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Laughner on Modern Lovers

18 July 2010 No Comment

Post pubblicato da: Andrea Valentini il 18 July 2010 - 536 posts su Black Milk Magazine.

Nel numero di agosto 1976 di Creem, Peter Laughner recensisce il debutto (che in realtà è una collezione di demo registrati qualche anno prima, tra il 1971 e il 1973) dei Modern Lovers di Jonathan Richman.
Laughner
è un pilastro di Black Milk, insieme al suo amico (?) Lester Bangs, tanto per chiarire, ed è per questo che si è pensato di offrirvi queste poche righe di svago – traducendo ciò che Peter ebbe da dire a proposito di questo disco. Una recensione emblematica del suo stile, molto bangsiano, anche un po’ contraddittorio e oscillante.
Godetevela, in attesa di qualcosa di più corposo su Laughner.

The Modern Lovers – s/t (Beserkley, 1976)

I Velvet incrociati con gli Stooges e il bravo ragazzo della porta accanto. Che ha un po’ di sinusite. Ma non perché si sconvolge. Infatti la maggior parte dell’anticipo da 12.000 dollari che si dice la Warner abbia sganciato perché John Cale producesse i demo dei Modern Lovers deve essere finita su per le narici di qualcuno, ma certamente non quelle di Jonathan Richman.

Qui c’è una buona produzione per una garage band – considerato che era il 1972, prima che la gente capisse concetti come la vera arte del rock (da contrapporre ai lavori certosini e ai trucchetti di Bowie e Bob Ezrin dietro al mixer). C’è appena un assolo di chitarra… ovvero uno in più che nell’album dei Ramones, che comunque è premeditatamente più ignorante: è un dato di fatto, i Ramones non cantano di Pablo Picasso o Cezanne, o di come tutto sia “tetro alla luce del sole della mattina”. Ci sono anche due giri d’organo presi da “Sister Ray“. Ho sentito che questo tastierista adesso lavora con Elliott Murphy – immagino che per gli anni Settanta sia l’equivalente di passare dal gruppo di David Bowie a quello di Eric Andersen.

Jonathan Richman è semplicemente la progenie di Lou Reed… apparentemente quando – alla fine del 1968 – i Velvet si rintanarono nel ghetto studentesco di Boston, Jonathan trovò il proprio guru in Lou. Meno male che non era Mel Lyman.
Ho sentito dire che appena ha iniziato a tendere imboscate nei parchi di Cambridge declamando le sue canzoni a chiunque capitasse a tiro e urlando cose tipo: “non sono un hippie, non sono fumato!”, subito Ellen Willis ci ha fatto un pezzo sul New Yorker (per dio!), descrivendo Jonathan come uno che indossava una t-shirt con sopra scritto “I love my life!” a pennarello e che ballava da solo davanti a un juke-box. Il principe degli sfigati.
Jonathan, come Lou, ama fissarsi su ragazze che indossano occhiali triangolari, ma la differenza è che Lou si sbatte, arriva alle sue principesse e poi ci sputa sopra… Jonathan si sbatte e basta. E poi, dopo, scrive pezzi come “She Cracked”.

Questa roba mi ricorda una conversazione che ho avuto con una quindicenne su un autobus nel 1968. Era appena uscita dall’ospedale psichiatrico dopo essersi disintossicata dalla metanfetamina. Diceva: “Riuscivo solo ad ascoltare i Doors. Era come se Jim Morrison potesse vedere nella mia testa meglio di qualsiasi strizzacervelli… ma adesso non sopporto più i loro dischi”. Più avanti diventò tossica di eroina e una volta che avrei potuto scoparmela ero fatto di metanfetamina, così non ci sono riuscito. Ho divagato, ma direi che da qualche parte nello spirito della digressione si trova la giustificazione per l’esistenza di persone che scrivono sulla propria maglietta “I love my life!” e poi il New Yorker ne parla.

Ok, il disco dei Modern Lovers è buono. E’ quello che avrebbe potuto essere Transformer (e pensiamo alle date, è importante). In un’annata che ci ha consegnato merda come Station to Station, Coney Island Baby e il greatest hits degli Eagles, comprare questo disco è un favore che devi farti a ogni costo.

Peter Laughner

[Se vi venisse la fantasia di ascoltare l'album, lo potete scaricare QUI in mp3. Ma si trova facilmente a prezzi amichevoli, quindi sapete ciò che è giusto fare].

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