famiglia Ramone  &#8211; a suo tempo &#8211; a essere sopravvissuta a Dee Dee, ai suoi exploit tossici, ai “giochi  fatti” di siringhe e lame, tra la storica girlfriend Connie e gli inseparabili  amici-nemici  di buco Johnny Thunders e Stiv Bators?</p>
<p>Sta di fatto che <em>Blitzkrieg Punk</em> è  un libro che stende.  Il sovradosaggio e l’intensità   di una  vita disperatamente on the road da raccontare mette al tappeto.</p>
<p>E’ difficile, in realtà, conciliare  le multi personalità di Dee Dee &#8211; al secolo Douglas Glenn Colvin &#8211; e mettere  insieme il puzzle schizoide. Una vera <em>subterranean  jungle</em>, in cui troviamo il Dee Dee adolescente ribelle in Germania folgorato  sulla via di Elvis e del rock&#8217;n'roll anni Cinquanta; il delinquentello  del Queens, antesignana e ignara icona del punk a cui Sid Vicious  deve praticamente tutto in fatto di iniziazione tossica ed attitudine  on stage; e poi il Dee Dee  drogatissimo, rinchiuso nel suo bunker  privato del Chelsea Hotel, che sbanda barbone per i vicoli del Low East Side di New York solo per racimolare qualche spicciolo da investire in una dose.<br />
Le personalità multiple di Dee Dee si  riversano tutte come affluenti alcoolici nei fiumi e fumi  catartici  di questa autobiografia.<br />
Il bassista dei Ramones è immortalato in  mille immagini, poster di concerti, fanzine. La divisa è sempre impeccabile: jeans strappati, testa roteante (o meglio: rivolta all’indietro),  caschetto alla Brian Jones, t-shirt bianca con qualche stronzata scritta  sopra e basso ciondoloni poggiato sulle gambe. E&#8217; lo stesso che si rimise in gioco, lasciata la sua Ramones-family, inventandosi  di sana pianta Dee Dee King, un improbabile rapper bianco tatuato, sbiellato,  con cappottone, medaglioni, occhialazzi e capelli zombie alla Lou Reed  post elettroshock. Peccato che andasse poco oltre il look, in questa veste trendy.</p>
<p>La confessione di Dee Dee è una vicenda  amara. Lui stesso intuisce l&#8217;epilogo, è consapevole che non ci sarà  un lieto fine, ma piuttosto una <em>end of the century</em> definitiva, fatta  di sfighe che non risparmieranno nessuno del giro Ramones. Neanche il  padre padrone Johnny (Ramone)  con il quale Dee Dee ebbe il rapporto  più velenoso e conflittuale, ma proprio per questo onesto  fino in fondo.</p>
<p>Caduti uno dopo l’altro sotto i colpi  del punk rock, scorrono già i titolo di coda che ne fecero leggenda in  tutto il mondo, mentre epica incede &#8220;The  Good, the Bad and the Ugly&#8221;.</p>
<p>Hey ho, let’s go.</p>
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		<title>Brian Jones: estratto da Death by Misadventure</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 09:44:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un po&#8217; che ci lavoro, ora siamo agli sgoccioli. E cominciamo a fare un po&#8217; di market(t)ing.
Se tutto va bene verso l&#8217;estare uscirà &#8211; per la mitica Tsunami Edizioni &#8211; il mio libro Brian Jones. Death by Misadventure (il titolo è ancora provvisorio e potrebbe cambiare).
Si tratta di una bio-crime-grafia dedicata alla morte del chitarrista degli Stones.
Vi presento di seguito, per buona pesa, un estratto dal capitolo in cui si racconta l&#8217;incontro fondamentale con Anita Pallenberg &#8211; in versione ancora raw e non editata.
Enjoy e&#8230; ci si vede in ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2009/03/BJ-copertina.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1746" title="BJ copertina" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2009/03/BJ-copertina.jpg" alt="BJ copertina" width="300" height="300" /></a>E&#8217; un po&#8217; che ci lavoro, ora siamo agli sgoccioli. E cominciamo a fare un po&#8217; di market(t)ing.</p>
<p>Se tutto va bene verso l&#8217;estare uscirà &#8211; per la mitica Tsunami Edizioni &#8211; il mio libro <em>Brian Jones. Death by Misadventure</em> (il titolo è ancora provvisorio e potrebbe cambiare).</p>
<p>Si tratta di una bio-crime-grafia dedicata alla morte del chitarrista degli Stones.<span id="more-1155"></span></p>
<p>Vi presento di seguito, per buona pesa, un estratto dal capitolo in cui si racconta l&#8217;incontro fondamentale con Anita Pallenberg &#8211; in versione ancora raw e non editata.</p>
<p>Enjoy e&#8230; ci si vede in libreria, si spera!</p>
<p align="center">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>Martedì 14 settembre 1965: si apre la quarta sessione del Concilio Vaticano II, con cerimonia officiata da Paolo VI. Gli Stones si trovano in Germania, a Monaco di Baviera, per due show consecutivi (nella stessa serata) allo Zirkus Krone-Bau<span>[1]</span>, in Zirkus Krone Straße; sono impegnati in un breve tour promozionale per l&#8217;uscita di <em>Bravo</em><span>[2]</span>, un album raccolta uscito per il mercato teutonico.Anche il fotoreporter danese Bent Rej è a Monaco e la sua è una storia particolare. Era stato mandato, molti mesi prima, a seguire le date scandinave degli Stones, ma le cose erano andate così bene che, per quasi un anno, a ogni opportunità Bent si è recato a fotografare il gruppo. Ovunque si trovasse. È, dunque, a Monaco quella sera. Il concerto è appena finito e lui sta raggiungendo il backstage dello Zirkus Krone: viene avvicinato da una giovane che gli chiede se può portarla a conoscere la band.<br />
Bent Rej: &#8220;Era molto carina e non ho esitato un istante [...]. Il suo nome era Anita Pallenberg. Quando arrivò nel backstage si buttò su Brian&#8221;<span>[3]</span>.<br />
Anita Pallenberg ha 19 anni, è una creatura sensuale e fascinosa. Di origini metà italiane e metà tedesche, si trova a Monaco per un lavoro da modella e ha messo gli occhi su Brian, che è il suo obiettivo. Ecco come, in un&#8217;intervista rilasciata a David Dalton molti anni dopo, Anita ricorda quei momenti, facendo trapelare una certa insofferenza nei confronti dell&#8217;argomento Jones:</p>
<p><strong>Quando hai incontrato Brian per la prima volta?</strong><br />
Brian è morto e andato. Un&#8217;altra domanda.</p>
<p><strong>Forza, Anita&#8230; fu durante il secondo tour in Germania nel ‘65?</strong><br />
L&#8217;ho incontrato sul Monte Everest e piangeva perché aveva visto lo Yeti.</p>
<p><strong>Stai cercando di intimidirmi, Anita.</strong><br />
No. Sto solo&#8230; tu, cazzo, sei troppo&#8230; sto faticando a ricordare.</p>
<p><strong>Fosti tu a suggerire a Mick di fare il passo dell&#8217;oca sul palco</strong><span>[4]</span><strong>, quella sera?</strong><br />
Passo dell&#8217;oca? Forse aveva solo uno strappo sulla giacca. Chiunque può fare il passo dell&#8217;oca o qualcosa di simile. Mick era fatto così. Magari si è accorto che Brian gli stava rubando la scena e, sai, ha pensato che doveva reagire. Loro due lo facevano di continuo. Mick se l&#8217;era fatta addosso quando James Brown aveva preceduto gli Stones durante le riprese del <em>T.A.M.I. Show</em><span>[5]</span>. Aveva detto: &#8220;Come posso salire sul palco dopo una cosa simile?&#8221;. Brian aveva studiato le movenze di James Brown e quando gli Stones sono andati in scena saltava e volava per aria<span>[6]</span>, ma Mick, coi suoi piedi piatti, la pelle pallida, le dita a salsicciotto, gli occhi roteanti e i labbroni gommosi&#8230; per piacere&#8230;</p>
<p><strong>Come hai incontrato Brian?</strong><br />
Be&#8217;, sono stata assunta dalla CIA e mi hanno detto: &#8220;Stagli attorno e ti facciamo avere biglietti gratis per i concerti. Assicurati di tenergli il fiato sul collo e fallo impazzire&#8221;.</p>
<p><strong>Ma come mai ti trovavi a un concerto degli Stones, tanto per iniziare? E come hai fatto ad arrivare a loro?</strong><br />
Avevo deciso di rapire Brian. Sembra ridicolo&#8230; ma hanno anche fatto un film, <em>Privilege</em>, sul rapimento di una pop star. La storia era ispirata alla mia e nel film si doveva parlare di Brian. Brian sembrava il più promiscuo sessualmente. Ragazzi o ragazze, non importava. Gli altri sembrava avessero tutti una tipa al loro fianco, con parrucca e ciglia finte e tutto l&#8217;armamentario. Sai cosa intendo: il sapone per la figa e cose per non restare incinta. Brian era&#8230; sapevo che potevo parlargli. Di fatto ero una sua groupie quando l&#8217;ho incontrato.</p>
<p><strong>Allora lì l&#8217;hai incontrato per la prima volta?</strong><br />
Sì, l&#8217;ho incontrato all&#8217;Oktoberfest Circus. Sono andata nel backstage con un fotografo. Gli avevo detto che volevo incontrare gli Stones. Dissi a Brian che avevo un pezzetto di hashish e del popper. C&#8217;erano i Troggs, Spencer Davis, Stevie Winwood. Loro erano il gruppo d&#8217;apertura. Nel backstage, che era dove tenevano i cavalli, c&#8217;era un&#8217;atmosfera da birreria&#8230; ho chiesto a Brian se voleva farsi una canna e lui ha risposto: &#8220;Sì, facciamoci uno spinello. Vieni all&#8217;albergo&#8221;. Poi si è seduto e ha pianto tutta la notte. Gli piacevo molto e io avevo una cotta. Ma niente sullo stile americano &#8220;andiamo e divertiamoci&#8221;. Brian era un tipo difficile, sai. Era vulnerabile, era sconvolto per Mick e Keith. Si erano coalizzati contro di lui e mi dispiaceva moltissimo per lui.</p>
<p>Brian quella sera, dopo il concerto, ha una violentissima discussione con il resto della band. È per questo che Anita lo trova in quelle condizioni, lacrimevole e scosso. Il motivo del contendere è legato alla causa che Pat Andrews ha intentato contro Brian per costringerlo a prendersi cura del figlio. La cosa non piace agli altri Stones e al management, per i consueti motivi di immagine.<br />
È in questo scenario che arriva Anita, l&#8217;angelo biondo che fa letteralmente deflagrare il cervello di Jones. Da quell&#8217;incontro, apparentemente nato sotto una cattiva stella, scaturisce una relazione. La più significativa dell&#8217;intera breve vita di Brian.<br />
Nick Kent: &#8220;[Brian] si innamorò di una donna che era troppo dura per farsi distruggere da lui. Ecco il segreto di quella relazione. Fu una sfortuna per lui innamorarsi di uno spirito libero come lei. In un certo senso per lui fu karma, visto il modo orribile in cui trattava le donne. In Anita trovò molto di più della sua anima gemella&#8221;.<br />
Anita è una donna molto bella, che nonostante la giovane età ha fatto molte più esperienze di Brian. Non è per nulla intimidita da una rockstar e dai comportamenti di Jones, il quale apprezza di trovarsi di fronte a una persona che gli tiene testa e &#8211; spesso &#8211; è in grado di influenzarlo e dominarlo.<br />
Ronny Money: &#8220;Anita era grande, e anche Brian era affascinato da lei. Aveva per le mani quello che il resto dei ragazzi potevano solo sognarsi. Lei era nella cerchia bisex e lanciava mode, la gente la imitava. Così Brian concluse: ‘Bene. Questa è la situazione. Questo è ciò che la gente vuole da me&#8230;&#8217;. Perché Brian non sapeva. Io gli chiedevo: ‘Cosa vuoi, tu?&#8217;. E lui rispondeva sempre che non lo sapeva. Brian poteva essere sopraffatto da chiunque aveva ascendente. Solo le fan erano intimidite da lui&#8221;<span>[7]</span>.<br />
Keith Richards: &#8220;Anita è incredibilmente forte. Una personalità più forte di quella di Brian, più sicura, senza riserve&#8221;.<br />
E infatti Jones assorbe rapidamente comportamenti, suggestioni e senso del look da lei. Nel giro di pochi mesi si vestono in maniera quasi uguale, hanno lo stesso taglio di capelli e qualcuno li scambia &#8211; addirittura &#8211; per fratello e sorella.</p>
<hr size="1" /><span>[1]</span> Si tratta di una grande costruzione risalente al 1919. Venne edificata come location permanente per performance cicrcensi (la prima in Germania). Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale venne rasa al suolo e riedificata negli anni Cinquanta. Con la sua capacità (3000 posti a sedere), è divenuta negli anni Sessanta e Settanta sede di concerti rock (Stones, Beatles, Zappa e Who, tra i tanti), ma ospita &#8211; ancora oggi -  anche altre manifestazioni d&#8217;intrattenimento.<span><br />
[2]</span> Uscito per l&#8217;etichetta Teldec/Hörzu (catalogo n. SHZT531), contiene 14 brani ed è intitolato come l&#8217;omonima rivista tedesca per teenager.<span><br />
[3]</span> Bent Rej, <em>The Rolling Stones in the Beginning</em>, Firefly, 2006, pag. 190<span><br />
[4]</span> Si riferisce a un avvenimento verificatosi durante il concerto di Monaco. Ecco come lo racconta Andrew Loog Oldham: &#8220;Ci sono posti come Monaco. La guerra non era finita da così tanto tempo e noi non eravamo esattamente così amici dei tedeschi. ‘Satisfaction&#8217; era uscita e la prima cosa che ci è venuta in mente è stata fare il passo dell&#8217;oca. Lo facevamo nel backstage, dove tutti erano euforici. Subito dopo Jagger va sul palco e si mette a farlo. Suonavano in un cazzo di capannone. C&#8217;era un sacco di polizia coi cani. Il pubblico era seduto e si stava agitando; il loro leader era lì, di fronte a loro, ma i ragazzi dovevano stare composti, perché se si alzavano c&#8217;era subito un tizio pronto con un manganello. Quando sono usciti hanno distrutto un centinaio di macchine nel parcheggio. Tutti  i treni diretti verso i paesi sono stati conciati per le feste. È stato peggio che se li avessero lasciati sfogare nella sala concerti.<span><br />
[5]</span> Si tratta di un film prodotto dalla American International Pictures nel 1964, che include esibizioni di artisti rock&#8217;n'roll popolari (James Brown, Rolling Stones, The Barbarians, Chuck Berry, The Supremes, Marvin Gaye, Beach Boys e diversi altri). I concerti si tennero nell&#8217;arco di due giorni al Santa Monica Civic Auditorium nell&#8217;ottobre 1964 e il pubblico era formato da studenti delle scuole locali, invitati con distribuzione di biglietti gratuiti. Keith Richards ha dichiarato, in un&#8217;intervista, di essere convinto che esibirsi dopo James Brown in quell&#8217;occasione sia stato un errore madornale per la loro carriera, all&#8217;epoca.<span><br />
[6]</span> Come spesso accade, i reduci non hanno una memoria impeccabile. E quando sono disponibili testimonianze registrate la discrepanza tra la percezione e la realtà oggettiva viene messa a nudo. Brian Jones non è &#8211; nel video del <em>T.A.M.I. Show</em> &#8211; meno imbarazzato di Jagger. Sta quasi fermo al suo posto, si muove in un raggio di 30 centimetri e non vola certo per aria (se si esclude un timido saltino sul finale del primo brano).<span><br />
[7]</span> Mandy Aftel, <em>Morte di un Rolling Stone &#8211; vita e morte di Brian Jones</em>, op. cit., pag. 129</p>
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		<title>Lou Reed negli occhi di Bockris</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Dec 2008 07:06:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Victor Bockris &#8211; Transformer, la vita di Lou Reed (Arcana, 2007)

Victor Bockris  è una specie di Bruno Vespa del giornalismo musicale, un traffichino sardonico con le mani in pasta ovunque, uno che ne ha viste di tutti colori. In poche parole uno che rimesta nel fango più fangoso, riportando le mille e una trama &#8211; con tanto di complessi intrecci &#8211; legate a vicende e personaggi rock.
Detto ciò: chi è il più fangoso, intrigantemente contorto, poliedrico, multipersonality, refrattario come due lenti a specchio e transformer di un rocker come Ludwig ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/lou-reed-libro.jpg" alt="lou-reed-libro.jpg" /><strong>Victor Bockris &#8211; Transformer, la vita di Lou Reed (Arcana, 2007)<br />
</strong><br />
Victor Bockris  è una specie di Bruno Vespa del giornalismo musicale, un traffichino sardonico con le mani in pasta ovunque, uno che ne ha viste di tutti colori. In poche parole uno che rimesta nel fango più fangoso, riportando le mille e una trama &#8211; con tanto di complessi intrecci &#8211; legate a vicende e personaggi rock.</p>
<p>Detto ciò: chi è il più fangoso, intrigantemente contorto, poliedrico, multipersonality, refrattario come due lenti a specchio e transformer di un rocker come Ludwig van Reed?</p>
<p>Insomma, è come se due bombe a orologeria avessero un rendez vous sulla 5th Avenue e si trastullassero sciorinando tutto l’almanacco rock dalla A alla Z, a suon di elettroshock infantili agli  albori della controcultura americana, anni sprecati alla Syracuse University e l’incontro con il poeta-guru Delmore Schwartz. E poi  il fertilissimo periodo di Sua Maestà  Warhol nella sua onnivora macelleria di talenti (la Factory), i beatnik, il free jazz di Ornette Coleman, l’incontro con l’intellighenzia avanguardista di La Monte Young e del figliol prodigo gallese John Cale, i seminali Velvet Underground, il sadomasochismo con la sua musa Nico femme fatale, l’istrionismo drogato e narcisista di un Lou solista, gli anni bui e disperati di <em>Berlin</em>, il bisexualismo con il Duca Bianco (produttore del capolavoro <em>Transformer</em>), l’eroina, la pelle flaccida del rock and roll animal metà anni Settanta, la devianza psicotica ma commerciale di &#8220;Sally can’t Dance&#8221;, la schizofrenia rumorosa di <em>Metal Machine Music</em>, il mormorio continuo morboso e schizoide dei suoi genitori &#8211; una specie di guinzaglio celebrale male allacciato con cui Mr Reed dovrà sempre fare i conti. Ché in fin dei conti, secondo il Reed-pensiero, la sua famiglia ha i connotati nefasti (ma solo un po&#8217; più borghesi) della Manson family.</p>
<p>Tutta questa insalatina russa &#8211; o meglio newyorkese, preferibilmente di Coney Island &#8211; inframmezzata da interviste al limite dell’ impossibili tra Lou e William Burroghs, lo sbeffeggio di critici e i musicisti del settore (esilarante e grottesco in tal senso il rapporto amore-odio con l’indimenticato Lester Bangs) e altri svariati aneddoti sadomaso, o le cattiverie verso colleghi celebri quali Jim Morrison o la stessa Nico. Avventure e disavventure amorose fino alla stabilità trans gender con la celebrale musicista Laurie Anderson e &#8211; infine &#8211; il Lou Reed rugoso, riflessivo, cameo-man di tanti film esistenzialisti e grotteschi come la sua vita ineffabile, fluttuante, transformer.</p>
<p>Forse coniare l&#8217;aggettivo “reediano” o “à la Lou Reed”  in ambito dell’antropologia/sociologia metropolitana non sarebbe così inappropriato, dato il personaggio che ha letteralmente ridisegnato le architetture mentali del rock and roll  e del modo di comportarsi  nei villaggi (possibilmente degradati e marginali) urbanizzati di questo pianeta.</p>
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		<title>Kurt sweet Kurt</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 21:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Charles R. Cross &#8211; Heavier than Heaven  (Arcana, 2002)

Ho sempre avuto una tendenza innata ad accostarmi a certi personaggi nel momento sbagliato:  nessun master sul marketing mi farebbe cambiare idea sull’anti-revival. Insomma, io arrivo dopo i fuochi, dopo i fasti, le celebrazioni e i riflussi commemorativi. Ho approcciato con questa metodologia contro-natura gli Stooges, i Black Sabbath, i Doors  e la stessa sorte è toccata al grunge e al suo martire per eccellenza: Kurt Cobain.
Ci sono andato quasi sotto con Heavier than Heaven, la biografia del leader dei Nirvana scritta ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/heaven_bigcover.jpg" alt="heaven_bigcover.jpg" /><strong>Charles R. Cross &#8211; Heavier than Heaven  (Arcana, 2002)<br />
</strong><br />
Ho sempre avuto una tendenza innata ad accostarmi a certi personaggi nel momento sbagliato:  nessun master sul marketing mi farebbe cambiare idea sull’anti-revival. Insomma, io arrivo dopo i fuochi, dopo i fasti, le celebrazioni e i riflussi commemorativi. Ho approcciato con questa metodologia contro-natura gli Stooges, i Black Sabbath, i Doors  e la stessa sorte è toccata al grunge e al suo martire per eccellenza: Kurt Cobain.</p>
<p>Ci sono andato quasi sotto con <em>Heavier than Heaven</em>, la biografia del leader dei Nirvana scritta da Charles Cross: sorprendente, ti arriva dritta allo stomaco, come un sacco di farina per un celiaco.<br />
Come tutti gli idioti necrofili del rock and roll anche io confesso, per paradosso, che se Mr. Cobain stesse ancora spargendo inquietudine e rumore fra noi probabilmente non avrei comprato il libro. Ero motivato dalla sottile curiosità di arrivare alla fine, fino in fondo alle manie, distorsioni, tossicità che hanno portato il  nostro rocker al nirvana, forse. Amen.</p>
<p>Cross si fa regista  e filma fatti, aneddoti, imprese e storie che i vicini di Kurt ci narrano. Si susseguono fatti legati alla sua disastrosa infanzia nelle vicinanze di Aberdeen, alle fughe, alle veglie sotto ai ponti e ai pasti low cost nell’ospedale locale, fino alla scalata artistica e maniacale, passando per il periodo d’infatuazione per le riottt girrrl a Olympia, la gastrite cronica e debilitante, avvertita come un male incurabile, la Sub Pop, poi il botto di Nevermind. Il tutto infarcito, nella miglior tradizione rock, da stralci di diario. E poi c&#8217;è la pazzia dell’ultimo entrato nella esclusiva cerchia del club 27 (tra gli altri Jim morrison, Hendrix, la Joplin: morti a 27 anni), e il tormentato rapporto alla Sid e Nancy tra lui e Courtney Love, leader delle Hole. Le burrascose interviste, gli outing in pubblico, i momenti di catalessi o di autoflagellazione sul palco.<br />
Si finisce, per dovere di cronaca, con l’escalation di tentati suicidi mascherati da overdose di routine, copione visto e rivisto nel mondo bizarro del rock and roll.</p>
<p>Ebbene, senza neanche accorgermene, mi sono scodellato quasi 400 pagine come fossi in trance, sballottato tra metrò e autobus ignorando quel mondo performante che resta fuori dai finestrini, raped (tra il rapito e lo struprato) dal mondo di Kurt.<br />
Sono arrivato allora al momento fatidico con naturalezza, come un fatto inevitabile, senza clamore, contraddizioni, dubbi o misteri. Cross lascia scorrere lente le ultime pagine. Fino alla fine. Che giunge puntuale.</p>
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		<title>Guns n&#8217; Roses &#8211; La Verità</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 03:32:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Bisceglia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ken Paisli &#8211; Guns n&#8217;Roses. The Truth (La verità) (ed. Chinaski)

A me i Guns n&#8217; Roses non mancano per niente. Un paio d&#8217;anni fa ho visto Axl e quelli che lo supportano e sopportano in questa incredibile commedia intitolata Chinese Democracy, ed è stato uno spettacolo quasi commovente. Lui proprio non ce la faceva, ma ha dato tutto quel poco che poteva – un grande esercizio di generosità nei confronti dei fan rimasti fedeli. Che dire di uno che non canta “Don&#8217;t Cry” e lascia che di questa canzone, un ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/gunsnrosesbig.jpg" alt="gunsnrosesbig.jpg" align="left" /><strong>Ken Paisli &#8211; Guns n&#8217;Roses. The Truth (La verità) (ed. Chinaski)<br />
</strong></p>
<p>A me i Guns n&#8217; Roses non mancano per niente. Un paio d&#8217;anni fa ho visto Axl e quelli che lo supportano e sopportano in questa incredibile commedia intitolata <em>Chinese Democracy</em>, ed è stato uno spettacolo quasi commovente. Lui proprio non ce la faceva, ma ha dato tutto quel poco che poteva – un grande esercizio di generosità nei confronti dei fan rimasti fedeli. Che dire di uno che non canta “Don&#8217;t Cry” e lascia che di questa canzone, un hit-single-tormentone-strappamutande, se ne occupi il solo chitarrista, costretto a un&#8217;imbarazzante esecuzione strumentale? Non dico niente, appunto.</p>
<p>Poi ho visto i Velvet Revolver, ossia due Guns n&#8217; Roses e mezzo (Slash e Duff, il mezzo è il batterista Matt Sorum) che hanno piazzato al posto di Axl Rose un valido esponente dell&#8217;inutilità tossica: Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, che sembrava &#8211; e forse lo è tutt&#8217;ora &#8211; un bravo poseur rock and roll e nulla più. Il pubblico è impazzito quando hanno suonato “It&#8217;s so Easy”, sempre al Gods of Metal, se non sbaglio l&#8217;anno successivo al concertone di Axl Rose e quelli che ora vanno in giro, di tanto in tanto, come Guns n&#8217; Roses.</p>
<p>Terzo paragrafo, diverso dai precedenti. Nel corso degli anni ho incontrato sia Gilby Clarke (che entrò nei Guns&#8217;n&#8217; Roses dopo la dipartita di Izzy Stradlin) che quel simpatico disgraziato di Steven Adler, il vero batterista della band. Allora, il primo è un bravissimo ragazzo, anzi: un signore, e suona come dio &#8211; o chi per lui – comanda. Il secondo invece è un poveraccio, travolto, più che dal successo, dagli eccessi: la mascella spostata è un trofeo portato a casa dopo un contest “sesso, droga e rock and roll” vinto meritatamente.<br />
Gli Adler&#8217;s Appetite erano patetici almeno quanto i nuovi Guns n&#8217; Roses, eppure entrambi mi hanno divertito e, sinceramente, commosso. I Velvet Revolver no. Quindi, siccome della storia dei Guns n&#8217; Roses post-rincoglionimento totale so poco (e francamente poco mi interessa, ma così è), ho deciso di acquistare la versione aggiornata di <em>The Truth – La Verità</em>, biografia scritta da tal Ken Paisli e pubblicata dalla Chinaski Edizioni (costa 12 euro). Bene, la prima copia che ho comprato mancava di svariate pagine, problemi di stampa credo: una volta sostituita, l&#8217;ho letta e&#8230;</p>
<p>Perbacco, inizialmente pensavo si trattasse di una traduzione zoppicante di un tizio  che viene presentato come l&#8217;erede di Hunter S. Thompson. E, invece, questo libro è una gigantesca presa per il culo, grande quasi come <em>Chinese Democracy</em>, il disco dei Guns n&#8217; Roses che aspettiamo da quindici anni: Ken Paisli non esiste (è lo pseudonimo di chissà quale aspirante Lester Bangs nostrano) e la biografia è brutta. Ma non me la sono presa per questo. Mi sono un po&#8217; incazzato perché &#8211; da vecchio fan &#8211; ho un&#8217;immagine punk dei Guns n&#8217;Roses&#8230; e di questi Guns n&#8217; Roses (e di un certo spirito) in nelle pagine di Paisli non c&#8217;è niente. Cosa puoi aspettarti da un lavoro solista di Izzy Stradlin? Nulla, solo una serie di canzoni in stile Ronnie Wood/Johnny Thunders.</p>
<p>Vabbè, lasciamo perdere il punk, magari è più indicato l&#8217;aggettivo sleazy, che è quello che i Guns n&#8217; Roses effettivamente erano, ma <em>The Spaghetti Incident</em> è un divertissement brillante e, seppur non ami fare il precisino di turno (scrivo cazzate su cazzate quotidianamente) “Ain&#8217;t It Fun”  &#8211; compresa nel sopracitato album di cover &#8211; non è una canzone di Iggy Pop, bensì dei Dead Boys: il fatto che, all&#8217;inizio degli anni Novanta, i Guns n&#8217; Roses mettessero in fila pezzi di New York Dolls (“Human Being”), Iggy and the Stooges (“Raw Power”), Misfits (“Attitude”) e Dead Boys mi riempie ancora di gioia, sì.</p>
<p>Comunque, a parte gli sbrigativi capitoli introduttivi (davvero troppo sbrigativi per una biografia), questo <em>The Truth</em> qualcosa mi ha insegnato. Per esempio, non avevo la più pallida idea di chi fosse l&#8217;attuale bassista dei Guns n&#8217; Roses (e notare che scrivo il nome del gruppo sempre per esteso, odio le abbreviazioni tipo i Guns, o i Religion, o gli Iron): al posto di Duff McKagan (uno che ha suonato con Veins, Fartz e Fastbacks) c&#8217;è Tommy Stinson dei Replacements. Poi non sapevo che nella premiata ditta Guns n&#8217; Roses fosse stato coinvolto anche &#8211; nella seconda metà degli anni Novanta, in veste di produttore &#8211; il prezzemolino Moby, ovviamente scappato a gambe levate.</p>
<p>La cosa più interessante accaduta negli ultimi anni nel mondo Guns n&#8217; Roses è stata l&#8217;uscita del disco degli Against Me, <em>Reinventing Axl Rose</em>, un titolo geniale, quasi quanto l&#8217;idea degli Offspring di pubblicare un album intitolato <em>Chinese Democracy</em>. Per concludere, a me capita di alzarmi la mattina e chiedermi – sì, a volte non ho nulla di meglio a cui pensare – cosa fa Axl Rose appena sveglio? Come passa le sue giornate? Ecco, vorrei che una biografia dei Guns n&#8217; Roses rispondesse anche a queste domande, magari inventando di sana pianta le risposte.</p>
<p>PS: Axl Rose se la passa veramente male.</p>
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		<title>Lexicon Devil</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 02:22:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[B. Mullen, D. Bolles &#38; A. Parfrey &#8211; Lexicon Devil (Feral House, 2002)
Un volume da non trascurare. Qualcuno, a suo tempo, si sarà domandato che razza di libro fosse quello che in un paio di  video dei Red Hot Chili Peppers veniva più volte mostrato e passato davanti alla telecamera. Risposta: era proprio questo. Ossia la biografia di una delle icone del punk americano, nonché uno dei testimonial della seconda ondata del &#8220;vivi veloce, sentiti una merda e muori giovane&#8221;.
Per me i Germs sono sempre stati un mezzo enigma. ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/lexicon-devil.jpg" alt="lexicon-devil.jpg" /><strong>B. Mullen, D. Bolles &amp; A. Parfrey &#8211; Lexicon Devil (Feral House, 2002)</strong></p>
<p>Un volume da non trascurare. Qualcuno, a suo tempo, si sarà domandato che razza di libro fosse quello che in un paio di  video dei Red Hot Chili Peppers veniva più volte mostrato e passato davanti alla telecamera. Risposta: era proprio questo. Ossia la biografia di una delle icone del punk americano, nonché uno dei testimonial della seconda ondata del &#8220;vivi veloce, sentiti una merda e muori giovane&#8221;.</p>
<p>Per me i <strong><a href="http://www.acc.umu.se/~samhain/summerofhate/germs1.html">Germs</a></strong> sono sempre stati un mezzo enigma. Comprai il loro LP (leggendo il libro scoprirete anche l&#8217;inghippo che sta dietro alla faccenda e saprete, finalmente, che <em>(GI)</em> non è il titolo, ma faceva parte del nome della band, almeno negli intenti iniziali) nel lontano 1985, quando era ormai vecchio di tre anni: una stampa di quelle italiane, su Expanded Music, senza inserto. Nella mia ignoranza di adolescente riuscii a farmi piacere solo un brano all&#8217;epoca; e per un bel po&#8217; i Germs, nel mio database mentale, furono &#8220;quelli di Richie Dagger&#8217;s Crime&#8221;.<br />
C&#8217;era qualcosa che mi sfuggiva in loro: erano contemporaneamente sgangherati e compatti&#8230; e quella voce, che tagliava dentro, ma dopo cinque o sei brani diventava un raglio fastidioso. Ebbene, sì: per parecchio tempo non sono riuscito ad ascoltare questo disco senza annoiarmi alla fine del lato A. Poi, verso i 20 anni, in pieno trip per le icone autodistruttive e autodistruggenti della storia del punk, rivalutai Darby Crash, in quanto paladino dell&#8217;eroina e del mal di vivere. Sul suo conto circolavano leggende tipo: &#8220;si è fatto un&#8217;overdose e ha scritto sul muro davanti a cui è morto &#8216;qui giace Darby Crash&#8217;&#8221;&#8230; immaginate che razza d&#8217;impatto potevano avere queste faccende da bohemienne a buon mercato su un ragazzotto di provincia e periferia come me.</p>
<p>In questo tomo – alla mia veneranda età – ho trovato tutto quello che avrei voluto sapere su Darby. E forse anche un po’ di più&#8230; perché quando un&#8217;icona ti viene sostanzialmente sezionata sotto agli occhi, un po’ perde la sua valenza sacrale.<br />
Quello che resta, dopo la lettura di <strong><a href="http://feralhouse.com/titles/music/lexicon_devil_softcover.php"><em>Lexicon Devil</em></a></strong>, è un senso appiccicoso di fastidio, un’ombra di cupezza. Per quasi 300 pagine si vivono gli anni Settanta di Los Angeles fatti di comunità Scientology, scuole alternative, famiglie disgregate, glam rock, punk nascente, droga, omosessualità repressa e vita borderline. Non certamente un libro all’insegna dello svago e della spensieratezza. Ma grande.</p>
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		<title>What we do is secret&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Apr 2008 02:03:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; stato postato su Youtube un nuovo trailer del film (che tarda a uscire, nonostante sia da tempo pronto e terminato) dedicato a Darby Crash e basato parzialmente sulla sua biografia Lexicon Devil. Il titolo della pellicola è What We Do Is Secret e il protagonista è impersonato da Shane West, già nel cast di ER (il medical drama che ormai prosegue da quasi 15 anni).
Il film è incentrato sull&#8217;ultima parte della vita di Crash, ovvero sul suo &#8220;five years plan&#8221;, cioè il programma per cui in cinque anni voleva ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/germsdarbylastgig.jpg" alt="germsdarbylastgig.jpg" />E&#8217; stato postato su Youtube <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Z9A_Hq0ltiM">un nuovo trailer</a></strong> del film (che tarda a uscire, nonostante sia da tempo pronto e terminato) dedicato a Darby Crash e basato parzialmente sulla sua biografia <strong><a href="http://www.sleazegrinder.com/sleazyreader_lexicondevil.htm"><em>Lexicon Devil</em></a></strong>. Il titolo della pellicola è <em>What We Do Is Secret</em> e il protagonista è impersonato da Shane West, già nel cast di <em>ER</em> (il medical drama che ormai prosegue da quasi 15 anni).</p>
<p>Il film è incentrato sull&#8217;ultima parte della vita di Crash, ovvero sul suo &#8220;five years plan&#8221;, cioè il programma per cui in cinque anni voleva diventare una leggenda per poi suicidarsi.<br />
Pare che alla lavorazione abbiano partecipato, in veste di consulenti, Pat Smear e alcuni membri della famiglia di Darby Crash.</p>
<p>Non è ancora chiaro quando la pellicola uscirà e in che veste (nelle sale? Solo su dvd?), mentre è stato reso noto che tra i cameo ci sono anche quelli di Penelope Spheeris e Captain Sensible.</p>
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		<title>Gonzo goes to Ozzy</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Apr 2008 02:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ken Paisli &#8211; Solo Ozzy (Chinasky, 2007)

Il vecchio Zio Lester (Bangs), con i suoi scritti irriverenti, anarchici e dissoluti ha rappresentato – in ambito di critica e giornalismo musicale – l’istigazione a delinquere per schiere di adolescenti brufolosi e repressi. Gente che evitando un certo suicidio (metaforico o tangibile) si è, invece, bruciata nella scrittura free form e senza rispetto per i vetusti mostri sacri del rock, perdendosi in polverose street ‘zine e riviste pornopunk di serie Z. Se è pur vero tutto questo, non è altresì vero che tutti ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/solo_ozzy_300.jpg" alt="solo_ozzy_300.jpg" /><strong>Ken Paisli &#8211; Solo Ozzy (<a href="http://www.chinaski-edizioni.com">Chinasky</a>, 2007)<br />
</strong><br />
Il vecchio Zio Lester (Bangs), con i suoi scritti irriverenti, anarchici e dissoluti ha rappresentato – in ambito di critica e giornalismo musicale – l’istigazione a delinquere per schiere di adolescenti brufolosi e repressi. Gente che evitando un certo suicidio (metaforico o tangibile) si è, invece, bruciata nella scrittura free form e senza rispetto per i vetusti mostri sacri del rock, perdendosi in polverose street ‘zine e riviste pornopunk di serie Z. Se è pur vero tutto questo, non è altresì vero che tutti possono scrivere di rock and roll.</p>
<p><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ken_Paisli">Ken Paisli</a></strong>, autore di questo libricino su Ozzy-mangia-pipistrelli, è uno che si autocelebra sulle note di copertina definendosi testualmente “re del gonzo journalism”. Purtroppo scorrendo via via tutto il breviario compilato dal nostro surfista neozelandese con  l’hobby del giornalismo sbilenco, al di là dell&#8217;ovvio e dei soliti tre aneddoti in croce del Madman (ha staccato la testa ad una colomba nel corso di una conferenza stampa, ha morso un pipistrello in pieno delirio live, ha pisciato su <strong><a href="http://www.thealamo.org/main.html">Fort Alamo</a></strong> sbronzo come al solito e incapace di intendere e volere), scopriamo che <em>Solo Ozzy</em> ci narra più di Paisli che di Osbourne.</p>
<p>Ma a noi che ce ne frega se il buon Paisli è ecologista o meno, se aspetta l’onda lunga, l’onda anomala o lo tsunami? Noi speravamo di leggere di musica, di <strong><a href="http://www.blacksabbath.com">Black Sabbath</a></strong> e del Madman solista&#8230; invece, sorpresa delle sorprese, l’uovo di pasqua di Ken è vuoto! Nessuna primizia per i fan del vecchio Mr. Crazy Train e anche le recensioni degli album sono liquidate in fretta e furia.</p>
<p>Lo stesso autore ammette di non essere un fan di Ozzy e aggiunge che a volte non sa proprio cosa dire di fronte ai lavori solisti del Folle di Birmingam. Unica determinazione che impera e ricorre in  ogni fottuta recensione in questo libro, da <em>Black Sabbath</em> a <em>Black Rain</em> è: “lavoro onesto”.<br />
Ma&#8230; che me ne frega dell’onestà di un disco? Qualcuno di voi compra i dischi per la loro etica? Vogliamo sapere la genesi di un  album, l’odore che emana il vinile, le radiazioni che si sprigionano come ectoplasmi dalla copertina, miracoli inclusi!<br />
No ragazzi, non ci siamo: che sia il vecchio Zio Lester a fregarci è un conto, ma che sia il signor Ken Paisli, “re del gonzo journalism”, è ben oltre la truffa. È un furto bello e buono.</p>
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		<title>Love Story: il documentario</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 03:07:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluca Tedesco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Buone notizie per tutti i fan dei Love e di Arthur Lee.
E’ prevista per giugno l’uscita in dvd, purtroppo per ora solo sul mercato britannico, del film-documentario Love Story. La pellicola è stata presentata lo scorso anno al Los Angeles Film Festival, senza però trovare una distribuzione nelle sale; si preannuncia come il ritratto definitivo della band, grazie alla grande cura riposta nella realizzazione e all’elevato numero di persone intervistate.
Oltre a una lunga intervista con Arthur Lee (l’ultima rilasciata prima di morire) e a interviste d’epoca con Bryan MacLean, spiccano ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buone notizie per tutti i fan dei Love e di Arthur Lee.<br />
E’ prevista per giugno l’uscita in dvd, purtroppo per ora solo sul mercato britannico, del film-documentario <em>Love Story</em>. La pellicola è stata presentata lo scorso anno al Los Angeles Film Festival, senza però trovare una distribuzione nelle sale; si preannuncia come il ritratto definitivo della band, grazie alla grande cura riposta nella realizzazione e all’elevato numero di persone intervistate.</p>
<p>Oltre a una lunga intervista con Arthur Lee (l’ultima rilasciata prima di morire) e a interviste d’epoca con Bryan MacLean, spiccano i contributi dei tre membri superstiti Johnny Echols, Michael Stuart Ware e Alban “Snoopy” Pfisterer; e poi ancora gli interventi del boss della Elektra Jac Holzman, del produttore Bruce Botnick e del batterista dei Doors John Densmore.<br />
Ad arricchire ulteriormente il piatto ci pensano le testimonianze di fan della prima ora come Bobby Gillespie e Mani (Primal Scream), John and Mick Head (Shack) e anche un’insospettabile come il sindaco di Liverpool, Ken Livingstone.<br />
Per saperne di più e vedere qualche bello spezzone del film, basta visitare la pagina Myspace dedicata:  <strong><a href="http://www.myspace.com/lovestorydocumentary">www.myspace.com/lovestorydocumentary</a></strong>.<br />
<img src="http://www.blackmilkmag.com/wp-content/movie.jpg" alt="movie.jpg" /></p>
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