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	<title>Black Milk Magazine &#187; 2009</title>
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		<title>Sul ponte sventola bandiera nera</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/12/stevie-chick-spray-paint-the-walls-libro-recensione/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 17:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri e carta stampata]]></category>
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		<description><![CDATA[La biografia definitiva dei Black Flag, per ripercorrere le tappe di questa band indescrivibile. Occhio che sta per uscire in italiano, ma il consiglio - nei limiti del possibile - è di farsi l'edizione in lingua originale per evitare traduzioni pacco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/spray-paint-walls-stevie-chick.png"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/spray-paint-walls-stevie-chick.png" alt="" title="spray-paint-walls-stevie-chick" width="300" height="447" class="alignleft size-full wp-image-6401" /></a><strong>Stevie Chick &#8211; <em>Spray Paint The Walls</em> (Omnibus, 2009, 404 pag.)</strong></p>
<p>Questa non è propriamente una recensione, in quanto il libro lo sto ancora leggendo. Eppure mi permetto uno strappo alla regola, visto che merita. Quasi come la <a href="http://www.brunozerbini.com/HTLM_BZ/arrigoni.html"><strong>confettura Arrigoni</strong></a> delle pubblicità di quando ero bambino (quella che nessuno voleva assaggiare, perché si comprava &#8220;a scatola chiusa&#8221;), sono certo che consigliarvelo e parlarne anche ora non sarà un passo falso.</p>
<p>Innanzitutto c&#8217;è un aneddoto personale dietro a questa faccenda &#8211; e te pareva. La storia è che fino alla seconda settimana di dicembre c&#8217;era un progetto in ballo, in cui io e un amico che lavora nell&#8217;editoria ci eravamo buttati con entusiasmo da undicenni in gita scolastica. Si trattava di scrivere e pubblicare (c&#8217;era anche già l&#8217;editore interessato) una lunga e minuziosa storia-biografia dei <a href="http://homepages.nyu.edu/~cch223/usa/blackflag_main.html"><strong>Black Flag</strong></a>. Sapevamo dell&#8217;esistenza di questo volume statunitense, ma avevamo in mente di impostarla diversamente, in modo da avere un prodotto con caratteristiche che lo rendessero compatibile con l&#8217;altro e appetibile per chi già avesse comprato il volume di Chick. E soprattutto sarebbe stato in italiano, andando a colmare una lacuna: infatti ci sono persone che in inglese non hanno voglia o possibilità di leggere, quindi un libro nella nostra lingua aveva senso.</p>
<p>Poi il diavolo ci ha messo la coda e, proprio mentre si stava iniziando a scrivere, è arrivata la notizia: un editore su cui non andrò a esprimere giudizi (metteteci un po&#8217; di inventiva &#8211; e no, non è uno dei soliti noti che si occupano di queste cose, di regola) ha comprato i diritti di <em>Spray Paint The Walls</em> e lo pubblicherà, tradotto, fra qualche mese. A quel punto ci abbiamo dovuto ripensare, la concorrenza sarebbe stata troppo pesante &#8211; anche se, come al solito, la traduzione sarà quai di sicuro l&#8217;equivalente di uno spruzzo di diarrea sugli occhi &#8211; e anche il nostro editore giustamente ha espresso perplessità sulla pubblicazione. Quindi via, il progetto è andato alle ortiche. Nix, kaputt. E non mi restava altro da fare che leggermi con attenzione uesto libro</p>
<p>Ma passiamo a Stevie Chick. Il suo volumone è notevolissimo, zeppo di interviste di prima mano e di materiale d&#8217;archivio preso da ogni fonte disponibile (dai video di Youtube alle fanzine d&#8217;epoca, e tutto ciò che c&#8217;è nel mezzo). Un lavoro certosino, piacevole da leggere e &#8211; paradossalmente &#8211; nemmeno troppo ossessivo: non mancano divagazioni e precisazioni di più ampio respiro, per cui non ci si trova persi in una pozza nera in cui l&#8217;unico elemento sono i Black Flag, ma si assaggia anche un bel po&#8217; di ciò che c&#8217;era intorno. Detta in altra maniera, se siete disposti a perdonare qualche leggero allungamento del brodo &#8211; peraltro indispensabile per giungere a 400 pagine circa di lavoro &#8211; e se vi interessa respirare l&#8217;aria che tirava in quegli anni, non potete fare a meno di questo libro.</p>
<p>Senza dubbio la parte più pazzesca è quella iniziale (pre-<a href="http://henryrollins.com/"><strong>Rollins</strong></a>, per intenderci), ossia quella meno documentata e più oscura. Solo per le prime 100, per intenderci, varrebbe la pena fare l&#8217;acquisto. Uomo avvisato&#8230;</p>
<p><em>[<a href="http://thequietus.com/articles/03049-an-extract-from-stevie-chick-s-spray-paint-the-walls-the-story-of-black-flag"><strong>QUI</strong></a> potete leggere un estratto dal libro]</em></p>
<p>PS: la traduzione sarà sicuramente una merda. Compratevi il libro originale, per pietà.</p>
<p><center><object width="540" height="430"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/iIJEuMfBHZk?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/iIJEuMfBHZk?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="540" height="430"></embed></object></center></p>
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		<title>Dio salvi il fuzz e i barbacani</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/12/the-barbacans-god-save-the-fuzz-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 18:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[anni Duemila]]></category>
		<category><![CDATA[Boss Hoss]]></category>
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		<category><![CDATA[garage]]></category>
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		<description><![CDATA[The Barbacans &#8211; God Save The Fuzz (Boss Hoss, 2009)
E&#8217; innegabile. Il garage fatto bene, senza pretese e con le palle, non sbaglia mai. Lo senti subito&#8230; bastano due-tre giri e si capisce immediatamente l&#8217;umore dell&#8217;intero disco: se è una cagata modaiola o &#8211; come nel caso dei Barbacans &#8211; un lavoro coi fiocchi.
A scanso di equivoci, sappiate che in queste 12 tracce nessuno s&#8217;è inventato un emerito cazzo. Ed è giusto così, perché la rabbia urticante e la melodia ombrosa del garage Sixties più selvaggio non hanno bisogno di ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/barba.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6253" title="barba" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/12/barba.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>The Barbacans &#8211; <em>God Save The Fuzz</em> (Boss Hoss, 2009)</strong></p>
<p>E&#8217; innegabile. Il garage fatto bene, senza pretese e con le palle, non sbaglia mai. Lo senti subito&#8230; bastano due-tre giri e si capisce immediatamente l&#8217;umore dell&#8217;intero disco: se è una cagata modaiola o &#8211; come nel caso dei <a href="http://www.myspace.com/thebarbacans"><strong>Barbacans</strong></a> &#8211; un lavoro coi fiocchi<span id="more-6251"></span>.</p>
<p>A scanso di equivoci, sappiate che in queste 12 tracce nessuno s&#8217;è inventato un emerito cazzo. Ed è giusto così, perché la rabbia urticante e la melodia ombrosa del garage Sixties più selvaggio non hanno bisogno di sperimentazioni. Anzi, le repellono.</p>
<p>Se amate il lato più bastardo dei suoni garage old school, uniti a un bel po&#8217; di suggestioni di scuola Morlocks, a un Farfisa imperioso e &#8211; perché no &#8211; a qualche sottile e letale intuizione proto hardcore (ogni tanto spunta un riff alla primi Black Flag, che peraltro di sicuro dai Sixties più sotterranei trassero più di qualche ispirazione)&#8230; beh, procuratevi <em>God Save The Fuzz</em> e mettetelo in loop nei momenti di bassa pressione. Non potrà farvi altro che bene.</p>
<p><center><object width="480" height="295"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/YEGLveF-9Dw?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/YEGLveF-9Dw?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="295"></embed></object></center></p>
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		<title>Un mezzo genio all’ombra dei Ramones</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 16:01:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[Dee Dee Ramone]]></category>
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		<description><![CDATA[Skinny Bones &#38; The Gonedaddys – Shot My Tv (Nicotine, 2009)

Alberto della Nicotine è un grande; e non solo perché mi manda sempre i dischi della sua etichetta. È un grande perché malgrado tutto continua a credere nel fottuto r’n’r e si sbatte in ‘sto Paese tatangelato nel diffonderlo senza paraocchi, preclusioni e infantili settarismi.
Questa premessa gliela devo per onestà. E per altrettanta onestà devo scusarmi pubblicamente con lui per aver recensito con colpevole ritardo questo piccolo-grande album che ritengo sinceramente una delle migliori uscite griffate Nicotine negli ultimi 2-3 ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/10/cover-Skinny-Bones.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5263" title="cover Skinny Bones" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/10/cover-Skinny-Bones.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Skinny Bones &amp; The Gonedaddys – <em>Shot My Tv</em> (Nicotine, 2009)<br />
</strong></p>
<p>Alberto della <a href="http://www.nicotinerecords.com"><strong>Nicotine</strong></a> è un grande; e non solo perché mi manda sempre i dischi della sua etichetta. È un grande perché malgrado tutto continua a credere nel fottuto r’n’r e si sbatte in ‘sto Paese tatangelato nel diffonderlo senza paraocchi, preclusioni e infantili settarismi<span id="more-5257"></span>.</p>
<p>Questa premessa gliela devo per onestà. E per altrettanta onestà devo scusarmi pubblicamente con lui per aver recensito con colpevole ritardo questo piccolo-grande album che ritengo sinceramente una delle migliori uscite griffate Nicotine negli ultimi 2-3 anni. La verità è che la recensione era pronta da un pezzo ma è stata “persa” per ben due volte: non mi dilungo nei particolari per non annoiarvi.</p>
<p>Bene. (Hey ho) let’s go.</p>
<p>Garrett “Skinny Bones” Uhlenbrock non è un novellino del punk, piuttosto un gregario di lusso giunto all’album solista dopo anni spesi a imparare i trucchetti del mestiere nelle retrovie, all’ombra dei grandi. Per chi non lo sapesse il nostro pelleossa si è ripassato tutti i Ramones, scrivendo alcuni pezzi finiti su <em>Mondo Bizzarro</em> e <em>Adios Amigos</em>, accompagnando Joey Ramone fino alla fine, suonando negli Intruders di quel parruccone sopravvissuto di Marky Ramone.</p>
<p>Il suo esordio in solitaria, <em>Shot My Tv</em>, non poteva quindi che essere un album punk nella sostanza, molto meno nella forma. Diciamo pure un punk “maturo” dal songwriting che mette i brividi (penso ai primi Replacements e alla miglior Jim Carroll band), un punk melodico – da non confondere con lo stucchevole teenage pop-punk – da cuffie ai giardinetti pubblici mentre si osserva ipnotizzati il proprio cane che sodomizza le aiuole (“Shit In My Head”, “Luv Me Like Darth Vader”, “Big Hotel”).<br />
Il vero fascino dell’album sta tuttavia nella nostalgia per quello che c’era e non c’è più, se capite cosa voglio dire. Nel tocco power-pop sprigionato in “She’s Working Me Over”, “The Shake” e “Telephone”; nel garage massimalista di “How To Be A Punk”; nelle spallate paisley di “Lantern Light” e “Last Time” e nel sixties (brit)pop di “Time Wont Let Me Wait”. E poi nella bonus track, scritta a quattro mani con Dee Dee Ramone, “Nothing Is Innocent”: un inno minore, che non esagero nel definire “commovente”, tanto capace di entrare subito in testa quanto di non uscirne facilmente.<br />
In chiusura due “informazioni di servizio”:<br />
1) oltre Skinny Bones alla voce e alla chitarra, completano la line up Doug Wapner (chitarra e voce), Thomaxe Goze (basso e voce) e Johnny Watson (batteria)<br />
2) Anche in questo caso continua per fortuna la joint venture tra la Nicotine e la <strong><a href="www.myspace.com/tornadorecordings">Tornado Ride Records</a></strong> che ha stampato il piccolo-grande disco di <a href="http://www.myspace.com/thegonedaddys"><strong>Skinny Bones &amp; The Gonedaddys</strong></a> nel glorioso formato vinile 12”.<br />
<center><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/7MQ6xGmpY-0?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/7MQ6xGmpY-0?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></center></p>
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		<title>Imperia rock city</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/08/haji-boiler-recension/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 17:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Haji &#8211; Boiler (AKR/Tuna, 2009)
&#8220;Ron Asheton è morto, Lux Interior è morto e noi non ci sentiamo troppo bene&#8221; proclamano gli Haji, from Imperia City, Liguria. E proclamano bene, per quanto mi riguarda, nel senso che dopo una presentazione del genere la disposizione d&#8217;animo del sottoscritto è a priori positiva.
Ma le parole non fanno muovere i coni delle casse, quindi veniamo alla musica. Che è &#8211; grazie a dio, satana, allah o chi cazzo volete voi &#8211; un onesto, sudato, arrapato, fottuto e muscolare hardrockandroll.
Questo power trio, anche se non ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/08/boiler.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4536" title="boiler" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/08/boiler.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Haji &#8211; <em>Boiler </em>(AKR/Tuna, 2009)</strong></p>
<p>&#8220;Ron Asheton è morto, Lux Interior è morto e noi non ci sentiamo troppo bene&#8221; proclamano gli <strong><a href="http://www.myspace.com/hajisanremo">Haji</a></strong>, from Imperia City, Liguria. E proclamano bene, per quanto mi riguarda<span id="more-4532"></span>, nel senso che dopo una presentazione del genere la disposizione d&#8217;animo del sottoscritto è a priori positiva.</p>
<p>Ma le parole non fanno muovere i coni delle casse, quindi veniamo alla musica. Che è &#8211; grazie a dio, satana, allah o chi cazzo volete voi &#8211; un onesto, sudato, arrapato, fottuto e muscolare hardrockandroll.</p>
<p>Questo power trio, anche se non cambierà la storia del rock e non finirà in nessuna enciclopedia (e un bel &#8220;chissenefotte&#8221; vogliamo mettercelo, tanto per condire la frase?), è comunque in grado di regalare circa 25 minuti di rock con forti inflessioni punk, hard e lievemente stoner/desert rock, sfoderando un campionario <em>evergreen </em>che può facilmente essere ricondotto a gentaglia come AC/DC, Black Sabbath, Ted Nugent e Alice Cooper &#8211; ma anche Sex Pistols, New York Dolls, Rocket From The Tombs e Dead Boys (solo l&#8217;ottavo brano, &#8220;Feed Time&#8221;, regala sensazioni leggermente più vicine all&#8217;hardcore punk).<br />
Onestamente ci ho trovato pochi Stooges e zero Cramps &#8211; per riprendere la frase con cui la band si presenta &#8211; ma non è propriamente un difetto.</p>
<p>Nessun miracolo, quindi, per gli Haji &#8211; se non quello del rock&#8217;n'roll che continua a respirare nonostante tutto, e si manifesta anche in 10 brani incisi in un cd partorito in quel di Imperia. E se la cosa non vi tocca, direi proprio che il problema è vostro.</p>
<p>Avanti ragazzi. C&#8217;è bisogno anche di voi.</p>
<p><center><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/tsJtoGBrxPQ?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/tsJtoGBrxPQ?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></center></p>
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		<title>Not Moving mega pack</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 07:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Not Moving &#8211; s\t (Spittle, 2009)
Attenzione: questa sarà poco più di una segnalazione e non una vera recensione, vista la mia totale parzialità e partigianeria quando si parla di Not Moving, che da sempre considero uno dei gruppi migliori (forse il migliore) che lo stivale abbia mai partorito in ambito punk, garage e rock.
Detto questo, sappiate che l&#8217;oggettino in questione è un cd che raccoglie un ricco pacchetto sonico, ovvero l&#8217;EP Black&#8217;n'Wild, l&#8217;LP Sinnermen e alcune bonus track in forma di outtake dalle session del 33 giri: due lavori strettamente ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/03/notmoving.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2648" title="notmoving" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/03/notmoving.jpg" alt="notmoving" width="300" height="300" /></a>Not Moving &#8211; s\t (Spittle, 2009)</strong></p>
<p>Attenzione: questa sarà poco più di una segnalazione e non una vera recensione, vista la mia totale parzialità e partigianeria quando si parla di <strong><a href="http://www.myspace.com/thenotmoving">Not Moving</a></strong>, che da sempre considero uno dei gruppi migliori (forse il migliore) che lo stivale abbia mai partorito in ambito punk, garage e rock<span id="more-2632"></span>.</p>
<p>Detto questo, sappiate che l&#8217;oggettino in questione è un cd che raccoglie un ricco pacchetto sonico, ovvero l&#8217;EP <em>Black&#8217;n'Wild</em>, l&#8217;LP <em>Sinnermen</em> e alcune bonus track in forma di outtake dalle session del 33 giri: due lavori strettamente legati (a rafforzare il concetto, l&#8217;EP si chiude con un accenno al brano d&#8217;apertura dell&#8217;album &#8211; il pezzo che si chiama appunto &#8220;Sinnermen&#8221;, come il 33 giri).</p>
<p>La sequenza è molto semplice: prima i cinque brani del mini, poi i 15 dell&#8217;album e infine quattro outtake dalle session di quest&#8217;ultimo &#8211; le &#8220;famose&#8221; session al Gulliver Studio.<em><br />
Black&#8217;n'Wild</em> viene riproposto sostanzialmente nella sua forma originaria, mentre il discorso si fa interessante per <em>Sinnermen</em>, visto che la versione di questo <a href="http://www.gabrielelunati.com/index.php?tag=cd">cd</a> non è assolutamente quella immortalata dal <a href="http://www.gabrielelunati.com/index.php?tag=vinile">vinile</a> originale &#8211; che all&#8217;epoca venne arbitrariamente remixata dalla Spittle, senza avvertire, né consultare la band.<br />
Queste nuove 15 tracce sono così come i Not Moving le avevano mixate e volevano che suonassero.<br />
La differenza c&#8217;è sicuramente, anche se dopo tanto tempo la sindrome di Stoccolma musicale colpisce e con gli anni di ascolto <em>Sinnermen </em>ormai è identificato con quell&#8217;altra roba uscita su vinile &#8211; che per quanto più scura e pastrocchiata a livello di sonorità, è rimasta nella memoria.<br />
Di sicuro un orecchio vergine o quasi potrà, invece, partire da una base meno &#8220;compromessa&#8221; e godersi ancora di più il tutto.</p>
<p>In poche parole: suonano davvero fighissimi, così, ma non sono i pezzi di <em>Sinnermen</em> che da 24 anni conosco&#8230; e il mio istinto pavloviano prevale, alla fine della fiera.</p>
<p>In coda a tutto le quattro prelibatezze inedite, ossia altrettanti brani incisi al Gulliver Studio, ma esclusi dalla scaletta dell&#8217;album (nelle note interne del cd si parla di otto pezzi accantonati). Non sono brani memorabli e pazzeschi, ma sono Not Moving al 100%: anche se nell&#8217;economia di <em>Sinnermen</em> probabilmente non avrebbero influito di una virgola, è una bella soddisfazione scoprirli e poterli ascoltare.</p>
<p>Insomma, questo cd sarebbe proprio da comprare. Però poi cercatevi i dischi, se volete godere&#8230;</p>
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		<title>I ladri di radici vanno all&#8217;Inferno. E godono</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 20:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[RnR Terrorists &#8211; Stolen Blues (Bubca, 2009)
Questa è facile. Potrei scrivere soltanto: &#8220;Ordinate questo cd e basta. Ci sono cose che si devono fare senza discutere o pensare&#8221;. Ma, oggettivamente, non sarebbe un gran servizio per chi legge, né per la band e l&#8217;etichetta &#8211; quindi mi toccherà cercare di farvi capire quello che in realtà in meno d&#8217;un minuto di ascolto sarebbe chiarissimo già da sé.
Iniziamo col dire che si tratta di una delle ultime uscite, in odine cronologico, della Bubca Records (che già conoscete): in sé una notevole ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/stolen.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2572" title="stolen" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/stolen.jpg" alt="stolen" width="300" height="300" /></a>RnR Terrorists &#8211; <em>Stolen Blues</em> (Bubca, 2009)</strong></p>
<p>Questa è facile. Potrei scrivere soltanto: &#8220;Ordinate questo cd e basta. Ci sono cose che si devono fare senza discutere o pensare&#8221;. Ma, oggettivamente, non sarebbe un gran servizio<span id="more-2570"></span> per chi legge, né per la band e l&#8217;etichetta &#8211; quindi mi toccherà cercare di farvi capire quello che in realtà in meno d&#8217;un minuto di ascolto sarebbe chiarissimo già da sé.</p>
<p>Iniziamo col dire che si tratta di una delle ultime uscite, in odine cronologico, della <strong><a href="http://www.myspace.com/bubcarecords">Bubca Records</a></strong> (che già <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/02/bubca-records-scarica-download/">conoscete</a></strong>): in sé una notevole garanzia. Avevo poi avuto modo di sentirli all&#8217;opera e in sede di intervista in una puntata di <strong><a href="http://www.lacantinadelrock.tk/">La cantina del rock</a></strong> (la potete scaricare <strong><a href="http://www.e-x-p.it/mp3/107puntata.mp3">QUI</a></strong>), rimanendo decisamente colpito&#8230; e il cd dei <strong><a href="http://www.myspace.com/rnrterrorists">RnR Terrorists</a></strong> appena recapitatomi conferma tutte le buone impressioni, senza ombra di dubbio.</p>
<p>Questa è la musica del diavolo dopo essere stata trafugata dal guardaroba dell&#8217;Inferno e violentata a dovere con l&#8217;attitudine più punk e diy mai concepita da essere umano.<br />
Trafugata, sì, perché questi 12 brani sono esattamente stati &#8220;rubati, storpiati e condivisi&#8221; &#8211; lo recitano le <em>liner notes</em> del cd.</p>
<p>Una cover band dunque? Nemmeno per sogno&#8230; non diciamo idiozie. Qui si ruba, si reinterpreta, si scrosta via lo scrostabile, si bluesa e si punkizza senza pietà.<br />
Il risultato è un blues-punk lo-fi molto anni Novanta che ricorda le migliori cose della Crypt, Goner e progenie terroristica similare: niente Sixties revival o punk&#8217;n'roll, dunque, ma tonnellate di tradizione (da intendere in senso lato&#8230; si passa da Robert Johnson a DM Bob &amp; The Deficits, da Billy Childish ai Discharge, per capirci) e attitudine.</p>
<p>Bello davvero, <em>Stolen Blues</em>.<br />
Talmente lo-fi da essere un manifesto artistico.<br />
Talmente sanguigno da farmi incazzare (perché dopo averlo ascoltato non posso prendere chitarra e ampli e andare in sala prove a far saltare corde e coni).<br />
Ma soprattutto, talmente giusto da non meritare troppe parole, che diventano subito superflue e ridondanti.</p>
<p>Chiudo con una citazione magistrale, ancora presa dal foglietto del cd: <em>[...] cover o non cover è un falso problema (che storicamente nel blues non è mai esistito). Il problema è non scimmiottare atteggiamenti e pose e dar voce e corpo ai blues che ci ossessionano. Come diceva il grande bluesman GG Allin: &#8220;Expose yourself&#8221;</em>.</p>
<p>Ite, missa est.</p>
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		<title>Cervellofobia hardcore</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 19:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alfatec &#8211; Brainphobia (Matzugoru, 2009)
Capita ormai di rado di trovare un 7&#8243; che attende nella cassetta della posta e quando ne vedo uno rimango sempre stupito, me lo rigiro tra le mani, lo annuso, lo esamino accuratamente e studio la copertina.
E&#8217; successo anche con questi fiorentini Alfatec, di cui confesso di non aver mai sentito parlare prima, anche se hanno già un bel curriculum: pestano strumenti e palchi dal 2004 (sei anni, per dio&#8230;). E un po&#8217; mi dispiace di non averli mai sentiti prima, perché nonostante ormai l&#8217;età mi ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/bph.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2453" title="bph" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/bph.jpg" alt="bph" width="300" height="300" /></a>Alfatec &#8211; <em>Brainphobia </em>(Matzugoru, 2009)</strong></p>
<p>Capita ormai di rado di trovare un 7&#8243; che attende nella cassetta della posta e quando ne vedo uno rimango sempre stupito<span id="more-2450"></span>, me lo rigiro tra le mani, lo annuso, lo esamino accuratamente e studio la copertina.<br />
E&#8217; successo anche con questi fiorentini <strong><a href="http://www.myspace.com/alfatec">Alfatec</a></strong>, di cui confesso di non aver mai sentito parlare prima, anche se hanno già un bel curriculum: pestano strumenti e palchi dal 2004 (sei anni, per dio&#8230;). E un po&#8217; mi dispiace di non averli mai sentiti prima, perché nonostante ormai l&#8217;età mi abbia reso uno stronzone snob &#8211; che ascolta solo l&#8217;hc vecchiovecchiovecchio di quando lui era piccolo &#8211; i meriti della band sono palesi.</p>
<p>Gli Alfatec (nonostante il nome tipico da ditta brianzola che tratta in pulitrici industriali o componenti per congelatori) fanno un bell&#8217;hc punk deciso, duro, cattivo e tagliente. Sono piuttosto europei come sonorità, anche se non fuggono qualche reminescenza made in USA primi anni Ottanta&#8230; e buttale via, dico io.</p>
<p>Nulla di stupefacente, per carità, ma è anche vero che l&#8217;hc ha già dato il suo meglio &#8211; per quanto mi concerne &#8211; da molti anni, quindi è già un&#8217;ottima cosa scovare band che lo fanno con passione e credibilità, senza inventarsi vaccate improbabili e giocare troppo alle contaminazioni nell&#8217;illusione di innovare (???), essere originali o farsi ricordare&#8230; roba che fa venire il mal di pancia. L&#8217;hc ha dei paletti, che piaccia o no. E se non si è disposti a restare in quel territorio, è meglio fare altro&#8230;</p>
<p>Quindi se rabbia, velocità e qualche venatura punk-rock&#8217;n'roll (ma giusto qualche tocco) sono il vostro pane, non esitate a procurarvi il 7&#8243; in oggetto &#8211; peraltro prodotto da un cartello di label di diverse nazionalità. Soddisfazione garantita.</p>
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		<title>Brimstone Howl, i ragazzi venuti dal Nebraska</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 16:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brimstone Howl – Big Deal What’s  He Done Lately (Alive Records, 2009)
Quasi 20 anni fa portai un amico  totalmente  digiuno di musica “alternativa” al City Square di Milano. Quando  attaccarono le prime note di “Touch Me I’m Sick”, la marea umana  lo trattò come una roulotte in mano a un tornado e non lo vidi più  per tutta la sera. Non ci feci caso più di tanto, sentivo l’adrenalina  impadronirsi delle mie movenze e delle mie sinapsi.
Ebbene, se siete amanti del garage  ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/BrimstoneHowl.BigDeal.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2432" title="BrimstoneHowl.BigDeal" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/BrimstoneHowl.BigDeal.jpg" alt="BrimstoneHowl.BigDeal" width="300" height="300" /></a>Brimstone Howl – <em>Big Deal What’s  He Done Lately</em> (Alive Records, 2009)</strong></p>
<p>Quasi 20 anni fa portai un amico  totalmente  digiuno di musica “alternativa” al City Square di Milano. Quando  attaccarono le prime note di “Touch Me I’m Sick”, la marea umana  lo trattò come una roulotte in mano a un tornado<span id="more-2430"></span> e non lo vidi più  per tutta la sera. Non ci feci caso più di tanto, sentivo l’adrenalina  impadronirsi delle mie movenze e delle mie sinapsi.</p>
<p>Ebbene, se siete amanti del garage  e delle emozioni forti allora vi consiglio di ascoltare <em>Big Deal  What’s He Done Lately</em> la quarta fatica dei <strong><a href="http://www.myspace.com/brimstonehowl">Brimstone  Howl</a></strong>, from Nebraska.</p>
<p>I ragazzi interpretano un garage che  non ascoltavo in gruppi così nuovi da tempo, ma ormai sono vecchio  per queste cose.</p>
<p>E così il primo pezzo “Last  Time”, dal ritmo deciso e incalzante, mi ha fatto sobbalzare sulla sedia  e scalciare in aria mandando le ciabatte a colpire il mio schermo piatto   HD ready.<br />
C’è così tanto punk in questo gruppo che andando avanti  nell’ascolto ho addirittura buttato via il plaid e per poco non mi  sono tirato addosso la tisana bollente all’eucalipto e rosa canina &#8211;  che avevo appoggiato sul puffo di fianco al “buon libro”, compagno  ormai solito delle mie serate.</p>
<p>Le sensazioni e le ombre di altri  gruppi,  rigorosamente low-fi, che provengono da questo lavoro sono davvero  tante.<br />
Sentite “Last Dispatch” (ecco <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Wwcy4Kc1jHs">QUI</a></strong> il video) diffondere le sue movenze da pezzo mid tempo   rollingstoniano che gracchia da una radio scassata.<br />
Ascoltate la miscela prodotta da  un  qualcosa che ricorda il ritmo “uanciutrifor” dei primi Ramones,  come la stessa opening track “Last Time” o “M-60” (e la voce  di John Ziegler assume le sembianze di quella della lunga buonanima  di Joey R.), oppure il riverbero esagerato di altri pezzi come “I’ll  Find You”, che può addirittura ricordare i Cramps e il loro psychobilly  d’antan.</p>
<p>Due curiosità in ordine sparso, buttate   esclusivamente per gli amanti della rubrica “forse non tutti sanno  che”: il titolo dell’album sembra essere una citazione che Joey  Ramone attribuiva al produttore, adesso in carcere, Phil Spector; Jay  Reatard, purtroppo scomparso recentemente, ha prodotto un loro 7&#8243;  nel 2006 (<em>Blood on the Rocks, Bones in the River</em>).</p>
<p>Vorrei davvero dire “cazzo che bel  lavoro!”, ma non vorrei sembrare scurrile. E quindi non lo farò.</p>
<p>Voi, però, fatevi il piacere di  comprarlo e di ascoltarlo: a mio avviso è una delle cose più  interessanti  degli ultimi anni. Se poi non vi piace potete non parlarmi più, come  fece quel mio amico che mi accompagnò al concerto dei Mudhoney di tanti  anni fa.</p>
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		<title>Agonia affittasi, solo seri e referenziati</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 06:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Agony Way  – For Rent (Wynona Digital, 2009)
Gli Agony Way sono una band di Torino  che fa del pop-punk-rock moderno. Musicalmente non appartengono alla  categoria degli innovatori, viaggiano infatti sull’autostrada molto  trafficata di gruppi come Blink 182, Offspring e i primi Green Day &#8211; e  cioè quel tipo di musica che ha sdoganato, in qualche modo, il riff e  il ritmo punkeggiante, facendolo diventare di moda anche presso  la massa di giovani benpensanti e i figli/e di papà (in alcuni casi  fece ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Cambria; font-size: small;"><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/agonyway-for_rent.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2370" title="agonyway-for_rent" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/02/agonyway-for_rent.jpg" alt="agonyway-for_rent" width="300" height="300" /></a></strong></span>Agony Way  – For Rent (Wynona Digital, 2009)</p>
<p>Gli <strong><a href="http://www.myspace.com/agonywaymusic">Agony Way</a></strong> sono una band di Torino  che fa del pop-punk-rock moderno. Musicalmente non appartengono alla  categoria degli innovatori, viaggiano infatti sull’autostrada molto  trafficata di gruppi come Blink 182, Offspring e i primi Green Day<span id="more-2369"></span> &#8211; e  cioè quel tipo di musica che ha sdoganato, in qualche modo, il riff e  il ritmo punkeggiante, facendolo diventare di moda anche presso  la massa di giovani benpensanti e i figli/e di papà (in alcuni casi  fece buttare via dalle camere di ragazzine carine i poster delle più  laide boyband fine anni Novanta).</p>
<p>Il loro secondo EP – <em>For Rent</em> – mostra una produzione sopraffina, degna di produttori americani,  e qualità tecniche superiori alla media (un batterista dal doppio pedale   o la doppia cassa davvero rovente e precisa, e un cantante che adopera  l’inglese in maniera convincente).<br />
Tutti i pezzi hanno una  struttura  precisa, una ritmica consistente e anche ritornelli che non faticano  a restare in testa, insomma un’interpretazione convincente della materia   che portano all’esame. Tra i brani degni di nota l’apertura di “The  Quick Brown Fox” che mi ha ricordato, almeno nei primi 20 secondi,  i “Down By Law” di <em>Blue</em>, e “Dunzo”, un pezzo vagamente  alla Bad Religion.<br />
Proprio questa lieve assonanza mi ha fatto  pensare che gli “Agony Way” potrebbero presto trovarsi di fronte  a una difficile scelta stilistica: sviluppare ancor di più l’anima pop dei propri pezzi per diventare una versione italiana dei Good  Charlotte o dei Simple Plan (rabbrividisco al solo pensiero),  oppure tentare la difficile strada irta e piena di pericoli che conduce  al vero Punk Rock, meno melodico e più aspro, potendo sfruttare la  buona capacità tecnica della band per diventare cattivi al punto  giusto.</p>
<p>Certo, fossero nati a San Diego invece  che a Torino probabilmente avrebbero molte più chance di farcela,  indipendentemente  dalla direzione che in futuro prenderanno. Mi auguro solo di non vederli   a Sanremo a duettare con i Finley, ma tutti i gusti sono gusti, si sa&#8230;</p>
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		<title>L&#8217;oscura signora di Centenaro</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/01/lilith-sinnersaints-angelu-nassuu-etra-pert-ep/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 11:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lilith and the Sinnersaints &#8211; L&#8217;angelu nassuu dall&#8217;etra pert (Virtualpha South, 2009)
Lilith, la chanteuse ombrosa e teatrale che ha prestato l&#8217;ugola agli immortali Not Moving. Lilith, la dark lady che ha sfornato lavori solisti intrisi di anima e brividi. E ora Lilith, mente, voce e vessillo del cangiante progetto Sinnersaints (del loro primo cd già ci si occupò a tempo debito).
Questo ep dal titolo quasi impronunciabile per i non originari di Centenaro (Piacenza, alta Val Nure, per i più pignoli) è un lavoro interlocutorio, che colma il vuoto tra il ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/01/lilith.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2069" title="lilith" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/01/lilith.jpg" alt="lilith" width="300" height="300" /></a>Lilith and the Sinnersaints &#8211; L&#8217;angelu nassuu dall&#8217;etra pert (Virtualpha South, 2009)</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.lilithandthesinnersaints.com">Lilith</a></strong>, la chanteuse ombrosa e teatrale che ha prestato l&#8217;ugola agli immortali Not Moving. Lilith, la dark lady che ha sfornato lavori solisti intrisi di anima e brividi. E ora Lilith, mente, voce e vessillo del cangiante progetto Sinnersaints<span id="more-2060"></span> (del loro primo cd già <strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2008/03/lilith-e-i-santi-peccatori/">ci si occupò a tempo debito</a></strong>).</p>
<p>Questo ep dal titolo quasi impronunciabile per i non originari di Centenaro (Piacenza, alta Val Nure, per i più pignoli) è un lavoro interlocutorio, che colma il vuoto tra il cd precedente di Lilith e il prossimo &#8211; ancora in cantiere, ma in arrivo. Interlocutorio nel senso che prosegue un discorso e non lo lascia cadere; anzi, lo arricchisce di una sfaccettatura prima solo tratteggiata, ossia il recupero delle radici ancestrali.</p>
<p>In questi sei brani (tutti tratti da lavori di Lilith già usciti), infatti, il protagonista vero è il dialetto-lingua di Centenaro, che si fa strumento di una comunicazione non immediata, ma sicuramente più profonda, andando a solleticare aree dell&#8217;inconscio legate alla memoria non consapevole.</p>
<p>Lo sfondo sonoro è un impasto epico, denso di suggestioni, con dominanti folk e blues &#8211; con qualche tocco rock. Il risultato è un dischetto peculiare, piuttosto lontano dalle cose di rock festaiolo etnico-dialettale che tanto andavano di moda nella prima metà dei Novanta &#8211; e per fortuna, a mio onestissimo parere, visto che mi facevano due palle come una mongolfiera già allora, queste faccende.</p>
<p>Un ep non facile, quindi, a essere approcciato, che richiede umore e disposizione giusti. Lo vedo bene come disco preserale, possibilmente da ascoltare in ambiente caldo e accogliente, dotato di divano sfondato e confortevole (il camino è optional, ma ovviamente&#8230; se c&#8217;è è ancora meglio, alla facciazza dello stereotipo) e soprattutto con una buona bottiglia di vino, di quello rosso e potente. Così da sorseggiare bicchiere e canzoni, con la debita calma e relax.</p>
<p>Non importa se si capiscono due parole su cinque: il viaggio è assicurato.</p>
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