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	<title>Black Milk Magazine &#187; Mario Selaschetti</title>
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		<title>Musicismo cronico</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 07:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra beat, garage e r'n'r ecco i Lem Motlov, al loro secondo ep. Con un pizzico di ironia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/lem.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10372" title="lem" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/12/lem.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></strong><strong>Lem Motlow &#8211; </strong><strong><em>Musicismo</em> (2011, autoprodotto)</strong></p>
<p>Il <em>Musicismo</em> è una, non rara, forma di disturbo mentale che può colpire chi suona nei gruppi musicali. Spiegarlo a parole è molto difficile, dato che è una sindrome vile che richiede un certo occhio e una certa esperienza per scovarne i primi sintomi nei poveracci colpiti da questa piaga moderna. Diciamo che se bazzicate le fumose sale prove o gli improvvisati palchi di qualche concerto non proprio di cartello, ne avrete di sicuro colto qualche segnale nel sentire il chitarrista gridare al fonico (in gergo, quello che vi danneggerà la riuscita del concerto con la sua gestione dei volumi da incompetente) mi dai un po’ più di PRESENCE sulla spia. E’ importante, qui, sottolineare come non è solo importante la richiesta, ma anche la faccia con cui l’aspirante rockstar proferisce questa richiesta.</p>
<p>Altra forma di musicismo, molto comune durante i concerti di gente che ancora di deve fare (e non è detto che ciò accadrà mai), la richiesta allo sparuto pubblico presente di accompagnare il ritmo con le mani: confesso che mi sento molto a disagio quando mi capita di vedere questo fenomeno, soprattutto quando, e succede sempre, nessuno si caga questa richiesta a parte le fidanzate e le mamme dei musicisti sul palco e se poi prima di farlo dedicano proprio a loro questo pezzo, be’ allora chiamate pure la neuro che c’è pericolo anche per la vostra incolumità.</p>
<p>Il musicismo, in attesa di un suo inserimento tra le voci di Wikipedia (ma ne trovate una definizione più estesa proprio <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lem-motlow.com/musicismo.html" target="_blank">qui</a></span>, è quindi tutto quello che non serve alla musica ma solo a nutrire l’ego smisurato di chi si trova a giocare in questo mondo divertente. Oltre a questo è anche, da pochissimo, il titolo del nuovo EP dei <a href="http://www.lem-motlow.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Lem Motlow</span></a>, gruppo astigian-torinese, adepti del garage punk da una un bel po’ di annetti.</p>
<p><em>Musicismo</em> esce dopo neanche troppo tempo dal loro primo EP &#8211; <span style="text-decoration: underline;"><a href="../2010/09/lem-motlow-potevamo-farlo-piu-veloce-ep-recensione/" target="_blank"><em>Potevamo farlo più veloce</em></a></span> &#8211; e contiene quattro pezzi di varia impronta creativa, con un certo filo conduttore dettato dall’ironia e l’intelligenza dei testi (&#8220;che dire, Francis lascia la solita 50 Euro sul tavolo che ho sete&#8230;&#8221;<em>) </em>e dal richiamo tra beat, garage e roccheroll. Rispetto alla loro prima esperienza si avverte un netto miglioramento di tutto il pacchetto: i suoni sono meno compressi e più complessi, la capacità compositiva è cresciuta come dimostra un pezzo come “Abitudinario” dai richiami un po’ alla Kinks di “Sunny Afternoon” o la più recente “The Importance of Being Idle” degli Oasis o il pezzo “Recessione”, tra i brani dal carattere meno “allegro” e più punkeggiante del loro repertorio. A completare il tutto “Fer-Net”, un bel digestivo beat (chiedo scusa a tutti per questa battuta&#8230;) e il <em>divertissement</em> “Alle medie”, con il suo incedere da rock and roll da festa anni Sessanta e ballo del mattone.</p>
<p>A mio avviso pezzi come “Abitudinario” e “Recessione” portano su due percorsi evolutivi ben diversi, entrambi interessanti e validi, ma dire quale sia il migliore solo il futuro e il gruppo ce lo sveleranno. Comunque se volete davvero ascoltare i pezzi li trovate su <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://soundcloud.com/lem-motlow/sets/musicismo" target="_blank">Soundcloud</a></span>.</p>
<p>I Lem Motlow suonano spesso a Torino, Asti e dintorni e stanno cercando un produttore per tentare di spiccare definitivamente il volo (verso quali lidi non si sa). Astenersi perditempo, citofonare Francis.</p>
<h5>Attenzione: questi brani contengono musicismo, maneggiare con cura e in caso di contagio contattare un medico o un esorcista. AUT. MIN. RIC. DLG 29/1985.</h5>
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		<title>Musica per spettatori di vite</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/09/stephen-malkmus-and-the-jicks-mirror-traffic-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 07:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ex Pavement Stephen Malkmus torna con i suoi Jicks per un disco che potrebbe musicare un libro di D. Coupland. E il Selaschetti ce lo spiega, sputando perle di esistenzialismo e saggezza come fossero acini d'uva masticati ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-Traffic.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9061" title="Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-Traffic" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/09/Stephen-Malkmus-And-The-Jicks-Mirror-Traffic.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Stephen Malkmus and the Jicks &#8211; <em>Mirror Traffic</em> (Matador, 2011)</strong></p>
<p><a href="http://stephenmalkmus.com/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Stephen Malkmus</span></a> è tornato gioitene tutti! Eh sì perché di gente così poco inquadrabile in schemi e categorie è sempre utile circondarsi, se si vuole tirare fuori qualcosa di buono da questa esistenza così amara.<br />
E inoltre se vi mettete ad ascoltare <em>Mirror Traffic</em> ve ne portate a casa ben due se considerate che il tutto è stato prodotto da quel bel diavolo di un Beck.</p>
<p>Per arrivare qui ne ha davvero battuti molti di marciapiedi il leader dei Pavement, gruppo leggendario dalle svise dissonanti che ti lasciano perplesso all&#8217;inizio, ma poi ti procurano piacere (un po&#8217; come torturarsi le pellicine che sulle prime danno fastidio a toccarle, ma poi regalano attimi di grande piacere personale).</p>
<p>Musicalmente la rotta intrapresa da Stephen e i suoi Jicks ha superato &#8211; e di molto &#8211; i luoghi e i posti spesso frequentati nelle passate esperienze con i Pavement; e in alcuni punti la mano del produttore potrebbe aver preso il sopravvento, come in &#8220;Asking Price&#8221; ad esempio.<br />
Certo, non manca il ritorno a qualche <em>lick</em> di scala musicale sgangherata più affine alle vite precedenti di questo artista (in &#8220;Stick Figure&#8217;s In Love&#8221; e nella bellissima &#8220;Tiger&#8221;), ma poi niente più. Pollicino Malkmus ha deciso di perdersi nel suo nuovo bosco musicale assieme al nuovo amichetto Beck.</p>
<p>Il risultato finale è ottimo, spiazzante ma quieto, in grado di generare una sottile euforia piacevole, con spazi strumentali ideali per rendere questo album la colonna sonora perfetta per un film tratto da un libro di D. Coupland. Arie lievi, strambe al limite del surreale e i suoi testi in grado di dare freschezza e interesse a banali momenti della vita quotidiana (&#8220;We are the tigers/We need separate rooms&#8221;) o di tirar fuori da queste buone cose di pessimo gusto degli ovetti kinder di Colombo di pura saggezza: &#8220;I know what the senator wants/What the senator wants is a blow job/I know what everyone wants/What everyone wants is a blow job&#8221; (confermo).</p>
<p>Non è tanto del rock da sbronza con litigio e &#8220;scia-i che ti di-coo&#8230;&#8221;, quanto un ottimo compagno per quei momenti in cui le speranze della vita sono passate e con loro anche tutte le ansie di farcela o non farcela. E quando capiterà ti metterai seduto sul marciapiede, ti accenderai una sigaretta o tirerai giù un sorso dalla lattina di birra prima che diventi calda; ti scoprirai a guardare da semplice spettatore, per la prima volta senza troppa animosità, quella roba strana che ti ha fatto penare e a volte sussultare. In quel momento sarebbe perfetto far partire &#8220;Jumblegloss&#8221; dall&#8217;iPod di Dio.</p>
<p>La vita è abbastanza bella dopo tutto (anche grazie a te Stephen).</p>
<p><center><iframe width="480" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/BEHxbNe0q68" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Il ragazzo del garage</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/03/garage-boy-gonzo-muziko-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Garage Boy: una one man band in stile Borat dedita al mischione più totale. Dal punk e cowpunk all'hip-pop, dal dub alla tecno, dal funk al pop anni Ottanta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/gonzo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6982" title="gonzo" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/03/gonzo.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Garage Boy &#8211; <em>Gonzo Muziko</em> (Lepers Produtcions, 2011)</strong></p>
<p>Non si può proprio dire che questi della <a href="http://www.lepers.it/"><strong>Lepers Productions</strong></a> siano banali. Ho già avuto modo di recensire una delle loro creature (i <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/cristio-adult-taste-recensione/"><strong>Cristio</strong></a>) e di notare come con i loro gruppi il “l’ho già sentito” è sempre difficile lasciarselo scappare. Così quando ho iniziato ad ascoltare i Garage Boy sapevo già di predispormi all’inconsueto. E infatti l’album <em>Gonzo Muziko</em> è una vera catarsi di differenti generi musicali dal punk (e cowpunk) all&#8217;hip-pop, dal dub alla tecno, dal funk al pop anni Ottanta, da cui trae a mio avviso la maggior ispirazione linfa, il tutto con una spruzzata di campionamenti dei principali rumori e jingle della modernità (suonerie di cellulari, trasmissioni cine-televisive, etc.).</p>
<p>Dimenticavo i Garage Boy sono in realtà una one man band. La leggenda narra infatti che dietro a questo gruppo si celi un posteggiatore abusivo e clandestino proveniente dal Tagikistan. L’ironia di questa operazione di maquillage della propria identità in stile “Borat dei poveri” non è male e rende ancor più concettuale questo lavoro: questo è quasi sempre il destino delle creature musicali che nascono da una sola mente eclettica. Mi vengono in mente, pur con differenze sostanziali, gli esperimenti di Cornelius, DJ Shadow, Pepe Deluxe episodi di musica più vicina a tecno e discoteca, rispetto ai mondi più industriali di NIN e Ministry, comunque in alcuni episodi evocati. E non manca neppure qualche passo basso e batteria stevealbineggiante (“Gimmie Gimmie”, “Le Grand Passion d’Amour”) tanto per dare un ulteriore contributo alla voce eclettismo.</p>
<p>Ma non fatevi scoraggiare da questa patina di seriosità, perché <em>Gonzo Muziko</em> è molto bello e merita di essere ascoltato: a dire il vero non vi ci vorrà molto a restare intrappolati nelle sue ardite melodie, tanto da far emergere quasi una certa vocazione pop.<br />
Tra i pezzi migliori il reggae dubbato di “La Moderna Vivo”, la onirica “Tajik-Soviet Fantasy” e il pezzo dall’ispirazione maggiormente punkeggiante e cioè il già citato “Gimmie Gimmie”.</p>
<p>Bravo Garage Boy, vai con l’avanguardia.<br />
Pubblico di merda.</p>
<p><em>[Potete scaricare il disco di Garage Boy, legalmente e gratuitamente, nel sito della Lepers Productions, cliccando <a href="http://www.lepers.it/mp3/lprs044%20-%202011%20-%20Garage%20Boy%20-%20Gonzo%20Muziko.rar"><strong>QUI</strong></a>]</em></p>
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		<title>Il dottor Ness, suppongo&#8230;</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2011/02/social-distortion-hard-times-and-nursery-rhymes-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 16:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo sette anni torna Mike Ness coi suoi Social Distortion. E non ha perso il tocco, che piaccia o no]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/02/sd.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6629" title="sd" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2011/02/sd.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Social Distortion &#8211; <em>Hard Times And Nursery Rhymes</em> (Epitaph Records, 2011)<br />
</strong></p>
<p>“Road Zombie” è l’ingresso verso un viaggio senza ritorno. Un viaggio, anzi un dirottamento delle mie facoltà mentali verso il magazzino dei ricordi. Il suono distorto della chitarra e l’aspro tono del rullante a martello mi riportano indietro di una bella ventina di anni. Sono sulle ginocchia e in adorazione. Questa è la cosa più vicina alla mia modesta opinione di cosa in pratica significhino quelle quattro lettere buttate a caso con cui puoi comporre la parola rock. E’ un pezzo strumentale in cui tutto è perfetto e la voce non serve (e ci vogliono davvero delle palle di pregevolissima fattura e consistenza per aprire un album così).<br />
Poi, e qui più che una recensione è una cronaca, arriva la voce di Mike Ness come una maledizione a contaminare le altre 10 canzoni di <em>Hard Times And Nursery Rhymes</em>, per ricordarci come si fa a perdere il controllo degli arti superiori dalla voglia di simulare un bel riffone alla chitarra con tanto di grugno compiaciuto.</p>
<p>Sono già passati sette lunghi anni da <em>Sex, Love And Rock’N’Roll</em> in un bel mix di infortuni sul lavoro e abusi di sostanze illecite attorno ai <a href="http://www.socialdistortion.com/"><strong>Social Distortion</strong></a>, l’alter ego musicale di Mike Ness.<br />
La formula magica è sempre la stessa: ingredienti genuini e di qualità. Niente fronzoli effetti speciali o colpi di scena, con batteria quattro quarti e pedalare, tra brani più tonici e graffianti e altri più lenti ai confini della ballad. Il profumo di casa è sempre il solito, un retrogusto di sonorità alla Pogues (quelle linee vocali che canteresti volentieri in un pub con le pinte di birra in mano e sventolate ben in alto), una sensazione di sleaze rock (mi vengono in mente i Dogs D’Amour) e una lacrima di Bruce Springsteen degli albori.<br />
Certo anche i Green Day emergono in alcuni punti, ma qui è forse più giusto dire il contrario e cioè che in tutti gli album dei Green Day si trovano tracce di Mike Ness.</p>
<p>L’album funziona, difficile trovare un pezzo più o meno divertente degli altri, e vi regalerà una quarantina e più di minuti spensierati. L’ho ascoltato tutto d’un fiato, scendendo a rotta di collo con lo snowboard. Per lunghi attimi mi sono talmente gasato da tentare cose che non avevo mai provato in vita mia: ero il Dio della tavola. Poi ho preso una stecca da paura, cadendo di mento sulla neve ghiacciata. In quel momento tutti i miei sogni sono crollati e mi è rimasta solo la faccia gonfia e graffiata: il vecchio, goffo e ciccione è tornato sulla terra. E in fin dei conti questa è la vita e questi sono gli effetti del rock’n’roll.</p>
<p>“Live Fast, Die Fat!”<br />
[Rodrigo Buchago &amp; Il Mulo - 2011]</p>
<p><center><iframe title="YouTube video player" width="540" height="435" src="http://www.youtube.com/embed/Uf3FOEL3KjE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
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		<title>Nel nome di Cristio</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/11/cristio-adult-taste-recensione/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 16:39:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cristio &#8211; Adult Taste (Lepers, 2010)
I Cristio sono bravi, davvero bravi. Fanno un genere che, lo dico per gli amanti delle etichette, loro &#8211; o qualcuno della Lepers Productions &#8211; definisce post cow punk. Non avete capito che musica fanno, eh? Ho cercato su Wikipedia i riferimenti e la definizione fornita è “un sottogenere del punk rock che origina negli anni Ottanta in California, specialmente a Los Angeles e fonde il punk rock al country, nel sound, nei temi, nell&#8217;atteggiamento e nello stile, ed è stato il precursore del country ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/adult-taste.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5796" title="adult-taste" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/11/adult-taste.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Cristio &#8211; <em>Adult Taste</em> (Lepers, 2010)</strong></p>
<p>I <strong><a href="http://www.myspace.com/cristiocristio">Cristio</a> </strong>sono bravi, davvero bravi. Fanno un genere che, lo dico per gli amanti delle etichette, loro &#8211; o qualcuno della <a href="http://www.lepers.it/"><strong>Lepers Productions</strong></a> &#8211; definisce post cow punk. Non avete capito che musica fanno, eh? Ho cercato su Wikipedia i riferimenti e la definizione fornita è “un sottogenere del punk rock che origina negli anni Ottanta in California, specialmente a Los Angeles e fonde il punk rock al country, nel sound, nei temi, nell&#8217;atteggiamento e nello stile, ed è stato il precursore del country rock degli anni novanta”.</p>
<p>Ecco i Cristio dovrebbero essere questo, ma post, un po’ come a voler dire che l’etichetta del cow punk non si adatta perfettamente al loro genere, per cui hanno bisogno di creare un’altra definizione, un’altra nomenclatura. Io ho sempre odiato le etichette e quindi non capisco tutto questo bailamme e soprattutto perché ci ho perso così tante righe su questo argomento che non porta a niente. Riparto.</p>
<p>Dicevo che i Cristio sono davvero bravi e riecheggiano diverse influenze tra cui Presidents of the United States, qualche eco dei Primus di <em>Frizzle Fry</em> e dei God is My Co-Pilot, ma anche (come avrebbe detto Ualterveltroni) e soprattutto i Minutemen di <em>Double Nickels on a Dime</em>.<br />
In generale l’album sembra essere un contributo alla sacra arte della sperimentazione o al volgare esercizio di un’estrema dose di eclettismo, il che non guasta, anche se la presenza della voce ha il potere di concedere ai brani una certa linearità, ma con i Cristio dire linearità è una vera forzatura.</p>
<p>Scendendo nel dettaglio dei brani, meritano una sicura menzione “Above the Tree (Fall in Love)”, “Stereogirl” (forse la canzone più “pop” di <em>Adult Taste</em>), “Magic Pipes” e la sua anarchia organizzata con contorno di tromba e poi “Granito” &#8211; un pezzo post hardcore (lo sapevo ci sono cascato pure io sull’etichetta, mannaggia!).<br />
Geniali quindi i signori Cristiano Alberici (ex X-Mary) e Michele Napoli (ex Peawees) che hanno dato vita a questo bel lavoro assieme a tanti loro amici di altri gruppi, che hanno contribuito con i loro vari strumenti (Tromba, Hammond, etc.): segno che questa band è ben inserita nel magico caravan della musica underground italiana.</p>
<p>Suonano in giro per l’Europa, trovate tutti i riferimenti sul loro maispais&#8230; Cristio Santo che aspettate, andate a vederli!<br />
Questa battuta è davvero scontata: il Selaschetti di una volta non l’avrebbe mai fatta, ma che volete ormai sono oltre, chiamatemi pure post Selaschetti.</p>
<p><em>[Il disco lo potete scaricare gratis, legalmente, nel sito della Lepers: <a href="http://www.lepers.it/"><strong>www.lepers.it</strong></a>. Poi è acquistabile in formato fisico <a href="http://www.hysm.altervista.org/025.html"><strong>QUI</strong></a>]<br />
</em></p>
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		<title>Drone glacé</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Oct 2010 16:47:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[No Age &#8211; Everything in Between (Sub Pop, 2010)

Faccio pubblica ammenda, con i No Age avevo preso un bell’abbaglio. Forse perché sono stati portati in trionfo dalla stampa di regime alternativo, che li ha inseriti tra i dischi migliori del 2008 con la loro prima opera sulla lunga distanza dal titolo Nouns, edita nientepopodimenoche dalla mitica Sub Pop (nome che evoca in noi quarantenni delle sacre epifanie di camicione da boscaiolo a quadri e capelli lunghi, meglio se sporchi)&#8230; mi ero spinto verso il mio lato “ essere a tutti ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/10/noage.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5487" title="noage" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/10/noage.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>No Age &#8211; <em>Everything in Between</em> (Sub Pop, 2010)<br />
</strong></p>
<p>Faccio pubblica ammenda, con i <a href="http://www.myspace.com/nonoage"><strong>No Age</strong></a> avevo preso un bell’abbaglio. Forse perché sono stati portati in trionfo dalla stampa di regime alternativo, che li ha inseriti tra i dischi migliori del 2008 con la loro prima opera sulla lunga distanza dal titolo <em>Nouns</em>, edita nientepopodimenoche dalla mitica Sub Pop<span id="more-5480"></span> (nome che evoca in noi quarantenni delle sacre epifanie di camicione da boscaiolo a quadri e capelli lunghi, meglio se sporchi)&#8230; mi ero spinto verso il mio lato “ essere a tutti i costi diverso” e così li avevo presi in antipatia.<br />
Ma alzi la mano chi di voi non ha mai snobbato gruppi per nulla infami per la sola colpa di avere un qualcosa che ve li ha resi antipatici (di solito una tra la faccia del batterista, le dichiarazioni del bassista, la donna del cantante, una recensione positiva di Mario Luzzato Fegiz).</p>
<p>E’ così non avevo degnato il duo Dean Spunt e Randy Randall di un ascolto prolungato e adeguato. Adesso, con i 40 anni freschi freschi e una maggiore maturità, ho ascoltato pieno di pregiudizi <em>Everything in Between</em>, trovandolo di una bellezza fenomenale.</p>
<p>I No age fanno cose semplici, con spirito punk, ma rivestite con diversi strati di sonorità e suggestioni di modernità.<br />
&#8220;Skinned&#8221; è il brano che meglio rappresenta la capacità di questa band di andare alle radici della musica che ti prende &#8211; nel senso che possiede elementi in grado di restarti piacevolmente incollati alla mente, senza diventare mai troppo banale e scontata, giocando con gli strumenti e i suoni dei tempi in cui si trovano (e ci troviamo) a vivere: batteria elettronica, campionamenti e tutte quelle scie chimiche che hanno reso famoso il genere drone (tra l’altro se volete farvi un ripasso di queste scie, ascoltate i tanti gruppi della Silber Records, come gli <a href="http://www.silbermedia.com/aarktica"><strong>Aarktica</strong></a>: ne ho <a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/2009/11/silber-records-special-the-six-pack-of-post-rock/"><strong>già parlato</strong></a> su Black Milk un po’ di tempo fa).<br />
&#8220;Skinned&#8221;, inoltre, ha dentro tutto quel che serve. E solo quel che serve: una chitarra che vibra sulle frequenze velvetiane, una voce punk, un cambio da gruppo industriale (Ministry, ma anche gli italianissimi Der Tod, per chi se li ricorda). Un piccolo capolavoro completo e impressionante.</p>
<p>Anche &#8220;Glitter&#8221; è un brano evocativo della natura di questa band, che riesce a far musica utilizzando spesso il suono come elemento centrale: lo so, può sembrare una cosa talmente banale (in fin dei conti la musica è suono) da risultare sciocca, ma vi invito a sentire il brano e poi verificare di persona&#8230; la cosa che vi farà amare questo brano è il miagolare della chitarra che si ripete nel ritornello.</p>
<p><center><object width="560" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/j3_t3q1tjH4?fs=1&amp;hl=en_US"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/j3_t3q1tjH4?fs=1&amp;hl=en_US" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="560" height="340"></embed></object></center></p>
<p>Nell’album ci sono molti brani droneggianti che si alternano a pezzi più classicamente punk rock, in cui i riferimenti spaziano da Ramones (accostamento dovuto principalmente alla capacità che hanno entrambi i gruppi di creare brani “facili” ma convincenti, più che per le sonorità espresse, anche se in “Fever Dreaming” qualcosa di Joey Ramone si annusa) a Dinosaur Jr, Lemonheads, Beat Happening e chi più ne ha più ne metta.<br />
Nonostante tutto questo echeggiare di gruppi diversi, i No Age hanno un suono che li distingue e questo è il vero sigillo di qualità e di grandezza.</p>
<p>Suonano il 29 ottobre allo Spazio 211 a Torino (ci sarò, ma sotto falso nome) e il 30 ottobre a Bologna al Covo Club.<br />
A proposito, pure “Nouns”, adesso che l’ho ascoltato bene, non è davvero male: inchiniamoci dunque alla stampa alternativa di regime&#8230;</p>
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		<title>Angeli neri in trip</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2010 17:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Black Angels &#8211; Phosphene Dream (Blue Horizon, 2010)
Questo non è un album ma un viaggio iniziatico. Quindi preparate il vostro zaino e stipatelo di libri di Hesse, Castaneda e Aldous Huxley (On the Road di Kerouac lasciatelo pure a casa che pesa e fa schifo [ma no!!! Infedele blasfemo!!!  n.d.Andrea]) perché la vostra anima è pronta per andarsene in giro per un po’. Almeno per i 40 minuti di Phosphene Dream, la terza fatica di questi Black Angels, texani di Austin.
Ebbene sì, la psichedelia è tornata ed è pronta ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/10/blackang.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5248" title="blackang" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/10/blackang.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><strong>The Black Angels &#8211; <em>Phosphene Dream </em>(Blue Horizon, 2010)</strong></p>
<p>Questo non è un album ma un viaggio iniziatico. Quindi preparate il vostro zaino e stipatelo di libri di Hesse, Castaneda e Aldous Huxley (<em>On the Road</em> di Kerouac lasciatelo pure a casa che pesa e fa schifo [<em>ma no!!! Infedele blasfemo!!!  n.d.Andrea</em>]) perché la vostra anima è pronta per andarsene in giro per un po’<span id="more-5246"></span>. Almeno per i 40 minuti di <em>Phosphene Dream</em>, la terza fatica di questi <a href="http://www.theblackangels.com"><strong>Black Angels</strong></a>, texani di Austin.</p>
<p>Ebbene sì, la psichedelia è tornata ed è pronta per torturarvi con le sue atmosfere che sembrano sempre evocare un doppio significato, spesso nascosto. &#8220;Bad Vibration&#8221; è il vostro tappeto rosso verso l’interno. Un ottimo inizio, direi.<br />
Ma fate attenzione, questa dei Black Angels è una versione aggiornata, una versione da nuovo millennio che risente della lezione di gruppi che le pillole le hanno inghiottite recentemente: citofonare Black Rebel Motorcycle Club ad esempio (ma questi sono molto meglio, credetemi). La tradizione resta comunque presente in tutto l’album, come l’odore di una scorreggia in macchina quando fuori piove: lo so è un po’ forte, ma oggi è domenica e  ho finito il latte e la poesia e il Carrefour Express è chiuso.</p>
<p>Un brano come &#8220;Haunting at 1300 McKinley&#8221; trasuda Jefferson Airplane da ogni linea melodica, mentre &#8220;Yellow Elevator #2&#8243; ricorda i Pink Floyd di &#8220;Astronomy Domine&#8221; in più di un passaggio. In qualche altro brano potrei dire di aver scorto tracce di Iron Butterfly, ma non ne sono sicuro.<br />
“Sunday Afternoon” ricorda la reinterpretazione di qualche gruppo inglese anni Ottanta e primi Novanta della materia lisergica &#8211; ad esempio i Charlatans.</p>
<p>Non manca neppure la venatura Doorsiana con &#8220;River of Blood&#8221;, dove Jim Morrison sembra tornare dall’oltretomba per sfornare (finalmente) un gran cambio verso la fine del pezzo.<br />
&#8220;True Believers&#8221;, con il suo ritmo arabeggiante a <em>Led Zeppelin IV</em>, colma il repertorio psicotropo a tal punto che quando arriva “Telephone” (il singolo dell’album) ho la sensazione che si tratti di una cover, ma non riesco a capire se mi sono bevuto il cervello o meno (se qualcuno di voi, più lucido di me, sa dare un conforto alla mia ormai inutile consapevolezza è cosa buona e giusta).<br />
Comunque il mio personalissimo favorito di questo album (davvero molto bello nel comp&#8217;lesso) è &#8220;Phosphene Dream&#8221;. Sono sicuro che questa cosa ve la segnerete nell’agenda del cuore.</p>
<p>Avete ragione, le frasi mi vengono fuori senza troppo trasporto, sono le sensazioni a farla da padrona, i pensieri si frantumano come un frattale dai mille colori.<br />
Ho appena finito di scrivere una lettera a un vecchio amico e dopo aver chiuso la busta, mi sono leccato un bel francobollo e adesso me ne vado, perché il pifferaio è giunto alle porte dell’alba.</p>
<p><center><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/uJ7xSzKvmxs?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/uJ7xSzKvmxs?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></center></p>
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		<title>Teenager bagnate e preghiere</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/09/the-wet-teens-let-it-pee-recensione/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 15:40:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Wet Teens &#8211; Let It Pee (Silber Records, 2010).
Il nome di questo gruppo è perfetto per descrivere l’andamento dei tempi: tutte le teenager di adesso sono infatti molto più calde e disponibili (soprattutto su Facebook, con tanto di foto mentre fanno finta di baciare l’amica) di una volta e questo aumenta, se possibile, il rimpianto per non essere più un minorenne brufoloso dedito all’antico rituale onanista (nel senso che sulla soglia dei 40, i brufoli non mi vengono più se non per aver esagerato con gli spritz).
Sì, sono sempre ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/wet.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4996" title="wet" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/wet.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>The Wet Teens &#8211; <em>Let It Pee</em> (<a href="http://www.silbermedia.com/">Silber</a> Records, 2010).</strong></p>
<p>Il nome di questo gruppo è perfetto per descrivere l’andamento dei tempi: tutte le teenager di adesso sono infatti molto più calde e disponibili (soprattutto su Facebook, con tanto di foto mentre fanno finta di baciare l’amica) di una volta<span id="more-4990"></span> e questo aumenta, se possibile, il rimpianto per non essere più un minorenne brufoloso dedito all’antico rituale onanista (nel senso che sulla soglia dei 40, i brufoli non mi vengono più se non per aver esagerato con gli spritz).</p>
<p>Sì, sono sempre arrivato in ritardo come questi ragazzi di Myrtle Beach del resto, che si mettono a fare il più classico del Glam Rock alla Motley Crue, Cats in Booths, Cinderella, Poison e compagnia bella (si fa per dire).</p>
<p>Questo quasi EP (6 brani veri più una intro inutile) non aggiunge niente al panorama musicale come una tribute band di Ligabue qualsiasi o un pezzo di un quasi vincitore di <em>X-Factor</em>, ma non vuol dire che non sia piacevole.<br />
Il repertorio del glam c’è tutto dalla ballad “Stuck in You” al pezzo da video pieno di donne in minigonna di pelle e calze a rete strappate come “Triple X Sex” e “Wet Teens”, quindi se siete amanti del genere non storcerete il naso di fronte alla proposta dei <a href="http://www.myspace.com/thewetteens"><strong>Wet Teens</strong></a>.<br />
Il tutto è suonato bene e la voce non è male e non eccede quasi mai in falsetti alla Vince Neil.</p>
<p>La cosa più interessante della band rimane sicuramente la sua stramba storia, o almeno quella che viene narrata nel materiale consegnato alla stampa: <em>Let It Pee</em> infatti non sarebbe opera dell’attuale formazione quanto di quella originale che suonava negli anni Ottanta (?), capitanata da Michael Mercury, zio del frontman dell’attuale line-up.<br />
Tutti i brani del gruppo originario trovarono posto in una demo registrata su una vecchia cassetta e lì restarono poiché il Mercury morì di sifilide a causa di una complicazione: la sua appartenenza a una religione, quella degli “scienziati cristiani”, che utilizza la preghiera come esclusivo medicamento. Le preghiere di Michael Mercury erano evidentemente scadute visto l’esito finale.<br />
Un giorno, per caso, il nipote trovò la musicassetta in soffitta (immagino) e decise di ridare nuova vita alle canzoni e alle opere dello zio sfortunato.<br />
Tutta questa cosa potrebbe anche reggere se non fosse che i testi delle canzoni, il titolo dell’album e il nome della band sono così pesantemente volgari e pecorecci da non sembrare davvero l’opera di un gran devoto: anche se a ben vedere un devoto con la sifilide, tanto devoto non deve essere. Però forse ha preso la sifilide perché così devoto da non usare i preservativi.</p>
<p>A questo punto non so più cosa dire, fate vobis.<br />
Amen.</p>
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		<title>Una sveltina con l&#8217;Interpol</title>
		<link>http://www.blackmilkmag.com/bm/2010/09/interpol-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 06:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Interpol &#8211; s/t (Matador Records, 2010)

Un adagio zen dice che “ogni passo è un passo importante perché è la vita che avanza”, passo dopo passo, appunto. Quindi non posso certo dire che l’ultimo album intitolato Interpol sia la fine artistica  degli Interpol: potrebbero infatti uscire con un disco ancora convincente, in grado di superare le molte incertezze e la mancanza di appeal che questa ultima loro fatica mostra in quasi ogni episodio.
Eppure li avevo aspettati come l’amante eccitato al suo primo appuntamento con l’amata: da ben tre anni non vi ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/interp.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4775" title="interp" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/interp.jpg" alt="" width="307" height="307" /></a>Interpol &#8211; s/t (Matador Records, 2010)<br />
</strong><br />
Un adagio zen dice che “ogni passo è un passo importante perché è la vita che avanza”, passo dopo passo, appunto. Quindi non posso certo dire che l’ultimo album intitolato <em>Interpol</em> sia la fine artistica  degli Interpol: potrebbero infatti uscire con un disco ancora convincente<span id="more-4773"></span>, in grado di superare le molte incertezze e la mancanza di <em>appeal </em>che questa ultima loro fatica mostra in quasi ogni episodio.</p>
<p>Eppure li avevo aspettati come l’amante eccitato al suo primo appuntamento con l’amata: da ben tre anni non vi facevate sentire, da quell’<em>Our Love to Admire</em> che la critica non aveva di certo osannato, ma che avevo trovato una buona opera e per questo, come sovente accade quando c’è la passione di mezzo, vi avevo difeso a “spada tratta”  e per lo stesso motivo ho indugiato più del solito sui 10 brani prima di emettere un verdetto.<br />
E’ un tragico giudizio, la fine di un amore abbattuto dal germe più pericoloso che in una relazione si possa insinuare: la consuetudine.</p>
<p>Non si può infatti dire che l’album sia brutto, anzi vi sono pezzi ancora in grado di attirare l’attenzione: “Lights”, “Safe Without” il pezzo migliore, forse, assieme a”All of the Ways”, “Memory Serves”.<br />
Il singolo estratto dall’album, “Barricade”, ne è l’esempio più eclatante: lontani echi della magistrale “Heinrich Maneuver”, ma niente più. Ho cercato, Dio solo sa quanto l’ho fatto, tracce dei brani che me li hanno fatto amare, invano.<br />
Nel buio ho stretto il cuscino al mio petto, lasciando che le note di “Pioneer to the Falls” giungessero come ali di rasoio sul mio eburneo ventre (devo ammettere che un po’ de panza inizia a rendere sempre meno eburneo il mio ventre, ma che volete la poesia a volta mi prende la mano).</p>
<p>Dovrò dar ragione a quella mia amica che ritiene gli Editors gli unici successori dei Joy Division degni di nota.<br />
<em>Interpol</em> è solo una sveltina senza passione &#8211; e perdonate se vi sembro acido, ma sono solo un amante tradito, come molti altri del resto.</p>
<p><center><object width="560" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/5rP1jooBPtg?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/5rP1jooBPtg?fs=1&amp;hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="560" height="340"></embed></object></center></p>
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		<title>Chiedi chi era Lem Motlow</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 04:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Selaschetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Lem Motlow &#8211; Potevamo farlo più veloce (autoprodotto, 2010)
Capelli lunghi alla Mal dei Primitives e dress code stile Henry Silva in Milano odia: la polizia non può sparare. A forza di vedermelo seduto alla scrivania davanti alla mia, nel grande acquario di menti pensanti &#8211; a cosa è ancora da stabilire &#8211; di un’importante azienda italiana, mi ero fatto una mezza idea che potesse riservare delle piacevoli sorprese: esiste dunque la vita anche su questo pianeta?
E così, non mi vergogno a dirlo, iniziai a origliare alcune sue conversazioni con i ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/lem.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4698" title="lem" src="http://www.blackmilkmag.com/bm/wp-content/uploads/2010/09/lem.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Lem Motlow &#8211; <em>Potevamo farlo più veloce</em> </strong><strong>(autoprodotto, 2010)</strong></p>
<p>Capelli lunghi alla Mal dei Primitives e <em>dress code</em> stile Henry Silva in <em>Milano odia: la polizia non può sparare</em>. A forza di vedermelo seduto alla scrivania davanti alla mia, nel grande acquario di menti pensanti &#8211; a cosa è ancora da stabilire &#8211; di un’importante azienda italiana, mi ero fatto una mezza idea che potesse riservare delle piacevoli sorprese: esiste dunque la vita anche su questo pianeta<span id="more-4697"></span>?<br />
E così, non mi vergogno a dirlo, iniziai a origliare alcune sue conversazioni con i vicini di scrivania, captando spesso &#8211; quando non si parlava di figa e anche questo devo dire non mi dispiaceva  affatto &#8211; alcune parole su gruppi musicali interessanti che comparivano anche nella mia libreria musicale di MP3 e nei miei svariati dispositivi per la loro lettura in mobilità.<br />
Un giorno alla macchinetta del caffè scattò l’agguato: lo blandii tirandomela non poco dicendo che conoscevo di persona Andrea Valentini e che avevo suonato assieme ai Timoria. Sono convinto che fu solo per queste due cose che Francesco diede retta a questo pallido impiegato vestito in giacca e cravatta. Anzi a essere onesto, mi disse che non conosceva i Timoria, ma mi confessò di essere un fan accanito di <a href="http://www.myspace.com/bodybagredemption"><strong>Body Bag Redemption</strong></a>.<br />
Diventammo quindi amici e così mi fece conoscere la sua creatura: i <strong><a href="http://www.lem-motlow.com">Lem Motlow</a></strong> (li trovate anche su <a href="http://www.facebook.com/pages/Torino-Italy/Lem-Motlow/124396931652"><strong>Facebook</strong></a> e <a href="http://www.myspace.com/lemmotlowband"><strong>MySpace</strong></a>) un gruppo composto oltre a lui da altri tre teneri virgulti della campagna astigianoslashtorinese (assieme a Francesco alla voce ci sono infatti Alessio al basso, Giulia alla chitarra e Daniele alla batteria).<br />
<em> </em></p>
<p><em>Potevamo farlo più veloce</em>, il loro primo EP, è un’opera che profuma di garage punk con sfumature rockabilly e beat. La tecnica è discreta e anche il timbro vocale si fa apprezzare. E con questo potrei già dire di essermi guadagnato almeno tre birre senza troppa fatica, se non quella di avervi inondato di inutili pezzi della mia sordida bio.<br />
Ma procediamo oltre ed entriamo nel dettaglio: un ascolto più attento dei pezzi rivela come il gruppo risulti in una sorta di limbo dello stile.<br />
In alcuni passi, soprattutto per il contenuto dei testi, sembra di essere cascati in un girone abitato da gruppi demenziali alla Skiantos come ad esempio ne “La regola del tre” (“stasera sai che c’è/con un porno faccio a meno di te”)  e gruppi beat italiani anni ’60 dai testi stravaganti (sentite ad esempio i fantastici I Cinque Monelli con “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=p81jShLZRlQ"><strong>Balbettando</strong></a>”).<br />
In altri brani (“La Routine” e “Le pasticche dell’ubriachezza istantanea”) i testi diventano meno caricaturali, lasciano spazio a una visione scanzonata della vita e anche la musica sembra risentire di questo <em>mood </em>più serioso, così l’impasto di garage e punk acquista un tono più complesso &#8211; e a mio avviso molto convincente &#8211; con le linee di cantato che trovano slanci non banali e a tratti dissonanti.</p>
<p>Quindi, in estrema sintesi, I Lem Motlow sono sospesi tra Headcoats, Hives, Dickies, Mummies, e Gene Gnocchi e i Getton Boys (quelli di “Antonella Pasqualotto 9-9-7-8”).<br />
Conoscendo gli artigiani di questo prodotto, la loro vena creativa e la loro “sana” capacità di fare musica senza tirarsela è lecito attendersi che troveranno il giusto equilibrio in grado di dare alla loro opera una maggiore uniformità e un timbro che li faccia riconoscere.</p>
<p>Mi parlano di esibizioni live al fulmicotone e di un’ottima presenza scenica (provare per credere: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=w_w7VPARymU"><strong>QUI</strong></a> c&#8217;è un video live), con diverse ragazze che sperimentano il famoso orgasmo multiplo durante il bis, ma purtroppo una tremenda sciatalgia e il morbo di Duputreni mi impediscono di seguirli nelle loro ricorrenti escursioni da “Giancarlo” sui Murazzi e in giro per il Piemonte.</p>
<p>Francesco, mi rendo conto che anche la recensione è piuttosto demenziale, ma nel mio caso temo non vi sia rimedio: a proposito, cos’è sta storia della lingua di Baglioni tagliata in due da un cavo elettrico mentre andava in moto?</p>
<p><center><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ewrpY_nExto?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/ewrpY_nExto?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></center></p>
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