Duro, dolce e appiccicoso
Post pubblicato da: Gianluca Tedesco il 08 July 2008 - 26 posts su Black Milk Magazine.
The Bellrays – Hard Sweet and Sticky (Anodyne, 2008)
E’ passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora bene il mio primo incontro con i Bellrays. Era l’inizio del nuovo millennio e incuriosito dal loro motto “Blues is the Teacher, Punk is the Preacher” mi ero procurato una copia di Grand Fury rimanendone subito entusiasta, neanche il tempo di cercare altri pezzi del loro catalogo e mi era capitata la ghiotta occasione di vederli dal vivo qui a Roma, all’Init.
Beh quel concerto fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco o quasi. Lisa Keukala, Bob Vennum e Tony Fate quella sera regalarono un set devastante spargendo sul pubblico romano schegge impazzite di rock, soul, blues, punk e dilazioni jazzy free-form sulla scia degi MC5 alla prese con Sun Ra. Tutto era fuso assieme in modo talmente nuovo, ma anche naturale, come se il loro suono fosse sempre stato lì, come il fuoco che brucia sotto la cenere.
Su tutto, a svettare altissima, la voce soulful e meravigliosa di Lisa, talmente calda da far sciogliere anche un ghiacciaio.
All’epoca la cosa che mi stupì fu l’estrema spontaneità della band. Non appena finito il concerto e scesi dal palco, i nostri passarono la serata al loro stand del merchandising a scambiare due chiacchiere con il pubblico, a firmare dischi e autografi (conservo ancora gelosamente la mia copia firmata di Warhead/Swinging the Blade).
Un’attitudine totalmente working-class e che riportava dritta all’etica punk, che mi ha fatto sempre pensare a loro come ad una delle poche band realmente autentiche in giro, di quelle che hanno suonato in ogni tipo di situazione, fatto la loro brava gavetta a forza di sangue e sudore e ne sono usciti intatti.
Ora, a distanza di anni e in uno scenario musicale totalmente mutato (dove spesso è l’hype a farla da padrone a scapito della qualità), esce questo Hard Sweet and Sticky. Nel frattempo si è anche perso per strada il talentuosissimo Tony Fate alla sei corde.
A scanso di equivoci, non si tratta di un album che riscriverà la storia del rock e neanche – forse – il loro migliore in senso stretto: è, piuttosto, un disco solido e ben fatto. I suoni, certo, si sono un po’ addomesticati rispetto agli esordi.
L’opener “The Same Way”, dopo un’intro e un finale quasi Who, diventa un dei pezzi più pop della produzione del gruppo (non che sia un male); quando la band tira di più – come in “One Big Party” o nel singolo “Infection” – a prendere il sopravvento sono i riff tondi e squadrati di scuola hard-detroitiana, piuttosto che le sfuriate punk di un tempo.
Più in generale sembra che quest’album trovi la forza e i suoi spunti migliori nei brani più morbidi, quelli dove Lisa Keukala può andare a briglia sciolta senza preoccuparsi di essere una specie di Aretha Franklin virata MC5.
Non è un caso, quindi, che “Footprints on the Water” con il suo andamento sinuoso, la jazzy “Blue Against Sky”, la sensuale e riverberata “The Fire Next Time” e la splendida ballata soul-noir “Wedding Bells” (che sembra la colonna sonora ideale per un racconto di James Ellroy) siano i momenti più alti di un disco che comunque tende a crescere esponenzialmente con il tempo e gli ascolti.









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