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	<title>Black Milk Magazine &#187; Italia</title>
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		<title>God save (Italian) r’n’r</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 12:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Graziani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un album live per i Cut: noise, punk, blues, rock'n'roll, wave, p-funk e r&#038;b rovesciati su un pubblico inglese che si sta ancora leccando le ferite]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/cover-CUT.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10647" title="cover CUT" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/cover-CUT.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Cut – <em>The Battle of Britain. Live in the U.K.</em> (Gamma Pop, 2011)</strong></p>
<p>Di questi tempi pubblicare un disco live in vinile è una follia per chiunque; se a farlo è un gruppo rock italiano, per di più della “portata” dei <a href="http://www.soundofcut.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Cut</span></a> (e lo dico con il massimo rispetto, sia chiaro), be’ la cosa diventa una vera e propria impresa. Mi congratulo con loro, quindi, e con la “storica” Gamma Pop da poco rinata sotto le ali protettrici della varesina Ghost Records che ha reso possibile questa impresa.</p>
<p>Sono legato affettivamente ai Cut per tre motivi: 1) Nei primi anni ’90 ero a Bologna quando si formarono e risposi pure al loro annuncio, staccato dalla bacheca di SestoSenso, per cercare un batterista ma non ci incontrammo mai non ricordo bene perché 2) Ferruccio, uno dei due cantanti-chitarristi, è della mia stessa provincia e io sono un indefesso campanilista 3) I Cut sono un gruppo della Madonna, è questo è il motivo principale della stima che nutro nei loro confronti.</p>
<p>L’ho già scritto altrove, ma urge ribadirlo. I Cut sono in credito con la sorte perché hanno pagato e continuano a pagare un prezzo troppo alto legato ad uno stupido pregiudizio che si annida nelle teste vuote dei puristi di questa cippa di cazzo. Non me lo spiego, ma fatto sta che ancora passano per un gruppo troppo punk per i fan della musica indie e troppo indie per la scena garage-punk. Chi volesse approfondire può <a href="http://www.manwell.it/?p=366" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">leggere qui</span></a> l’intervista che feci a Ferruccio e a suo fratello Luigi, chitarrista dei Transex, per un bel magazine culturale delle mie parti passato a miglior vita.</p>
<p>Cazzate, immense cazzate. I Cut fanno rock’n’roll punto e a capo. E lo fanno benissimo, con muscoli, anima, sudore e la giusta cattiveria. Negli ultimi due dischi in studio (<em>A Different Beat</em> del 2006 e <em>Annihilation Road</em> del 2010), qui saccheggiati per bene, hanno mostrato una compattezza e un tiro invidiabili da power trio che se la gioca alla pari con chiunque, non temendo confronti di sorta. D’altronde se hanno conquistato un pubblico storicamente preparato ed esigente come quello inglese un motivo ci sarà, no?</p>
<p><em>The Battle of Britain. Live in the U.K</em> allinea 10 pezzi tratti da <em>Annihilation Road</em>, tre pezzi pescati da <em>A Different Beat </em>e la gagliarda ritmica alla Jane’s Addiction in modalità noise di<em> </em>“Sixty Notes” da <em>Bare Bones </em>del 2003. Una miscela bollente di noise, punk, blues, rock&#8217;n'roll, wave, p-funk e r&amp;b da KO metallico riversata addosso agli avventori del Pilgrim di Liverpool, del Mad Ferret di Preston e del Birds Nest di Londra. Gente che, ci scommetto la testa, si sta ancora leccando le ferite. A noi non rimane che procurarci questo stupendo vinile e leccarci i baffi.</p>
<p><center><iframe width="480" height="274" src="http://www.youtube.com/embed/LFIIvJe3-tg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Ghostrepellers</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2012/02/to-repel-ghosts-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 10:11:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[To Repel Ghosts: rock'n'roll, wave, post punk, post stoner e noise rock per amanti dei sapori decisi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/trg.jpg"><img src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/trg.jpg" alt="" title="trg" width="300" height="300" class="alignleft size-full wp-image-10639" /></a><strong>To Repel Ghosts – s/t (Viva! Records, 2011)</strong></p>
<p>Uscito sul finire del 2011, il debutto omonimo dei varesini <a href="http://www.myspace.com/torepelghostsband" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">To Repel Ghosts</span></a> (Vincenzo Morreale, Francesco Schirru e Federico De Bernardi) si lascia apprezzare per un motivo in particolare: l&#8217;originalità.</p>
<p>Senza inventare nulla – e chi lo fa più, ormai – il trio lombardo coniuga i propri riferimenti musicali in un&#8217;alchimia di suoni che vanno a costruire uno stile sicuramente personale: un po&#8217; di rock&#8217;n'roll nervoso e squadrato, un tocco di wave oscura come la pece, quella degli Ottanta deprimenti ed esistenzialisti di Bauhaus e Sister Of Mercy (da cui riprendono una certa ossessività ritmica, anche se poi essa viene declinata in una maggiore aggressività esecutiva), ma anche il post punk nervosetto e con la tigna al culo dei Wire, il post stoner dei Queens Of The Stone Age (ascoltare il riff di apertura della title track e l&#8217;articolarsi “robotico” della struttura del brano) ed infine una certa cattiveria e spigolosità del noise rock più intransigente di scuola americana.<br />
Roba, insomma, per chi del rock ama gli aspetti più crudi e sanguigni coniugati con una vena che non si sbaglia a definire sperimentale, senza nessuna concessione al refrain che acchiappa o al riff in 4/4 che si fa ricordare e ti fa battere il piedino: esplicativa, in questo senso, la scelta dei nostri di mettere in scaletta una cover dei Flipper, la riuscitissima &#8220;The Way Of The World&#8221;.</p>
<p>Debutto riuscito, in cui i To Repel Ghosts dimostrano già di avere le idee ben chiare su dove condurre la loro musica: auguri e figli maschi.</p>
<p><center><iframe width="480" height="355" src="http://www.youtube.com/embed/ld-KNCDhxI8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Selvaggi de Roma</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 09:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un sorprendente duo di garage punk, blues, lo-fi da Roma; spuntano dal nulla e ci rifanno le orecchie con due pezzi contenuti in un 7". Ecco i Wildmen]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/wildmen.png"><img class="alignleft size-full wp-image-10621" title="wildmen" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/wildmen.png" alt="" width="300" height="300" /></a>Wildmen &#8211; s/t (Jungle Beat, 2011)</strong></p>
<p>Una bella sorpresa ancora dalla Capitale, che si palesa con il duo dei <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/wildmenband" target="_blank">Wildmen</a></span>.<br />
Giacomo Mancini (chitarra) e Matteo Vallicelli (batteria) ci lanciano in faccia, spuntando letteralmente dal nulla, un 7&#8243; con due brani brevi e intensi, di quelli che ti lasciano lì a pensare che magari un&#8217;altra mezza dozzina di pezzi così l&#8217;avresti ascoltata più che volentieri &#8211; e subito.</p>
<p>Il loro è un garage punk, blues, lo-fi fatto semplicemente come Pazuzu comanda. Nessuna invenzione, nessuna sperimentazione, nessuna velleità di inventare qualcosa&#8230; e se a qualcuno questi possono sembrare difetti, io la penso in modo diametralmente opposto. Anzi apprezzo l&#8217;umiltà nell&#8217;approcciarsi alla materia senza cercare a ogni costo di fare gli strani e di cercare qualcosa che non c&#8217;è &#8211; ossia la fantomatica &#8220;innovazione&#8221;&#8230; roba che poteva andar bene 30-40 anni fa, ma adesso non fatemi ridere. Per cui, viva la filologia quando è di questa caratura.</p>
<p>Loro si definiscono &#8220;garage and pop along the lines of bands likes Ty Segall, Strange Boys, Black Lips&#8221;; ci sta tutta, anche se probabilmente hanno scelto dei gruppi troppo à la page e contemporanei per descriversi, laddove le radici sono decisamente più lontane &#8211; meno da Vice Magazine, per intenderci. O, almeno questa è la mia impressione&#8230; come dire, mi piace pensare che Giacomo e Matteo non siano due hipster che hanno semplicemente imbroccato due pezzi della madonna, ma due tizi che questa roba se la vivono sulla pellaccia. Certo chi vive sperando muore come si sa, però suvvia: un po&#8217; di fiducia nel rock&#8217;n'roll,ogni tanto, la si può riporre.</p>
<p>Unico appunto: la registrazione è impeccabile, forse troppo, e la performance risulta un po&#8217; fredda visto il genere&#8230; ma son pignolerie.<br />
Aspetto di vederli dal vivo e di sentire un disco intero. Forza ragazzi.</p>
<p><center><iframe width="480" height="274" src="http://www.youtube.com/embed/lV7NGZRysQI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Alla vecchia maniera&#8230;</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2012/02/silver-rocket-old-fashioned-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 10:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Silver Rocket da Ferrara. Tra Girls Against Boys e Jesus And Mary Chain]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/Silver-Rocket-Old-Fashioned.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10612" title="Silver-Rocket-Old-Fashioned" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/02/Silver-Rocket-Old-Fashioned.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Silver Rocket – <em>Old Fashioned</em> (Mexican Standoff Records, 2012)</strong></p>
<p>L&#8217;attacco è da sturbo: rock&#8217;n'roll sonico con voce scazzatissima, tiro mutuato da quei figli di puttana impenitenti che erano i Girls Against Boys giusto una quindicina d&#8217;anni fa.<br />
Insomma, <em>The Worst Is Yet To Come</em> è un concentrato della NY più torbida e notturna.<br />
Il resto si mantiene più o meno su questo canovaccio, con i soliti tre accordi fatti girare in maniera sapiente.</p>
<p>Non inventano nulla i <a href="http://www.silverrocket.net" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Silver Rocket</span></a> da Ferrara, ma sanno reinterpretare la lezione fondamentale di un disco come <em>Psychocandy</em>: il debutto dei Jesus And Mary Chain ha fatto scuola, basta osservare i numerosi gruppi che hanno provato ad affogare nel feedback le sfrontate melodie r&#8217;n'r dei Fifties.<br />
Questa band ci piace perché ha dalla sua una buona freschezza e una sicurezza melodica che li fa stare una spanna sopra persino a tanta roba osannata solo perché proveniente dall&#8217;estero (tanto per fare un nome, a quei bolliti dei Black Rebel Motorcycle Club i nostri danno tranquillamente la paga).</p>
<p>Le cartucce migliori vengono sparate quasi tutte nella prima metà dell&#8217;album, dal basso ipnotico di &#8220;The Getaway&#8221;, al refrain in crescendo della successiva Saturate fino ai due minuti della noise ballad &#8220;Walk Out The Door&#8221;. L&#8217;apice si raggiunge però verso la metà, grazie ai cinque minuti e mezzo di &#8220;Static&#8221;: un giro – è ancora il basso il protagonista -  tanto semplice quanto efficace, un loop che fa pensare a come avrebbero suonato gli Spacemen 3 se fossero affogati nel pop invece che nell&#8217;acido. Un gran pezzo, uno dei più belli ascoltati di recente: di sicuro i fratellini Reid apprezzerebbero. C&#8217;è poi ancora tempo per stuprare l&#8217;intramontabile classico cantato da Sinatra &#8220;That&#8217;s Life&#8221;, che diventa una cosetta veloce e frizzante, prima di congedarsi del tutto.</p>
<p>Disco consigliato.</p>
<p><center><iframe src="http://player.vimeo.com/video/26314119?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" width="400" height="225" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe>
<p><a href="http://vimeo.com/26314119">Silver Rocket (min. 5.54)</a> from <a href="http://vimeo.com/pietropugina">Pietro Pugina</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p></center></p>
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		<title>Anomie e anomalie</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2012/01/moster-dead-cassetta-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 17:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il duo romano dei Moster Dead gravita nella galassia del lo-fi, del do it yourself, della sperimentazione anomala e anomica (ah le reminiscenze di sociologia dell'università); il tutto solidamente inquadrato in un contesto rock/punk/no wave minimale e spolpato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/moster-dead.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10589" title="moster dead" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/moster-dead.jpg" alt="" width="220" height="340" /></a>Moster Dead &#8211; s/t (autoprodotto, 2011)<br />
</strong></p>
<p>E via un&#8217;altra cassetta, a dimostrazione che la scena dei nastri, con il loro sapore di modernariato, è viva e vegeta. Anzi, sembra in espansione.<br />
Il duo romano dei <a href="https://www.facebook.com/pages/MOSTER-DEAD/253526941357102" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Moster Dead</span></a> gravita nella galassia del lo-fi, del do it yourself, della sperimentazione anomala e anomica (ah le reminiscenze di sociologia dell&#8217;università); il tutto solidamente inquadrato in un contesto rock/punk/no wave minimale e spolpato.</p>
<p>L&#8217;intera faccenda nasce e si evolve intorno a basso, batteria e voce, seguendo sentieri contorti, con brani che spesso danno l&#8217;impressione di essere jam estemporanee in cui viene catturato un mood inaspettato e non programmato. Mi ricordano leggermente i Suicide &#8211; ma poco, a onor del vero; mentre li trovo più affini alle cose stralunatissime dell&#8217;Alan Vega solista, ma senza la scimmia rockabilly sulla schiena. Anzi, qui ci si trova anche a fare i conti con un po&#8217; di psichedelia malata, di drug rock anni Novanta, di tribalismo post punk e di vocalizzi devianti molto arty&#8230; tutti elementi che rendono davvero eterogeneo il menu dei Moster Dead (tra l&#8217;altro ex Cactus ed ex Last Wank, per chi segue la scena italica da vicino).</p>
<p>Questa è musica bizzarra, adatta ai pomeriggi drogati &#8211; no fumo e fricchettonerie varie: solo roba chimica e possibilmente con una buona base anfetaminica &#8211; da spremere e far colare via sul pavimento. Musica da disagio, che mi ricorda il finir degli anni Ottanta con quelle lunghe giornate di tardo autunno passate a masticare Plegine, berci dietro Urbok e ascoltare canzoni in repeat. Roba forte.</p>
<p>Se volete il disco, lo trovate in <a href="http://moster-dead.bandcamp.com/download_tralbum" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">free download su Bandcamp</span></a>. Per la cassetta (oggetto pregevole davvero) invece dovete sborsare qualche euro e contattare la band.</p>
<p><iframe width="300" height="410" style="position: relative; display: block; width: 300px; height: 410px;" src="http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=4246728115/size=grande3/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/" allowtransparency="true" frameborder="0"><a href="http://moster-dead.bandcamp.com/album/moster-dead">MOSTER DEAD by MOSTER DEAD</a></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Alfatec, il bidone aspiratutto</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2012/01/alfatec-cd-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 15:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[hardcore]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla toscana, gli Alfatec: una hardcore band sanguigna e appassionata, con sonorità spigolose, in cui violenza e melodia si bilanciano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/alfatec.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10572" title="alfatec" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/alfatec.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Alfatec &#8211; s/t (coproduzione, 2011)</strong></p>
<p>Riecco i toscani <a href="http://www.alfatec.altervista.org" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Alfatec</span></a>, di cui già abbiamo parlato su <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/02/alfatec-brainphobia-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Black Milk in occasione dell&#8217;uscita del loro 7&#8243;</span></a>; il nuovo capitolo della loro storia  conferma quanto di positivo notato in passato: questa è una hardcore band sanguigna e appassionata, con sonorità spigolose, in cui violenza e melodia si bilanciano. Rispetto al passato si nota qualche passaggio più chitarroso e hard punk, qualche frazione più rock: roba che aggiunge un gusto rock&#8217;n'roll al tutto&#8230; e male non fa. Anzi!<br />
Notevole anche la performance vocale, che a tratti ricorda un Ian McKaye sotto steroidi &#8211; o un Henry Rollins con un perizoma commestibile alla fragola sotto ai Chinos.</p>
<p>Un gruppo che ci sa fare e che, con modestia encomiabile, ammette: &#8220;Suoniamo per passione, amiamo quello che facciamo e proviamo a farlo nel miglior modo possibile&#8221;; niente pose, quindi, ma la musica e la voglia di suonarla sbattute lì, direttamente sul tavolo e senza troppe menate di contorno. E anche se l&#8217;avranno già notato in molti, a corroborare questa tesi arriva una frase postata nel loro profilo Facebook (cito con copia e incolla): &#8220;<em>no one is talking about us in any punk hardcore messageboard. I&#8217;m pretty  sure about it, cause if you google the band name you only got some  vacuum cleaner stuff. Wich is not a surprise, cause we&#8217;re so stupid  asshole that we&#8217;re looking for band name getting high in our rehearsal  room</em>&#8220;&#8230; questo per ribadire quanto siano genuinamente cazzoni. Nel senso buono.</p>
<p>In definitiva: questo è un buon disco, che scivola via liscio tutto d&#8217;un fiato e fa sbattere il testone con una certa frequenza, segno che i brani hanno il loro bel perché. Personalmente sceglierei se cantare solo in italiano o solo in inglese: in entrambi i casi la resa c&#8217;è&#8230; ma mantenere questa specie di ambiguità da cartello stradale tirolese personalmente mi mette un po&#8217; a disagio.<br />
Inoltre una controllatina all&#8217;inglese nei testi riportati nel libretto non avrebbe fatto male, a essere puntigliosi.</p>
<p>Promossi a pieni voti. E ora mi riascolto la tredicesima traccia, &#8220;Your War&#8221;, che mi è piaciuta tanto.</p>
<p><center><iframe width="400" height="100" style="position: relative; display: block; width: 400px; height: 100px;" src="http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/track=1430825826/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/" allowtransparency="true" frameborder="0"><a href="http://alfatec.bandcamp.com/track/your-war">Your War by ALFATEC</a></iframe></center></p>
<p><center><iframe width="480" height="274" src="http://www.youtube.com/embed/YStMz3ZTEX0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Tarantole &amp; filtrini</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 05:59:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo-fi, garage, pop, weird folk; Re Tarantola ed Emma Filtrino sono in due e hanno lo scazzo generazionale nel sangue]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/tarantola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10559" title="tarantola" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/tarantola.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il Re Tarantola ed Emma Filtrino – <em>Il nostro amore sa di tabacco</em> (Kandisky Records, 2011)</strong></p>
<p>Duo bresciano al secondo disco, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/ilretarantola" target="_blank">Il Re Tarantola ed Emma Filtrino</a></span> (ovvero Manuel Bonzi e Emma Ducoli) mettono sul piatto una proposta vivace e fresca, volutamente lo-fi e “sgangherata”, come tengono a precisare loro.<br />
Viene in mente la generazione di <em>slacker</em> cantata da Beck, Pavement e Guided By Voices negli anni Novanta e raccontata da Douglas Coupland in <em>Generazione X</em>: scazzo a profusione, elogio dell&#8217;approssimazione (&#8220;Abitiamo in una casa fredda, non sappiamo cucinare/Siamo lontani dalla perfezione, ma cerchiamo di stare allegri&#8221;, cantano nella title track) che traveste un lucido sarcasmo niente affatto banale. Raramente infatti capita di ascoltare nel nostro Paese liriche che abbinano semplicità e riflessioni pungenti sul vivere quotidiano dei trentenni o giù di lì senza essere presuntuose e saccenti, difetto che invece è ben presente in molti cosiddetti cantautori della scena nazionale.</p>
<p>Non si prendono particolarmente sul serio, si/ci pigliano pure un po&#8217; per il culo, risultando indubbiamente simpatici: come non sorridere di fronte  all&#8217;autoanalisi spietata dei sogni infranti e della conseguente ammissione delle proprie incapacità in &#8220;I Love You Maddalena&#8221;, o della stortissima descrizione di come ci si deve stupidamente comportare alle feste comandate in &#8220;Fiesta&#8221;?</p>
<p>Il punto forte del Re Tarantola sta proprio nella capacità di coniugare leggerezza nell&#8217;esposizione a un&#8217;osservazione centratissima del mondo giovanile contemporaneo: &#8220;Qualcuno dice che dovrei studiare, qualcun&#8217;altro di andare a lavorare/Non sono nato per far ciò, propendo di star fermo sul divano/ Sto degenerando, sorrido e mi compiaccio, sto degenerando nel mio sguardo vuoto&#8221;, tre semplici versi che dicono più di qualsiasi articolo di un qualsiasi sociologo.</p>
<p>Musicalmente il duo si pone a metà strada tra un&#8217;attitudine garage-scassona, ma che fa l&#8217;occhiolino al pop, e il weird folk stralunato del primo Bugo, quello di <em>Sentimento westernato</em> – non quella triste macchietta in mano ai discografici che è diventato oggi – con i due picchi rappresentati dalla già citata &#8220;Fiesta&#8221; e la conclusiva &#8220;27 anni&#8221;, sghembissime folk songs zoppe e ubriache.</p>
<p>L&#8217;unica nota stonata è il suono della chitarra, veramente troppo pulito per il genere proposto: l&#8217;avrei resa più sporca e zozzona. Ma qui a Black Milk siamo tutti dei porcelloni, si sa.</p>
<p><center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/U1D2T6_UXX8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Il caimano</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Cayman The Animal]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Perugia un discone dai Cayman The Animal... provare per credere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/cayman-the-animal.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10542" title="cayman-the-animal" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/cayman-the-animal.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Cayman The Animal &#8211; <em>Too Old To Die Young</em> (Mother Ship, 2011)</strong></p>
<p>Inizio col dire che questo disco dei <a href="http://caymantheanimal.wordpress.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Cayman The Animal</span></a> è semplicemente da comprare. Non pensateci troppo e procuratevelo, coraggio.<br />
I motivi sono come minimo tre. Partiamo dal fatto più esteriore: si tratta di un oggetto realmente bellissimo&#8230; un LP picture one-sided, quindi con un lato solo di musica e l&#8217;altro meravigliosamente illustrato da <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://ratigher.blogspot.com/" target="_blank">Ratigher</a></span>. Poi c&#8217;è che la band ha scelto di distribuire il proprio lavoro con una modalità estremamente illuminata: nel pacchetto trovate infatti il vinile e la versione su cd; e, se non vi basta, l&#8217;album è disponibile in <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.mediafire.com/?9bjxbfvjtgf3avk" target="_blank">free download</a></span>, in mp3 (così se siete avari manco pagate e vi trovate i vostri bei file da buttare nel lettore mp3 o nell&#8217;aipòd &#8211; ma non sapete cosa vi perdete, farisei).</p>
<p>E il terzo motivo è, ovviamente, la musica. Un hardcore ibridato con l&#8217;emo-screamo anni Novanta, la sperimentazione degli ultimi Black Flag, il post hardcore, il rock&#8217;n'roll marinaro, il rock più sanguigno, il metal più sopraffino&#8230; un bellissimo guazzabuglio sulfureo e melodico, disperato ed energizzante. Del resto i ragazzi non sono certo sbarbatelli e hanno accumulato esperienza tangibilissima con band come Ouzo e Ingegno, nell&#8217;area perugina. E ora giungono a una summa di quanto accumulato e metabolizzato negli anni precedenti.</p>
<p>Un lavoro davvero interessante, che colpisce allo stomaco come una mazzata.<br />
<center><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/J7fTg_jYEq8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Balla che ti passa</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 10:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[soul]]></category>

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		<description><![CDATA[La Green Records sfodera un 7" di punkgaragesoulindierock da leccarsi i baffi; loro si chiamano The Dancers e dovreste ascoltarli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/dancers.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-10478" title="dancers" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/dancers-299x300.png" alt="" width="299" height="300" /></a>The Dancers &#8211; 7&#8243; (Green Records, 2011)</strong></p>
<p>E caspita. Ne son passati di anni dall&#8217;ultima volta in cui ho avuto un disco Green tra le mani e il tempo ha fatto il suo effetto&#8230; nel senso che se per me Green Records è stata sinonimo di hardcore (e post hardcore con faccende tipo Burning Defeat) a metà anni Novanta, ora le cose sembrano radicalmente mutate.</p>
<p>Questi <a href="http://www.myspace.com/thedancersmusic" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">The Dancers</span></a>, infatti, suonano un rock garage indie nervoso e rock&#8217;n'roll come quello di alcune band pazzesche, ma minori, di fine Novanta (mi sovvengono i Vue, gli Starlite Desperation, i Go!&#8230; ma anche alcune cose dei più blasonati Nation Of Ulysses e International Noise Conspiracy).</p>
<p>Qui c&#8217;è la velocità del punk/protohardcore, il groove del soul più zozzo, l&#8217;immediatezza dei riff garage e l&#8217;imprevedibilità di un cantato sguaiato al punto giusto.</p>
<p>Roba bastarda e ben fatta che &#8211; ahinoi &#8211; potrebbe anche piacere ai modaioli di turno, i quali come al solito hanno solo gli strumenti per dire che è &#8220;figa&#8221;, ma non per capirla o viverla.</p>
<p>Bravi davvero.</p>
<p><center><iframe width="500" height="284" src="http://www.youtube.com/embed/uruWpyZwFwE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Never trust a indie</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 17:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riecco i Gradinata Nord con un cd di chicche: 18 brani live (di diversi periodi) e il primo split ep tutti raccolti insieme. Per fan e guerrieri dello sleazy rock da stadio ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/gn.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10464" title="gn" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2012/01/gn.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Gradinata Nord &#8211; <em>Never Trust a Indie</em> (BaCio, 2011)</strong></p>
<p>Che i <a href="http://www.gradinatanord.eu/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Gradinata Nord</span></a> siano miei amici non è un segreto. Ci conosciamo da quasi 20 anni Claudio (il batterista, nonché losco personaggio che stava dietro alla fanzine leggendaria Nessuno Schema) ed io, tanto per darvi l&#8217;idea della faccenda. Quindi chi vuol pensare male, lo faccia pure e morta lì.</p>
<p>Detto questo, è con grande piacere e una certa ilarità (visto che oltre a essere dei rocker di razza mi divertono anche molto) che mi sono trovato nella cassetta delle lettere la nuova uscita targata BaCio Records &#8211; con sede nelle Kayman, ovviamente: un cd che nella grafica e nel titolo cita un famoso bootleg dei Pistols. Attenzione, però, perché non si tratta del nuovo disco dei GN, ma di un lavoro dedicato ai veri fan. <em>Never Trust a Indie</em>, infatti, è da interpretare come un compendio all&#8217;<a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/05/gradinata-nord-valtellina-boyz-cd-recensione/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">album uscito nel 2010</span></a> e contiene un po&#8217; di chicche del passato recente e remoto.<br />
Si parte con i cinque brani dello split del 2002 con i Rebelde; poi c&#8217;è quasi tutto il concerto di ritorno della band dopo sette anni di pausa (del settembre 2010, che ha circolato in edizione limitatissima e con più pezzi in versione cd-r &#8211; e io ne sono orgoglioso possessore); a seguire sei pezzi di un live di aprile 2000, con ben quattro cover; infine un brano solo tratto dal primissimo concerto del gruppo, nel gennaio 2000.</p>
<p>E&#8217; interessante ascoltare questo cd seguendo l&#8217;ordine suggerito dalla cronologia dei brani, piuttosto che quello della scaletta vera e propria; in questa maniera si coglie l&#8217;arco dei Gradinata Nord che, pur fedeli a un&#8217;estetica e a un&#8217;attitudine street-oi da sempre, mostrano diverse sfaccettature sonore a seconda delle epoche considerate. Abbiamo gli esordi all&#8217;insegna del più violento e Nabat-iano oi punk: nichilismo, stadio, rabbia working class, pezzi punk tirati con tendenza a tratti hardcore (non per nulla, dei sette brani più antichi, tre sono cover dei Nabat, uno degli Erode e uno degli Agnostic Front). Poi c&#8217;è l&#8217;evoluzione del 2002, quando il seme dello street punk inizia a germogliare e a scoprirsi ibridato con il rock e l&#8217;heavy: inni da ultras avvelenati, con potenti scariche di hard rock primordiale e qualche notevole citazione metallica (non ultima la cover di &#8220;Carry On&#8221; dei Manowar, ribattezzata &#8220;Carry Oi!&#8221;). E, per finire, ci sono i GN dell&#8217;ultimo periodo, quelli del &#8220;rock da stadio&#8221; in cui le influenze più svariate e &#8211; sulla carta, almeno &#8211; improbabili si amalgamano per dare vita a pezzi che come minimo ti restano in testa per una settimana già dopo il primo ascolto; qui dentro ci sono tanto gli Heartbreakers quanto i Motley Crue, gli AC/DC e i Cockney Rejects, i Motorhead e i Dead Boys, i Manowar e i Faces&#8230; del resto è noto, non si risparmiano certo colpi quando c&#8217;è da tirar fuori un inno. E i GN lo sanno bene.</p>
<p>Ultima considerazione: il live del 2010 ci mostra i Gradinata in gran spolvero, con un piglio incazzoso e tagliente che dal vivo non è per niente facile mantenere.</p>
<p>Se già li conoscevate, <em>Never Trust a Indie</em> è senza ombra di dubbio un acquisto obbligato per avere anche questo nuovo tassello della discografia dei rocker valtellinesi. Se siete neofiti, il consiglio è di abbinarlo al cd <em>Valtellina Boyz</em>, per avere solide basi di ascolto ed entrare nel magico mondo dello sleazy rock da stadio gridando i cori più giusti senza sbagliare nemmeno una parola.</p>
<p><center><iframe width="500" height="369" src="http://www.youtube.com/embed/TGnCF_rb5Rc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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