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	<title>Black Milk Magazine &#187; Libri e carta stampata</title>
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		<title>L&#8217;anguilla Bob nella rete di Marcus</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:26:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri e carta stampata]]></category>
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		<description><![CDATA[Greil Marcus scrive di Dylan raccogliendo i suoi articoli apparsi nelle più diverse riviste]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/Marcus.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10605" title="Marcus" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/Marcus.jpg" alt="" width="249" height="338" /></a>Greil Marcus &#8211; <em>Bob Dylan, scritti 1968 – 2010</em> (Odoya, 2011, 473 pag.)<br />
</strong></p>
<p>Sono consapevole del fatto che non si dovrebbe mai recensire un libro avendone letto soltanto metà: oltre a non essere molto ortodosso, si correrebbe il grosso rischio di essere smentiti, per poi essere ri-smentiti &#8211; magari soltanto un paio di pagine oltre. L’insano gesto corrisponde un po’ a commentare una partita di calcio alla fine del primo tempo, con risultato ancora parziale.<br />
Ma siccome con il vecchio Zio Bob non c’è mai nulla di definitivo &#8211; data la sua natura inafferrabile, camaleontica e sgusciante di  anguilla di palude &#8211; allora per il puro gusto del paradosso mi sono permesso di sparare un po’ di cartucce ai quattro venti sulla sua ultima e definitiva (?) biografia. Anche se come tutti sanno la risposta è lì, blowing in the wind.</p>
<p>Se veder giocare una squadra come il Barcellona FC per cinque minuti rende un’idea verosimile di come giocherà nei prossimi 85 (recupero escluso), così pure accade con l’incipit di questo tomo pesante, ingombrante e scomodo &#8211; si consiglia di leggerlo seduti su una poltrona dotata di braccioli.<br />
In <em>Bob Dylan, scritti 1968 – 2010</em>, l’autore che più impensierì Lester Bangs, il musicologo Greil Marcus, lava, smacchia e stende la storia americana del rock degli ultimi 40 anni.</p>
<p>Attraverso i suoi scritti/articoli dylaniani apparsi nelle più celebri testate di rock con cui ha collaborato, da <em>Creem </em>a <em>Rolling Stone</em>, Marcus setaccia canzoni, dischi, materiale di scarto, mozziconi di sigarette, nonsense, liriche, collaborazioni, aneddoti su colui che è il <em>trait d’union</em> tra le radici della musica americana dei primi decenni del secolo e la sua evoluzione moderna così come la conosciamo oggi.</p>
<p>Scrivere di Bob Dylan in maniera “bachtiniana”(per Bachtin infatti era fondamentale, per l&#8217;interpretazione del testo, la presa di coscienza del contesto storico), ma allo stesso tempo appassionata, da fan dichiarato, presuppone dei requisiti rarissimi per un critico di musica rock. In primis il fegato di stroncare il Mito quando se lo merita, come in quel <em>Self Portrait</em> che Greil giudica insulso e scialbo e si arrovella i neuroni per trovarne qualche significato nascosto come fosse un passo del Vangelo; in seconda battuta serve la complicità con l’autore, ovvero se su Dylan si può scrivere di tutto e il contrario di tutto, Marcus ne scrive in maniera così convincente ed empatica che a volte ci si dimentica che non è lui l’autore delle canzoni e non è Dylan l’autore del libro.<br />
Proprio in questa interscambiabilità autoriale si trova lo spinterogeno che fa decollare il libro, e lo fa naufragare verso lidi che non sono più soltanto stereotipi da copia ed incolla o mere canzonette da recensire. Potrei ovviamente smentire quanto detto durante il secondo tempo….</p>
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		<title>Catzilli e siluri</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/12/johnny-grieco-bad-baby-libro-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 06:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri e carta stampata]]></category>
		<category><![CDATA[catzillo]]></category>
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		<category><![CDATA[Johnny Grieco]]></category>
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		<description><![CDATA[Una raccolta antologica di vignette, tavole, disegni, fumetti e quant'altro di Johnny Grieco, eminenza grigia dell'underground musicale e non italiano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/badbaby.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10348" title="badbaby" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/badbaby.jpg" alt="" width="250" height="353" /></a>Johnny Grieco &#8211; <em>bad BaBy</em> (GRRR zetic, 152 pag, 2011)</strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.facebook.com/people/Johnny-Grieco/100000447079405" target="_blank">Johnny</a></span> è l&#8217;alter ego artistico &#8211; che convive in un rapporto simbiotico-conflittuale col suo altro aspetto &#8211; di Gianfranco Grieco; insieme, JG &amp; GG sono responsabili di produzioni che spaziano dalla musica alla poesia, dalla grafica al fumetto. Il tutto in un arco iniziato a metà anni Settanta e ancora oggi in piena parabola ascendente, visto che i due Grieco sono sempre impegnati nei loro progetti, continuamente in moto.<br />
Per chi ancora non ci fosse arrivato o fosse giunto da queste parti da poco, Johnny Grieco è &#8220;quello&#8221; dei seminali &#8211; che termine di merda, ma ci siamo capiti &#8211; <a href="https://www.facebook.com/pages/Dirty-Actions/46914967827" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Dirty Actions</span></a>, &#8220;quello&#8221; di <a href="http://www.punkadeka.it/article491.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><em>Le Silure d&#8217;Europe</em></span></a>, &#8220;quello&#8221; del <a href="http://bioetiche.blogspot.com/2006/03/censura-per-il-catzillo-de-il-mucchio.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Catzillo</span></a>&#8230; disegnatore, cantante, performer, poeta, produttore, ex modèlo (pronunciato alla sudamericana) nella Milano da bere e da pere, musicista, fanzinaro degli albori, mail artist e blablabla. Un&#8217;eminenza grigia del panorama underground e non italiano, per chiudere il discorso.</p>
<p>Questo <em>bad BaBy</em> è un volume che si concentra sull&#8217;aspetto fumettistico/vignettistico, raccogliendo centinaia di disegni, sketch, vignette, tavole, veloci scarabocchi e vere e proprie opere artistiche.<br />
Si va dalle caustiche vignette di satira politica di fine Settanta/primi Ottanta (tra le mie preferite: mi hanno riportato ai miei 10-11 anni, quando dei giornali che leggeva il mio papà io guardavo solo le vignette satiriche, spesso senza capirci un cazzo visto che non ero esattamente informatissimo a quell&#8217;età fatta di Big Jim, biciclette Saltafoss e cassettine di musica registrata a caso dalla tv&#8230;), ai testi di canzone illustrati. E poi c&#8217;è il mitico Catzillo, che se non lo conoscete vi conviene provvedere immediatamente perché è una delle schegge più iconoclaste, candide e urticanti del fumetto underground italiano.</p>
<p>Se &#8211; come me &#8211; siete della generazione dei bimbi degli anni Settanta, in questo bel libro troverete molte suggestioni che vi riporteranno a quei tempi e alla logica conseguenza che, in qualche modo, furono gli anni Ottanta. Si respira l&#8217;aria elettrica del fumetto non allineato, quello che ha la sua tradizione più nota ne <em>Il male</em>, in <em>Cannibale</em>, nel vecchio <em>Linus</em>, in <em>Frigidaire</em>&#8230; il tutto &#8211; però &#8211; con una vena innegabilmente legata al punk.</p>
<p>Questa è storia. Godetevela. E io, intanto, attendo il libro che GG/JG sta completando sulla storia dei Dirty Actions (se non ho capito male)&#8230; lì se ne leggeranno delle belle davvero.</p>
<p><center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/PnCPQFCEeF4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Non a tutti dona il rossetto</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 16:06:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La traduzione italiana di Tracce di rossetto, il saggio di Greil Marcus di cui nessuno ha mai - francamente - avuto alcun bisogno. Accademismo senza limitismo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/11/grey-marcus.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9689" title="grey marcus" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/11/grey-marcus.jpg" alt="" width="280" height="379" /></a>Greil Marcus &#8211; <em>Tracce di rossetto</em> (Odoya, 2010, 446 pag.) </strong></p>
<p>Si dice un gran bene di &#8220;Groovy&#8221; Greil Marcus, pioniere del giornalismo rock insieme a pochi altri, sopraffina penna di <em>Rolling Stone</em> e <em>Creem</em> capace di stroncare un <em>Self Portrait</em> di Bob Dylan come fosse l’ultima delle registrazioni di un <em>busker </em>qualsiasi.</p>
<p>Il rock and roll è un ricettacolo di scarti di altri generi, non ha ancora trovato &#8211; e mai troverà &#8211; una propria specificità semantica; è un mutante composto da ciclostili letterari di serie B, film culto, pornografia, esecuzioni capitali di serial killer mai ravveduti&#8230; insomma in qualsiasi verso se ne voglia scrivere, se si ha una certa padronanza lessicale e dimestichezza con l’inchiostro, qualcosa di decente ne esce sempre fuori.</p>
<p>In <em>Tracce di Rossetto</em>, ambizioso saggio (anche piuttosto datato) che si loda e si sbrodola dentro un fitto e ramificato mappamondo di avanguardie novecentesche, punk e anabattismo, Marcus si mette sul piedistallo dei critici rock onniscenti, coloro che per devianza o per sbaglio scrivono di rock, ma in realtà per un background accademico citano a memoria passi di <em>Capitalismo e schizofrenia</em> di Deleuze o si deliziano, nello specifico del libro, di trascrivere snodi di <em>La società dello spettacolo</em> di Debord. E allo stesso tempo puntano a trovare ipotetiche connessione con l’affaire Sex Pistols e altre eresie nei saecula saeculorum.</p>
<p>Ridotto all’osso, <em>Tracce di Rossetto</em> è una snervante e piacevole digressione, deragliamento continuo e salti temporali che dalla Parigi barricadera e infuocata del ’68 ci teletrasportano sul famigerato palco del Winterland  di San Francisco &#8211; dove i Pistols tennero il loro concerto di addio.</p>
<p>Per quanto mi concerne Lester Bangs avrebbe liquidato Malcolm McLaren come un furbetto attento alle mode che, a seguito dell’inaspettato successo, si sarebbe sciacquata la bocca con paroloni come avanguardia, situazionismo e rivoluzione. In fondo ci aveva già provato con i New York Dolls, raschiando il fondo del barile e cercando di camuffarli da guerriglieri del comunismo, mettendogli il basco al posto delle parrucche e i pantaloni di pelle rossa.<br />
Ma Lester Bangs è morto da tempo e io non ho voce in capitolo. Mentre di Greil Marcus si continua a dire un gran bene.</p>
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		<title>Sim sala bim&#8230; ah no, abracadabra</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/09/abracadabra-fanzine-numero-2-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 17:23:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Abracadabra 'zine numero due; autismo grafico, ma con tape compilation assassina in allegato. Fate vobis]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/abracadabra.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9201" title="abracadabra" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/abracadabra.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Abracadabra </em>&#8216;zine n. 2 (2011, 16 pagine)<br />
</strong></p>
<p>Iniziamo subito con la matematica; questo è il numero due, ma in realtà è il terzo &#8211; perché il primo era il <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/10/abracadabra-fanzine-numero-0-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">numero zero</span></a>.</p>
<p>Si tratta di <a href="http://abracadabrabracadabra.blogspot.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Abracadabra</span></a>, fanzine <em>resident </em>di casa <a href="http://www.myspace.com/bubcarecords" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Bubca</span></a>. E&#8217; un lavoro molto artistoide, forse criptico nella sua scarna natura di collage di foto (attimi più o meno trafugati dalle vie di Roma e da chissà dove), ma ha un suo fascino da <em>What the Fuck!?!?</em>. Il tutto col solito approccio retro-intransigente fatto di fotocopie low cost, graffette e copie numerate a mano (33 in tutto).</p>
<p>Ma in realtà la chicca di questo numero è l&#8217;allegato, una cassetta (e daje&#8230; ancora? Sì e va bene così) che contiene &#8211; citando le parole scritte sul biglietto di accompagnamento che c&#8217;era nella busta &#8211; &#8220;amici veri&#8221;. Un nastro riciclato, nella miglior tradizione Bubca, con dentro 14 (o forse 15 o 16 non si capisce bene puttana eva&#8230;) brani di band evidentemente vicine per spirito, attitudine, gusto e amicizia ai ragazzi della label.<br />
E&#8217; un modo, più o meno esplicito, per tirare una riga e separare bonariamente (ma anche no) il &#8220;noi&#8221; dal &#8220;loro&#8221;. Nella repubblica del Lo-Fi non tutti sono ammessi e questo nastro rappresenta una sorta di censimento ufficiale della sua popolazione; beati quelli che hanno la cittadinanza&#8230; noi stiamo fuori a guardare.</p>
<p>Qualche rapido cenno sui pezzi: i Geese sempre da pelle d&#8217;oca, ma ottimi anche Greg Ashley, Seff Clarke, John Wesley Coleman, Methadone Kitty &amp; The Daily Dose&#8230; e poi non so, è un casino capire chi-suona-cosa, perché è tutto <em>leggermente</em> caotico. Ma la compilation fila via bene e ti fa venire voglia di ripetere il trip, magari con un paio di birre a corredo.</p>
<p><center><iframe width="480" height="355" src="http://www.youtube.com/embed/6qUOe2HgJ3U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Turn on the news</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 10:56:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bob Mould è un'icona del punk e dell'alt rock anni Ottanta/Novanta. Se dico Husker Du, cosa vi viene in mente? Ecco. E questa è la sua autobiografia, fresca di stampa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Bob_Mould_See_a_Little_Light.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8964" title="Bob_Mould_See_a_Little_Light" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/07/Bob_Mould_See_a_Little_Light.jpg" alt="" width="250" height="388" /></a>Bob Mould &amp; Michael Azerrad &#8211; <em>See a Little Light, The Trail of Rage and Melody</em> (Little Brown, 2011, 404 pp.)</strong></p>
<p>Le biografie/autobiografie rock sono ufficialmente un genere letterario che tira, ormai da qualche anno. E non posso che esserne felice, visto che la lobotomia causata dal rincoglionimento senile mi impedisce da quasi 10 anni di leggere altro&#8230; vederne uscire tante e anche di artisti minori è tutto grasso che cola, per il sottoscritto.</p>
<p>Per quanto riguarda il caso Mould, il piacere è doppio, visto che è da sempre un personaggio interessante, oltre ad essere stato uno dei pilastri della mia formazione musicale (e di quella di svariate migliaia di altre persone, direi) con gli <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.thirdav.com/hddb.shtml">Husker Du</a></span>. Insomma, non ci ho pensato due volte a prendermi questo libro, complice anche un tizio spagnolo che mi ha provvidenzialmente comprato su Discogs un disco residuo della vecchia distribuzione &#8211; un orribile split 7&#8243; di band punk rock anni Novanta poco più che ignobili&#8230; che uno si domanda: ma caro spagnolo sei sicuro del tuo acquisto? Ad ogni modo, grazie: coi tuoi eurazzi mi son regalato il libro (che è arrivato in edizione hardcover).</p>
<p>Insomma, questa è un&#8217;autobiografia scritta a quattro mani con Azerrad &#8211; già pregiato autore di <em>Our Band Could Be Your Life</em> &#8211; che probabilmente ha organizzato e limato i contenuti per renderli più presentabili. Un&#8217;operazione che, peraltro, avviene regolarmente nel 99% delle autobiografie anche quando non è dichiarata.<br />
La storia inizia dall&#8217;infanzia di Bob e arriva fino ai nostri giorni&#8230; una lunga cavalcata che passa dagli Husker Du ai primi album solisti, per passare attraverso gli Sugar, l&#8217;esperienza di lavoro nel campo del wrestling televisivo e, infine, il ritorno alla musica. Il tutto ampiamente intriso di tutte le problematiche legate all&#8217;accettazione della propria omosessualità e alla ricerca di una dimensione vivibile.<br />
La prosa è scorrevole, ritmata, lucida e pacata, come i migliori pezzi di Mould &#8211; se vogliamo. Insomma una lettura semplice e piacevole, in cui un uomo si mette a nudo e srotola fatti, pensieri ed emozioni senza troppi pudori. Nella miglior tradizione delle autobiografie. Tanto più che Bob di roba da raccontare ne ha a vagonate&#8230;</p>
<p>Posto, dunque, che la soddisfazione è garantita, non posso fingere di non avere almeno un paio di cosette da rilevare.<br />
Personalmente &#8211; ed è un mio errore d&#8217;approccio, visto che da nessuna parte è scritto che questa è la storia di una band &#8211; avrei preferito molto più spazio dedicato ad aneddoti e storia degli Husker Du (in breve: quando cazzo esce un libro solo su di loro?)&#8230; davvero, insomma, con tutto il rispetto Bob: ma a chi pensi che interessi la genesi dei tuoi album solisti elettronici (che facevano realmente cagare), tanto per dirne una? O le peripezie legate ai traslochi e ai vari acquisti di case (ma quanti soldi guadagnavi Bob, per cambiare casa con quella frequenza?).  Dacci montagne di Husker Du e ci avrai ai tuoi piedi. Anche se già lo siamo.<br />
In secondo luogo la parentesi del wrestling per quanto totalmente lontana dalla musica, ha un fascino morboso che avrebbe meritato più pagine. Magari a discapito delle energie spese nel raccontare dei gay bar e del gay lifestyle fatto di party, palestra, caffé per hipster e flirt.</p>
<p>Non è forse il libro dell&#8217;anno, dunque, ma ci voleva. E state certi che dal momento in cui lo inizierete, non riuscirete facilmente a staccarvene.</p>
<p>Un ultimo avvertimento doveroso: da tutta la storia Grant Hart e Greg Norton escono veramente malissimo. Sarebbe bello ascoltare anche le loro campane, soprattutto su alcuni fatti chiave.</p>
<p><center><iframe width="450" height="367" src="http://www.youtube.com/embed/J1sYN0PuRs4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>C&#8217;era una volta Ozzy (ancora&#8230;)</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/06/ozzy-osbourne-chris-ayres-io-sono-ozzy-libro-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 19:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io sono Ozzy; un onesto libro verità, una confessione laica di un peccatore ravvedutosi con la demenza senile. Se chiodo scaccia chiodo, demenza scaccia demenza]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/06/oz.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8202" title="oz" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/06/oz.jpg" alt="" width="250" height="359" /></a><strong>Ozzy Osbourne, Chris Ayres &#8211; <em>Io sono Ozzy</em> (Arcana, 2010, 450 pag.)</strong></p>
<p>Questa è l&#8217;autobiografia spassosa, grottesca, eccessiva scritta a quattro mani dal Madman in persona insieme al  <em>tutorwriter </em>Chris Ayres. Senza di lui e un equipe di editor di prima scelta, questo libro non sarebbe stato possibile, o meglio ne sarebbe stato possibile un altro: <em>Le memorie smemorate di Ozzy: un alcolista confuso e dislessico</em> &#8211; praticamente un disastro editoriale, pensierini da quinta elementare scritti alla rinfusa dal Re delle Tenebre.<br />
Ma il volume edito da Arcana si rivela un onesto libro verità, una confessione laica di un peccatore ravvedutosi con la demenza senile.  Se chiodo scaccia chiodo, demenza scaccia demenza.</p>
<p>Il padrino dell’heavy metal dunque fa un mea culpa generale, in queste pagine, e non si compiace della cronaca nera che permea il suo passato da rockstar. Alcune delle cose che non rifarebbe:<br />
- sparare alle galline nel pollaio del suo cottage con il fucile automatico<br />
- staccare la testa con un morso ad una colomba durante una conferenza stampa<br />
- azzannare un pipistrello durante un concerto credendolo finto<br />
- bere così tanto da pisciarsi e cagarsi nel pannolone, drogarsi a tal punto da sbagliare hotel durante un tour<br />
- sniffarsi un’ intera fila di formiche rosse<br />
- bere il suo piscio durante una data coi Motley Crue</p>
<p>Anche se poi viene inevitabilmente da domandarsi sia cosa sarebbe Ozzy senza questi eccessi, sia quanto c’è di strategicamente ordito dalla sua manager/moglie Sharon dietro queste peripezie freak e circensi. Sta di fatto che da queste pagine Ozzy esce vincitore &#8211; o meglio, la sua proverbiale, bislacca autoironia e capacità di farsi beffa di tutto, in primis di se stesso, prevalgono sulle vicende lisergiche della sua esistenza.</p>
<p>Larga parte del libro è dedicata alla  turbolenta infanzia, ai confini con la miseria, del piccolo John Osbourne nella plumbea Birmingham; esilaranti sono episodi alla catena di montaggio per accordature di clacson e gli scherzi di pessimo  gusto patiti all’interno del mattatoio. Si scende in dettagliato anche nel capitolo che riguarda la nascita e l’ascesa dei Black Sabbath soprattutto i vari rapporti e scazzi con Tony Iommi, vero fulcro carismatico del Sabba Nero musicalmente e caratterialmente.</p>
<p>I capitoli sulla carriera solista mettono un po’ da parte il discorso prettamente musicale, soffermandosi su toccanti vicende personali: una su tutte la morte per incidente aereo del giovane e virtuosissimo chitarrista Randy Rhoads, amico fraterno di Ozzy.</p>
<p>Non sarà di sicuro la biografia definitiva scritta su e da Ozzy Osbourne, ma se per sbaglio dovesse esserlo, pochi farisei potrebbero disapprovarla.</p>
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		<title>For those about to read&#8217;n&#039;rock, we salute you</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 04:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cazzo ne sapete voi del rock and roll... già ditecelo un po'. A chiedervelo sono gli Amelie Tritesse, col loro primo lavoro, un cd+booklet di reading musicati nella miglior tradizione di Massimo Volume e Offlaga disco Pax. Ma più ruvidi e spigolosi, come la provincia un po' bastarda dove si parla poco, si beve tanto e ci si dimentica anche di vivere, a volte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/amt.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8165" title="amt" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/amt.jpg" alt="" width="250" height="337" /></a>Amelie Tritesse &#8211; <em>Cazzo ne sapete voi del rock and roll</em> (Interno 4, 2011)</strong></p>
<p>Ogni tanto capita, quando si è in giro da tanti anni a far cose e scriver bizzarrie, che ci si trova a recensire dischi/libri di persone che si conoscono o con cui si ha un rapporto di amicizia. Mediamente è imbarazzante, non tanto per l&#8217;ipotetico conflitto d&#8217;interessi (ma dai&#8230; nemmeno fossi Berlusconi), quanto perché il primo pensiero è: &#8220;E se mi fa schifo, come faccio a dirlo senza rovinare una bella amicizia?&#8221;. Questo perché mediamente noi italiani siamo permalosi e difficilmente capiamo una critica sincera &#8211; ma negativa &#8211; da parte delle nostre cerchie amicali.<br />
Capita anche, poi, che ricevi da un amico e collaboratore cose come il libro + cd degli <a href="http://www.myspace.com/amelietritesse"><span style="text-decoration: underline;">Amelie Tritesse</span></a> (dove milita, in qualità di autore dei testi/racconti il nostro <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/author/manuel-graziani/"><span style="text-decoration: underline;">Manuel Graziani</span></a>) e capisci che non devi proprio preoccuparti di tutte le puttanate di cui sopra. Perché <em>Cazzo ne sapete voi del rock and roll</em> è carismatico e convincente già al tatto: fidatevi.</p>
<p>Si tratta di un&#8217;uscita particolare per un progetto peculiare, ossia un booklet di racconti di Manuel (magistralmente illustrati da Fabrizio “Pluc” Di Nicola), accompagnato da un cd in cui gli stessi sono musicati e interpretati; in uno stile (mi si perdoni il paragone forse poco calzante) che mi ricorda i Massimo Volume, per molti versi. Ma dentro c&#8217;è una forte dose di personalità: sangue di provincia pompato da un cuore di provincia, con le sue storie sospese, fatte di minuzie, sguardi, siparietti, gesti quotidiani, suoni e ricordi. E soprattutto senza un vero finale, che restano lì appese come se da un istante all&#8217;altro qualcuno dovesse premere il tasto di rewind, per farle ricominciare.</p>
<p>Ma, per farvi capire meglio il concetto &#8211; senza rompervi troppo le palle coi miei farfugliamenti &#8211; li ho intervistati brevemente. Leggete: tutto sarà più chiaro. E dovrete andare a comprarvi <em>Cazzo ne sapete voi del rock and roll.</em> Già.</p>
<p><strong>Io sono un orribile cafone e mi dovete perdonare per l&#8217;approssimazione&#8230; però un pochino mi avete ricordato i Massimo Volume. Ma quali sono &#8211; se ce ne sono &#8211; i vostri numi tutelari e ispiratori?<br />
</strong>Non ti preoccupare ché tra cafoni ci intendiamo. Per quanto mi riguarda i Massimo Volume sono stati e continuano ad essere (l’ultimo album <em>Cattive abitudini</em> è un gran disco, <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/10/massimo-volume-cattive-abitudini-recensione/"><span style="text-decoration: underline;">come ho scritto</span></a> su queste stesse pagine) sicuramente fonte di ispirazione e, soprattutto, di “piacere”, il paragone mi onora. Oltre alla consistenza dei testi, mi piace il parlato di Emidio Clementi perché è autorevole senza essere eccessivamente impostato, da attore. Inevitabilmente veniamo accostati a chi fa cose simili, quindi ai Massimo Volume ma anche agli Offlaga Disco Pax. Nell’ambito del read’n’rock citerei anche Totòzingaro Contromungo e i vari progetti dello scrittore Enrico Brizzi: il mio preferito è quello con i genovesi Numero 6.<br />
Ognuno di noi ha i propri numi tutelari, ce ne sono molti, forse troppi. Pensando al nostro progetto, io mi gioco i nomi di Gun Club e Diaframma. Stefano punta su Grandaddy e Mogwai. Paolo è caduto a testa bassa nella Boston indie degli anni Ottanta, rotolato nei Novanta fra Pavement, Beck e Flaming Lips ed è entrato nel nuovo secolo portandosi dietro il ricordo di Syd Barrett, mentre Giustino si diverte sempre più ad agghindare di decibel e frequenze tanto i vecchi bluesman del sud degli Stati Uniti quanto Miles Davis e Jimi Hendrix.</p>
<p><strong>Come sono le dinamiche degli AT&#8230; ossia: nasce prima la musica o i testi? O sono due procedimenti paralleli che fate incontrare in un dato momento? Come componete?<br />
</strong>Nei pezzi parlati, di norma, io porto il testo e poi interveniamo con la musica, o nel piccolo attico-studio di Giustino o direttamente in sala prove. Ogni pezzo del disco ha avuto comunque una genesi differente, anche perché alcuni sono classici pezzi con chitarra-basso-batteria, altri partono da una base elettronica. Ti faccio degli esempi: in “Liverpool pub” ho adeguato il testo ad una suite di musica elettronica di Giustino, più o meno lo stesso è accaduto con “Oplà” e “Biciclette” dove sono intervenuti nella composizione Paolo e Stefano, suonando e cantando nella seconda parte. “Suddenly”, “At the door” e “Le 2 Sofia” sono vere e proprie canzoni di Paolo senza elettronica, con me e Stefano che ci alterniamo tra basso e batteria. La title track, tutta suonata in acustico, è l’unico pezzo nel quale c’è anche la chitarra elettrica: dopo che io ho raccontato la mia storia per un tot di minuti ed il pezzo sembra finire, esplode una micro canzone cantata da Paolo. Insomma, il progetto musicale è abbastanza variegato sia su disco che dal vivo.</p>
<p><strong>In che contesti riuscite a esibirvi, data la vostra proposta piuttosto particolare?<br />
</strong>Finora abbiamo fatto una quindicina di concerti e secondo me abbiamo avuto la “fortuna” di suonare sempre in contesti diversi. Dall’happening artistico un po’ radical chic (Roma) al club rock vero e proprio (Bologna, Pescara); dal circolo culturale alla galleria d’arte; dal localino buio dove gli astanti si trinciano di alcol e non ti degnano della minima attenzione fino al bar-libreria (Avellino) e alla manifestazione via uno avanti l’altro (Faenza). Da queste esperienze abbiamo capito che ci è più congeniale un posto raccolto dove le persone sono lì per sentirci e magari sorridere, anche amaro, ascoltando la musica e le storie che raccontiamo loro.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/AmelieTritesse1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8174" title="AmelieTritesse1" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/AmelieTritesse1.jpg" alt="" width="400" height="293" /></a>Come vi siete trovati e come è nata l&#8217;idea di questo progetto?<br />
</strong>Nell’estate del 2007 è uscito il mio romanzetto <em>La mia banda suona il (punk)rock</em> e stufo di fare le solite presentazioni imbalsamate mi è iniziata a frullare in testa l’idea di movimentare un po’ la faccenda. L’occasione ci è stata servita su un piatto d’argento quando mi hanno invitato a presentare il romanzetto in una manifestazione estiva alla Villa Comunale di Teramo; lì c’è un bel palco dentro un laghetto artificiale (una specie di palafitta) dove di solito suonano gruppi rock, jazz, ecc. Così ho chiesto a Paolo, che è un amico di vecchia data, di fare qualcosa assieme alternando mie letture a sue canzoni. Da subito abbiamo tirato dentro l’altro comune amico Giustino Di Gregorio che si è occupato della parte elettronica del progetto. Dopo un po’ si è aggiunto il fine battitore di tamburi Stefano Di Gregorio, che già suonava la batteria con Paolo, e il cerchio si è chiuso. Con l’ingresso di Stefano ci siamo progressivamente spostati dal classico reading fino a diventare quello che siamo ora: un gruppo di read’n’rock con chitarra, basso, batteria, elettronica, voce cantante e voce recitante.</p>
<p><strong>Il vostro cd+booklet è un&#8217;uscita intrigante, ma anche coraggiosa&#8230; è stato semplice trovare chi ve lo producesse?<br />
</strong>In realtà è stato molto più semplice del previsto. Abbiamo registrato 5 pezzi, praticamente in presa diretta, in un giorno e mezzo. Ne abbiamo fatte 7-8 copie e le abbiamo mandate a piccole etichette che secondo noi potevano essere interessate. Dopo neanche una settimana dall’invio mi ha chiamato Massimo Roccaforte di NdA e ci ha “bloccati” immediatamente. Ci fa enormemente piacere esserci trovati con Massimo perché apprezziamo il lavoro che fa con NdA ed i cd-libri che pubblica su Interno 4 Records (ma anche le ristampe punk su Shake) che sono, come dici tu, davvero “intriganti”. Massimo si è dimostrato entusiasta di quei 5 pezzi e ci ha chiesto di registrarne altrettanti per mettere insieme un album vero e proprio. Detto fatto: un altro paio di giorni in studio e il disco era pronto. La data di pubblicazione ha subito ritardi perché non riuscivamo a trovare il disegnatore adatto, poi è spuntato miracolosamente il pescarese Fabrizio “Pluc” Di Nicola e ci ha fatto svoltare. Riteniamo che le sue illustrazioni siano un vero valore aggiunto, che abbiamo colto perfettamente il senso dei pezzi e dell’intero progetto.</p>
<p><strong>Che rapporti avete &#8211; se ne avete &#8211; con la scena musicale delle vostre parti?<br />
</strong>Conosciamo bene la scena musicale abruzzese e, più in particolare, quella della nostra città, Teramo. Abbiamo buoni rapporti (anche di amicizia in alcuni casi) con tutti quelli che, di dritto o di rovescio, suonano roba obliqua e fuori dagli schemi. Io più da ascoltatore e fan, gli altri più dal di dentro dato che ne fanno parte da anni come musicisti. D’altronde il tempo passa, puttana eva. Io e Paolo ci avviciniamo ai 40, Giustino ai 50 e pure Stefano, che il più giovane del gruppo, sta “invecchiando”. Paolo è una “istituzione” dell’indie rock cittadino: negli anni Novanta ha guidato gli Orange Indie Crownd con cui ha pubblicato il disco <em>Choke Your-gas-M</em> su Vurt Records nel 1998. Assieme a Giustino ha dato vita agli Iver and the drIver; hanno all’attivo l’album del 2006 su Ghost Records, <em>Samples and Oranges</em>. Di recente ha messo su i delaWater nei quali, peraltro, suona la batteria Stefano. Non è da meno il pedigree di Giustino che nei primi anni Novanta è stato un pioniere della scena del taglia e cuci all’italiana, tanto da pubblicare il suo debutto del 1999, <em>Sprut</em>, con l’etichetta americana Tzadik Records di quel genio del rumorismo mondiale che risponde al nome di John Zorn. Poi, come ti dicevo, ha messo in piedi con Paolo gli Iver and the drIver, si è dedicato all’autoproduzione di The Incredulous Eyes Project e al progetto di sonorizzazione Secondopiano. Anche Stefano può dire la sua in quanto ad esperienze musicali avendo suonato, negli ultimi 10 anni, con gruppi dai nomi a dir poco fantasiosi come Condominio Abracadabar, Pantofon Gare, Gaetano e Gaetano, Pretusa Mens, Iver and the drIver e delaWater. Intrecci a go-go, come avrai capito.</p>
<p><strong>Concettualmente siete molto rock&#8217;n'roll; a livello di impatto sonoro percorrete altri sentieri, più raffinati, intimisti, forse vicini a certo indie rock d&#8217;autore; come conciliate queste due anime e da dove arrivano?<br />
</strong>C’hai preso, grazie! Personalmente il rock’n’roll è una delle poche cose che rende accettabile l’essere al mondo. I “sentieri raffinati, intimisti, vicini a certo indie rock d’autore”, come li chiami tu, sono merito soprattutto di Paolo, Giustino e Stefano. Col passare degli anni io sono diventato né più né meno che un povero bifolco appassionato di putrido garage-punk e r’n’r demente, ma da ragazzo ho seguito anch’io il cosiddetto rock alternativo o indie-rock che dir si voglia, e non solo quello americano di Dinosaur Jr, Pavement, Superchunk, ecc. I “suoni” degli Amelie Tritesse per me sono anche un piacevole tuffo nelle atmosfere di un passato spensierato che non tornerà più. Pensa che quando suoniamo “Le 2 Sofia” per un attimo m’illudo di essere il batterista dei Waterboys e mentre sbatacchio le spazzole sul rullante in “Suddenly” piombo letteralmente dentro <em>Earth, Sun, Moon</em> dei Love and Rockets.</p>
<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/Manuel_AmelieTritesse.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8173" title="Manuel_AmelieTritesse" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/Manuel_AmelieTritesse.jpg" alt="" width="250" height="333" /></a>Domanda per Manuel in particolare: i tuoi racconti mi colpiscono perché hanno due caratteristiche salienti (almeno per me, che ovviamente non faccio testo): da una parte trasudano quel liquido amniotico sublime, ma mortifero, in cui solo nella provincia è possibile sguazzare; dall&#8217;altra parte sono carveriani nella loro capacità di farti identificare, di non sconfinare nel fantasioso conclamato. E, come se non bastasse, non sembrano mai avere un finale netto, tipo da film in cui vedi la scritta THE END. Fanno presagire un loop infinito, un ripetersi delle situazioni e un&#8217;atmosfera di disagio sospeso. Da dove peschi per la tua ispirazione? Quanta autobiografia c&#8217;è?<br />
</strong>Intanto ti ringrazio; direi che c’hai preso in pieno un’altra volta. Ti rispondo per punti. Le mie storielle riflettono inevitabilmente quello che mi piace leggere e, tanto per confermare il tuo accostamento che mi lusinga enormemente, Carver l’ho divorato come molti appassionati di narrativa americana. Sono un provinciale fiero di esserlo; in provincia ci sono nato, ho scelto di viverci e spero di morirci. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è il mondo del “fantasy” in tutte le sue fottute declinazioni. I finali non mi sono mai piaciuti, figuriamoci quelli che finiscono bene (e scusa il gioco di parole). Nel tempo ho imparato a nasconderlo, ma spesso mi sento a disagio e ancor più provo disagio per conto terzi. Nella musica come nella vita mi piace la reiterazione, con degli strappi qua e là a rompere la monotonia meccanica che diventa esercizio o, peggio, routine. L’autobiografia c’è e non faccio nulla per nasconderla, ma spesso sta dove meno ci se lo aspetta, tra le righe, nelle pieghe nascoste. L’ispirazione la traggo un po’ ovunque: nelle letture, nei film, nei solchi dei vinili, nella televisione, nel percorso in macchina casa-lavoro, nei bar, al supermercato, tra i denti bianchi e le rughe di mio padre, nello sguardo allegro e talvolta inquisitorio di mia figlia, nelle braccia sottili, forti e bellissime di mia moglie.</p>
<p><center><font face="Verdana" size="1" color="#999999"><br/><a href="http://www.myspace.com/video/vid/51423230" style="font: Verdana">suddenly</a><br/><object width="425px" height="360px" ><param name="allowScriptAccess" value="always"/><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="wmode" value="transparent"/><param name="movie" value="http://mediaservices.myspace.com/services/media/embed.aspx/m=51423230,t=1,mt=video"/><embed src="http://mediaservices.myspace.com/services/media/embed.aspx/m=51423230,t=1,mt=video" width="425" height="360" allowFullScreen="true" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" allowScriptAccess="always"></embed></object><br/><a href="http://www.myspace.com/213215015" style="font: Verdana">AmelieTritesse</a> | <a href="http://www.myspace.com/music/videos" style="font: Verdana">Myspace Music Videos</a></font></center></p>
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		<title>Nederbiet bloody nederbiet</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 09:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La traduzione in inglese dell'unica vera e definitiva storia degli Outsiders. Per pochi. Ma buoni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/OUTSIDERS-Book.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8145" title="OUTSIDERS-Book" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/OUTSIDERS-Book.jpg" alt="" width="250" height="363" /></a>Jerome Blanes &#8211; <em>Outsiders by Insiders</em> (Misty Lane Books, 2010, 168 pag.)</strong></p>
<p>Che piaccia o no, <a href="http://www.mistylane.it/"><span style="text-decoration: underline;">Misty Lane</span></a> è un po&#8217; il corrispettivo europeo di <a href="http://www.ugly-things.com/"><span style="text-decoration: underline;">Ugly Things</span></a> &#8211; fatte le debite e imprescindibili proporzioni. E quest&#8217;ultima operazione editoriale in cui si è imbarcata conferma la percezione: un libro tutto dedicato agli olandesi <a href="http://www.theoutsiders.eu/"><span style="text-decoration: underline;">Outsiders</span></a>, alla loro storia e a ogni dettaglio che li riguardi (e Ugly Things, tempo fa, dedicò un intero volume agli altri olandesi d&#8217;oro, i <a href="http://www.q65.org/"><span style="text-decoration: underline;">Q65</span></a>).</p>
<p>Questo <em>Outsiders by Insiders</em> &#8211; precisiamolo &#8211; è una traduzione. Il libro ha avuto una primissima pubblicazione in olandese alcuni anni orsono (2007); con la trasposizione in lingua inglese ovviamente si cerca di allargare il tiro al mercato internazionale degli appassionati di Sixties sound e derivati.<br />
Detto questo, la sensazione &#8211; piacevole anche &#8211; è che sia comunque un volume per pochi appassionati dall&#8217;indole hardcore. Un po&#8217; perché si concentra su una band fondamentale, ma sostanzialmente non famosa (per apprezzare la scena Sixties olandese occorre essere un po&#8217; più appassionati degli altri e un po&#8217; più conoscitori della media, si sa); un po&#8217; perché si tratta di una storia maniacale, scritta con attenzione a minuzie che a tratti possono scoraggiare anche i fan e i curiosi più ben disposti (nomi di persone, di club, di scuole e di vie si susseguono in un turbine capace di confondere nel giro di poche decine di pagine).</p>
<p>Il succo, quindi è che dovete essere pronti a immergervi nel mondo degli Outsiders come se doveste scrivere una tesi di dottorato su di loro, imparando anche qualche parola di gergo olandese. In cambio dei vostri sforzi, però, avrete in regalo (beh, proprio regalo no, visto che costa 20 euro) le chiavi di un mondo in cui avrete il privilegio di curiosare ampiamente &#8211; magari anche in qualche cassetto dimenticato. A compendio, poi, ci sono una marea di foto che raccontano una storia già da sé.</p>
<p>Unico vero appunto: la prosa di mr <a href="http://www.jeromeblanes.blogspot.com/"><span style="text-decoration: underline;">Blanes</span></a> non è delle più brillanti (diciamo anche piuttosto noiosa: non è certo uno di quei cronisti/giornalisti che si mettono in gioco in prima persona nel raccontare le cose) e la traduzione dall&#8217;olandese non è esattamente ineccepibile &#8211; sono rimasti un po&#8217; di refusi. Per non parlare della scelta di lasciare molte parole in lingua originale, ma in contesti che proprio non hanno alcun senso. Un vezzo pittoresco, ma piuttosto fastidioso alla lunga.</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/BgoqSFugFT8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Solar Ipse (dixit)</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2011 17:08:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Loris Zecchin]]></category>
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		<category><![CDATA[Xerox Militia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il numero 4 di Solar Ipse, la fanzine (ormai divenuta magazine) più competente, maniacale e ben realizzata degli anni 2000-e-qualcosa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/Solar-Ipse-04cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7779" title="Solar Ipse 04cover" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/05/Solar-Ipse-04cover.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Solar Ipse n.4 (131 pag., A5)<br />
</strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/05/solar-ipse-aka-xerox-militia-n-3-recensione/">Solar Ipse</a></span> è tornata. E ora sono tutti cazzi miei, visto che il problema è recensirla senza ripetere sempre le medesime cose. Già, perché &#8211; chiariamolo dal principio &#8211; la qualità è sempre altissima e, anzi, con il passaggio alla stampa tipografica è ancora aumentata.</p>
<p>Quindi? Quindi, cari i miei naviganti, siamo ormai di fronte a un vero magazine ed è ora di accantonare il termine &#8211; suggestivo e old school, ma ormai restrittivo &#8211; fanzine. Un magazine che si occupa di musica estrema, imbastardita, di frontiera. E lo fa con una competenza maniacale, oltre che una dedizione ai confini con il misticismo.</p>
<p>Certo, a qualcuno sembrerà incredibilmente snob, nell&#8217;era del web 2.0, di Facebook, di MySpace e dei feed l&#8217;idea di un magazine cartaceo. Ma la risposta, che come un bello scappellotto metterà a tacere i bastian contrario, risiede tutta in due frasi che si trovano proprio in questo numero. E ve le cito, così, a bruciapelo, affinché capiate:</p>
<blockquote><p>&#8220;[...] una pubblicazione cartacea è un prodotto finito qui ed ora che vive di dettagli (grafica, grammatura della carta, leggibilità).&#8221; (Loris Zecchin, editoriale)<br />
&#8220;[...] la carta stampata può giocarsi le carte dell&#8217;autorevolezza e del ritardo. Che ti rende ponderato e, se riesci, narrativo&#8221; (Maurizio Blatto, intervista, pag. 15)</p></blockquote>
<p>Se questi concetti vi dicono qualcosa allora ce la potete fare tranquillamente a entrare nel mondo di <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/05/solar-ipse-aka-xerox-militia-n-3-recensione/">Solar Ipse</a> &#8211; che di dettagli curati, di autorevolezza, ponderatezza e arte narrante vive. Al solito, la maggior parte dei contenuti sono oscuri o quasi, quindi preparatevi a un viaggio che vi guiderà verso parecchie scoperte. Ma non mancano neppure i pezzi da novanta, ovvero gli articoli e le interviste dedicati ad artisti (e non) decisamente  più noti (solo per citarne qualcuno: Maurizio Blatto, Matteo Guarnaccia, Starfuckers, Avant! Records, Boring Machines, Deadpeach&#8230;).</p>
<p>Non c&#8217;è altro da dire, se non che occorre solo che voi la ordiniate e la leggiate, magari centellinandola &#8211; e male non fa, visto che il prossimo numero non sarà certo fuori domani o la prossima settimana&#8230;</p>
<p>Fatela vostra per la misera somma di 5 euro comprese le spese postali  (per maggiori info: <span style="text-decoration: underline;">l<a href="mailto:loriszecchin@gmail.com">oriszecchin@gmail.com</a></span>).</p>
<p><center><iframe width="500" height="405" src="http://www.youtube.com/embed/K4aZR2FbEX8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Nick, Nick, raccontaci una storia&#8230;</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/04/nick-kent-apathy-for-the-devil-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 15:06:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hugo Bandannas</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri e carta stampata]]></category>
		<category><![CDATA[anni Settanta]]></category>
		<category><![CDATA[Apathy For The Devil]]></category>
		<category><![CDATA[Arcana]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Nick Kent]]></category>
		<category><![CDATA[NME]]></category>

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		<description><![CDATA[Le B-side di The Dark Stuff, dalla penna impantanate di Nick Kent]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/kent2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7307" title="kent2" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/04/kent2.jpg" alt="" width="250" height="364" /></a>Nick Kent &#8211; <em>Apathy For The Devil</em> (Arcana, 2010)<br />
</strong><br />
Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi se è una prerogativa per la riuscita di un intero libro sul rock.</p>
<p>Nick Kent è stato per molti anni un decano del <em>NME</em>, una delle riviste sul rock inglesi più popolari del pianeta. Nel decennio che va dal 1970 al 1980 circa, il critico londinese ha rappresentato più di ogni altro lo <em>zeitgeist</em> di quella decade: ne ha tracciato una partitura geometricamente perfetta, come una tela di ragno, con dei punti fermi  &#8211; i suoi <em>masterpiece </em>su <em>NME</em> racchiusi nel libro culto <em>The Dark Stuff</em> del 1996 &#8211; avendo avuto la fortuna e il tempismo di vivere fianco a fianco di celebrità del calibro di Bowie, Iggy Pop, McLaren, Keith Richards e compagnia tossica.<br />
Quel libro è stata la mia personale Bibbia sul rock per diversi anni; lo trovai in lingua originale in una deserta libreria di Biarritz a ferragosto e ho speso un po’ di tempo, vocabolario alla mano, a tradurlo quasi fedelmente &#8211; o almeno comprensibilmente.</p>
<p>Se in <em>The Dark Stuff</em> Nick Kent trasformava il mero articolo rock in un&#8217;investigazione alla maniera dei <em>true crime</em> &#8211; immergendosi così tanto nel contesto trattato, da rimanere agganciato all’amo dell&#8217;eroina &#8211; questa seconda fatica,  (<em>Apatia per il Diavolo</em> &#8211; titolo  tratto dalla sarcastica definizione di Bob Dylan sullo stato di salute in cui versavano gli Stones nella seconda metà degli anni ’70) è un libro abulico e svogliato, frettoloso e sciatto. Contiene i B-side di quegli articoli che hanno fatto la sua fortuna, quella del <em>NME</em> e dell&#8217;opera prima <em>The Dark Stuff</em>.</p>
<p>L’operazione editoriale è alquanto furba, perché se in <em>The Dark Stuff</em> erano gli stessi protagonisti a raccontare se stessi e il giornalista restava al suo posto puntando la lente d’ingrandimento &#8211; laddove ce n&#8217;era bisogno &#8211; per investigare sui vizi e le devianze dei vari Iggy-Barrett-Richards-Reed-Wilson-Beefheart-Dolls-Pistols, in <em>Apathy</em> è il medesimo Kent a raccontarsi attraverso gli stessi illustri personaggi. Ma il risultato non brilla della medesima luce.<br />
Se il saper scrivere recensioni rock non sempre è un passepartout  per il Paradiso, figurarsi a volte l’esistenza di un critico rock &#8211; seppur illustre &#8211; quanto può essere  distante da quella dei propri idoli.</p>
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