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Quei gran figli… favoriti

8 February 2010 One Comment

Post pubblicato da: Andrea Valentini il 08 February 2010 - 537 posts su Black Milk Magazine.

speedjackers_favourite-_smallSpeedjackers – Favourite Sons (New Model Label, 2010)

Uhmmmm… formazione a sei, per i vicentini Speedjackers: già, hanno ben tre chitarre, nella tradizione dei Lynyrd Skynyrd. E la faccenda si fa interessante, lasciando presagire dosi di cara e sanissima ignoranza southern.

Questo Favourite Sons, secondo lavoro della band, in realtà non suona southern al 100%. E’ un male? Non direi. Anzi… probabilmente è il pregio maggiore del disco, questo sfiorare le sonorità classiche del rock sudista (e di certo glam rock britanico dei Seventies), svecchiandole con sensibili dosi di lo-fi primi anni Duemila e – perché no – anche un filo di indie di indie anni Novanta.

Il risultato è interessante, anche se vagamente spiazzante per gli animi semplici e cafoni come il sottoscritto.
L’energia c’è: e in abbondanza, su questo non si discute. Perché gli Speedjackers il rock sembrano conoscerlo a menadito – soprattutto nelle sue declinazioni classiche – anche se anagraficamente sono maggiormente vicini a tendenze più moderne (che il look sfoggiato evidenzia in maniera piuttosto inequivocabile: i nostri eroi sembrano usciti da uno scatto di copertina di NME di un paio di mesi orsono).

Un cd solido, quindi, fatto per la maggior parte di brani compatti, strutturati e piacevolmente variegati. Non mancano però gli episodi più marcatamente di alleggerimento, con piglio indie radiofonico (su tutti la traccia numero cinque, “Wild Side”, una sorta di pop indie ballad con sapore vagamente alla Blind Melon – se fossero nati in Inghilterra in pieno ciclone britpop); ma non sfigurano nell’economia generale di questo dischetto, che resta interessante davvero.

Ancora una volta la pecca maggiore che riscontro è la scelta di inserire alcuni brani in italiano. Questo genere, più di altri, regge davvero male il cantato nella nostra lingua: è angolofono per eccelenza e se si va oltre il risultato è piuttosto risibile; oltre a puzzare pericolosamente di “proviamo a vedere se cantando in italiano ci cagano di più”.
No, ragazzi… datemi pure della testa di cazzo, ma su questo c’è poco da fare a mio parere:  rimanere ancorati all’inglese, per quanto possa sembrare una scelta poco coraggiosa, è la cosa giusta. E’ un fatto di credibilità, davvero.

Per il resto, nulla da eccepire. Anzi, non mi stupirei di vedere questi ragazzi fare parecchia strada. E meritatamente.

Però in inglese, vi prego…

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