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Ray & Jim, la strana coppia

13 April 2010 No Comment

Post pubblicato da: Hugo Bandannas il 13 April 2010 - 68 posts su Black Milk Magazine.

libroRay Manzarek – Light My Fire. La mia vita con Jim Morrison (Editori Riuniti)

Non credo sia un peccato mortale confessare un’antipatia conclamata nei confronti di Ray Manzarek, uno dei tre superstiti dei Doors, nonché iniziatore della band insieme a Morrison in quel di Venice – come anche i muri ormai sanno: la leggenda è stata fin troppe volte sputata fuori in tutte le salse da diventare una specie di circolare ministeriale che si tramanda di mano in mano… un messaggio nella bottiglia che, però, conoscono tutti.

C’erano una volta i Doors in quel di L.A. , che poi in fondo era più Venice Beach o magari Santa Monica, però la situazione sembra  tanto contestualizzata quanto chiara da subito: quattro proto-hippie invaghiti della cultura europea di fin de siecle, che flirtavano con le sostanze psicotrope, erano contro le autorità e la guerra in Vietnam e volevano andare oltre i limiti della conoscenza nell’era dell’acquario. O qualcosa del genere. Un destino comune ad altre band dell’epoca della west coast quali Grateful Dead e Jefferson Airplane, che però ebbero la sfiga (?) di non avere Jim Morrison come frontman

L’idea era reinventare il rock, renderlo un po’ più arty – ma anche no – forse più blues o jazzato con una spruzzatina di bossa nova. E su tutto le liriche di Jim Morrison, il poeta beat americano anti-amerikano.

Ray Manzarek è un ottimo arrangiatore, un hippy della West Coast di vecchia scuola, probabilmente si fa ancora le canne, indossa magliette psichedeliche multicolore su pantaloni di velluto marroni, però non è un granché come affabulatore, ma si impegna molto e fa di tutto per sembrarlo. E questo gioca a suo favore, la sua passione.
Il suo libro La mia vita con Jim Morrison parte da un presupposto: il film sui Doors di Oliver Stone a Ray non è andato giù. Questo risentimento serpeggia lungo ogni pagina: il regista americano – secondo Manzarek – è un fascista guerrafondaio che ha dipinto i Doors e soprattutto la figura di james Douglas Morrison soltanto nell’aspetto gossipparo e squallido dell’ubriacone che non vede l’ora di tirarsi fuori l’uccello in pubblico. In effetti il film di Stone lascia alquanto a desiderare, velleitario e banale, ma questo non basta a rendere Light My Fire una bibbia.

Il libro è un resoconto appassionato dei fatti salienti della breve storia dei Doors intrecciata con l’esistenza, più lunga, dell’autore e quella del suo fraterno amico Jim Morrison. Tra le note negative, oltre una certa approssimazione di fondo nel raccontare episodi salienti, è presente quel tipo di scrittura colloquiale molto L.A. slang Sixties, che a tratti diviene particolarmente tediosa e anacronistica; questa fastidiosa ripetizione di formule stereotipate con parole come “fratello” ogni due righe e altri giochini di compiacimento, sulla pagina irrita.

Tra le note positive invece c’è di sicuro una certa aneddotica che -  seppur ormai parte integrante della storiografia rock – fa bene allo spirito, sentirsela ripetere come un disco incantato (come l’episodio del concerto dei Doors nel Michigan a cui assistette e da cui venne fulminato un giovanissimo James Osterberg, futuro Iggy Pop, che fu un fiasco totale, con Morrison sbronzo marcio costretto ad abbandonare il palco dopo 20 minuti e che si ostinava a cantare con voce in falsetto girovagando demente sul palco prima che la security facesse irruzione sul palco per la frustrazione di una performance inferiore alle aspettative).

Sia chiaro che per chi vuol mettere la parola fine sulla via crucis di Jim Morrison a Parigi resterà  deluso, il libro comincia e finisce in quella famosa vasca da bagno dell’appartamento in rue de beautrellis 17 di quasi 40 anni fa, ma per Ray Manzarek  il tempo non sembra esser mai trascorso.

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