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Arterio blues. Il nuovo che avanza

25 April 2009 No Comment

Post pubblicato da: Mario Selaschetti il 25 April 2009 - 33 posts su Black Milk Magazine.

Led Zeppelin-Led ZeppelinLed Zeppelin – I (Atlantic, 1969)

Mi stavo quasi rassegnando a non ascoltare più nulla di decente quando, di colpo, ecco qui questo cd fare capolino sulla mia scrivania. Sto parlando dell’opera prima di un quartetto di ragazzi inglesi ancora poco conosciuti e dal nome etereo: Led Zeppelin.

Si parte subito con “Good Times Bad Times” e si capisce che la band, nonostante non provenga dall’altra sponda dell’Atlantico, possieda delle ottime conoscenze del Blues più profondo. Questa ispirazione è ancora più evidente in brani come “You Shook Me”, dove la chitarra acquista un suono vecchio – quasi da albori della strumentazione elettrica – e viene accompagnata dal più classico abbinamento di basso e armonica a bocca; oppure in “Dazed and Confused”, dove il riff diventa una spirale costruita su una pentatonica, la scala musicale che ogni suonatore di blues e dintorni deve possedere nel proprio bagaglio tecnico.

Il risultato è fenomenale, anche se ovviamente non proprio innovativo nel suo genere. Come non cogliere infatti un po’ di White Stripes o Black Keys soprattutto in questa ricerca di un suono vintage da fine anni Sessanta.
Come non avvertire in questa reinterpretazione in chiave moderna del verbo dei grandi padri fondatori del Blues, il sottile eco dei pezzi della Jon Spencer Blues Explosion.

Ma a parte questa considerazione – comune nei gruppi che stanno appena iniziando a farsi strada – Led Zeppelin I contiene tutti i segnali propri di una band che potrebbe davvero fare strada: ascoltate il crescendo di “Babe I’m Gonna Leave You” o l’effetto “alzati da quella cazzo di sedia e mettiti a sbattere la testa come un deficiente” che può provocare l’ascolto della linea di basso di “Communication Breakdown” e ditemi se non ho ragione.

Menzione d’onore per la voce del cantante (Robert Plant) che si dimostra assolutamente originale, anche se tutti i componenti si dimostrano ottimi strumentisti, con la sezione ritmica sugli scudi (John P. Jones e “Bonzo” Bonham).
Il chitarrista (Jimmy Page), invece, nonostante una vena creativa che se mantenuta nel tempo sarà un sicuro fattore di successo (soprattutto per la sua capacità di alternare suoni puliti a suoni assolutamente sporchi e cattivi), dimostra di possedere una tecnica discreta, ma non eccelsa: non aspettatevi tapping o arpeggi alla Frank Gambale. Diciamo che, probabilmente, avesse suonato in una band anni Settanta avrebbe potuto essere considerato il chitarrista che può fare scuola, ma oggi proprio no.

Il successo potrebbe davvero essere dietro l’angolo per i Led Zeppelin, soprattutto se in futuro saranno in grado di abbandonare certe facili melodie beatleasiane come in “Your Time is Gonna Come” o l’esecuzione di pezzi blues in maniera molto scolastica come “I Can’t Quit You Babe” e magari pensare a copertine un po’ più moderne di quella utilizzata per la loro prima opera: che diamine! Non siamo più nei fantastici primi anni Settanta da un pezzo.

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