Ramones o non Ramones, questo è il problema!
Post pubblicato da: Manuel Graziani il 22 March 2010 - 53 posts su Black Milk Magazine.
Hamburg Ramönes – Long Black Hair (Nicotine, 2008)
The Rämouns – Rockaway Beach Boys (Wolverine, 2009)
Nonostante abbia ascoltato i Ramones fino allo sfinimento, confesso di non esser mai stato un ramonesiano di ferro. Forse perché mi ha sempre perplesso l’immagine forzatamente fumettistica e quella loro “divisa” – jeans attillati, chiodo, scarpe da ginnastica di tela e capelli a scodella – indossata per 20 anni filati senza mai sgarrare.
Ciò detto, come molti, ritengo non si possa prescindere dei finti fratellini del Queens. Intanto per una questione storica e poi per tutta una serie di ragioni che sarebbe noioso sciolinare qui. È indiscutibile che si è trattato di un immenso gruppo, se non “il gruppo”, da rimpiangere vita natural durante. La nascita di innumerevoli epigoni, sorti come funghi negli angoli più nascosti del pianeta, sta lì a dimostrarcelo.
In verità nella seconda metà degli anni Novanta, quando i nostri eroi hanno appeso i chiodi al chiodo, si è decisamente esagerato. A un certo punto, diciamo tra il 1998 e il 2002, appena vedevo quattro stronzi col giubbino di pelle appoggiati a un muro di mattoni mi veniva un’improvvisa orticaria.
Per fortuna, come tutte le mode, anche questo rincorrere i Ramones si è affievolito col tempo, così come il mio fastidio per imitatori e cloni parruccati in maniera patetica e cartelli posticci con su scritto “Gabba Gabba Hey”.
A farmi far pace con questo Bagaglino punk è stato Long Black Hair, su Nicotine, degli Hamburg Ramönes che, per non lasciare alcun dubbio, hanno piazzato in copertina un pupazzo di pezza dalle sembianze del povero Joey Ramone. I quattro attempati musicisti di Amburgo sono tutti presi a rinverdire il periodo mitico dei fast four, nell’ottica del “palla lunga e pedalare” senza alcuna pretesa di originalità, anzi quasi gongolando di essere così schifosamente derivativi sin dalla traccia d’apertura “Rock’n’Rollercoaster”: un pezzone ignorante dalla melodia contagiosa farcito di “c’mon… c’mon” come se piovesse.
Il resto scivola liscio e quadrato come il cubo magico di Rubik ricoperto di miele (“Edge Of The World”, “Surfpunk’s Back In Town”) con la classica ciliegina sulla torta, “Bomber In Your Heart”, una febbrile saetta hardcore che lascia il segno. Bello. Un divertissement venuto bene. Per nostalgici e non solo.
Ancora meglio Rockaway Beach Boys dei Rämouns, scovato casualmente e subito in heavy rotation per la gioia di mia figlia Martina che è letteralmente impazzita al punto di reclamare la sua dose giornaliera – solitamente prima della pappa serale – da una settimana a questa parte.
Di questi altri soggettoni crucchi, di Düsseldorf, so poco o nulla e neanche m’interessa approfondire. Pare siano una delle più accreditate cover band dei nostri e non ho alcun motivo di dubitarne. Di certo l’operazione di risuonare i classici dei Beach Boys alla Ramones è uno spasso anche per le orecchie meno allenate. Un’abbuffata di zuccheri che dà alla testa da “Surfin’ Safari” a “Surfin’ USA”, proseguendo con “Little Honda”, “Fun Fun Fun”, “Help Me Rhonda”, “I Get Around”, tutte rigorosamente precedute dal classico “one, two, three, four…”
Scusate ma adesso scappo a cercare su ebay un peluche di Joey Ramone, ché mia figlia invece di dire “mamma” e “papà” sta iniziando ad emettere strani suoni del tipo “Hey Ho! Let’s Go”.









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