05 Giu 2008

16.jpg(di Jean P.)

È tardi, santo cazzo è tardi. Passo a recuperare Massi e Floriana e si va. Stadio, autobus metro e una sgambata. Il cielo è terso quasi quasi si respira. Si parla del più e del meno, Massi fa il brillante prova ad allungare le mani, si becca una centra da Floriana, con simpatia.

Destinazione Duomo, via Larga: c’è un nuovo gruppo che suona. Massi li conosce, si chiamano Afterhours. “Nome del cazzo” pensa polemica Floriana “quasi come Appetizer o SuckCucumber”.
Arriviamo in via Larga e ci sovviene che nessuno di noi sa come si chiama il posto. “Mah, trankili”, dice Floriana “sicuro che lo troviamo, ci sarà gente in fila fuori”. E invece nulla, la strada è deserta.

Un fratello prova a vendermi l’ennesima scatola di accendini Bic a un deca, contratto e mi ritrovo nove accendini non funzionanti e un braccialetto brasiliano pagati uno scudo. Fa niente, il tempo incalza.
Massi ha l’illuminazione: “Ho visto una tabaccheria, andiamo a chiedere, vedrai che lì lo sanno dov’è il posto”. Entriamo esitanti e, appena dentro, sentiamo un casino incredibile tipo concerto rock. Ci slumiamo: sì, è evidente, abbiamo trovato il posto. Attrezziamo tre birre e si scende sotto terra attraverso una scala abbastanza insignificante.
Sotto la bolgia è totale. Lo spazio ricorda una discoteca di magnaccia anni Settanta, alla Turatello. Tavolini in plexiglas bianco e rosso, qualche sedia abbinabile sfondata e la classica palla a specchietti tipo discodance. Il pubblico poga ruvido, la band canta in inglese e non suona male.

Il bassista spacca. “Per te il bassista spacca sempre” - mi fa eco Floriana - “quando capirai che è la chitarra lo strumento fondamentale per questo genere di musica sarà sempre troppo tardi”.
Fankulizzo Floriana e slumo attorno qualche bella tipella, qualche pelato nazo del cazzo e una selva di pischelli sudati. Nulla sembra attrarre particolarmente la mia attenzione.
Faccio la spola con il piano superiore per accattare qualche altra birra e faccio il brillante: a chi mi chiede da accendere offro direttamente un accendino nuovo di pacca.

I tipi ci sanno fare, si vede che non sono di primo pelo; il cantante ha una bella voce anche se non capisco nulla di ciò che urla. Due bis e il concerto finisce di colpo. La massa risale la scala. Defluisce in strada.
Io ribecco a fatica Massi che sta cercando di chiedere il numero di telefono a una tipella. Floriana è avanti: sta già limonando con un tipo con una cresta incredibile e una scritta sul giubbotto di pelle, tipo “Odio tutti”. Succede. Io e Massi lasciamo Floriana al suo destino e facciamo una corsa e, porca troia, mi sa che abbiamo perso l’ultimo metro, cazzo mi sa che ci tocca tornare a casa a piedi, al solito.
Mi aspetta l’ennesima camminata in delirio alcoolico.

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Appendix
[di Andrea Valentini]

Non sono milanese, ho passato i primi 35 anni della mia vita a schivare la capitale del panettone e anche ora che - volente o nolente - mi tocca viverla (subirla), continuo a non sopportarla. Gli unici brevi istanti in cui il desiderio di bombardamento atomico (o, più realisticamente, di fuga) si attenua sono quelli in cui mi viene evocata una Milano del tempo che fu. Forse, complici la nostalgia - col suo gusto dolciastro di Lexotan - e le nebbie del decadimento neuronale, i racconti sono un po’ romanzati oppure esaltano solo i dettagli positivi. Eppure funzionano e lasciano intravedere un momento storico (o più d’uno) in cui almeno teoricamente avrei potuto reggere questo posto senza bramarne la devastazione indiscriminata (ovviamente di cose e persone), con seguente colata di cemento purificatore.

Quando il buon Jean, durante una prova, mi raccontò di questo locale e del concerto degli Afterhours che vide vent’anni fa, ne rimasi subito affascinato, anche se ricordava piuttosto poco (siamo figli degli anni Settanta e gli Ottanta li abbiamo vissuti un po’ in stato confusionale: siate comprensivi). E’ per questo che l’ho reclutato per scrivere il pezzo qua sopra.
Un posto come quello descritto mi faceva giocare di fantasia, tra visioni di ex ritrovi della mala riconvertiti, concerti misconosciuti in cantine di tabaccherie, underground pulsante… tutto a due passi dal puntutissimo duomo.
Nel frattempo ho fatto un paio di ricerchine, venendo a sapere che il localuccio in questione (pare che sia stato prima un ritrovo per gerarci fascisti, poi una delle primissime sale da biliardo della città e infine un bar tabaccheria con il vezzo dei concerti) è ancora operativo. E ci fanno ancora musica. Bello vero? Insomma.

Il posto che vent’anni fa ospitava concerti minori e lerci, con l’arredamento da night clandestino, ora è un fighettissimo lounge bar discopub, in splendida location che fa molto in. Si chiama G Lounge, e pare che (cito da Internet): “in questo disco bar i migliori dj propongono e sperimentano la musica più ricercata e di qualità delle notti milanesi. Il design degli interni, oltre alla musica, lo rende uno dei locali più suggestivi di Milano“. A quanto si legge in giro pare che l’unica traccia di alternativa rimasta sia che è un locale molto consigliato dalla comunità omosessuale per la facilità di socializzazione. Il che è anche bello, ma la poesia della old Milano musicale è andata a farsi benedire.

2 commenti for "Anni vutanta: Bacco, tabacco, live e Milano da pere"

  1. 05 Giu
    hugo bandannas

    l’atmosfera ed il lirismo del racconto rendono anche una band come gli afterhours “simpaticona”

    grazie jean…ti aspetto in sala prove per altri ricordi vintage!!!

  2. 10 Giu
    Tony

    La tabaccheria di via Larga…suonarci era un’esperienza psichedelico/CBGB’s/Cavern.
    Brutto posto, brutta gente, fumo, sudore, puzza…e fuori Milano con la nebbia.
    Un inferno.
    Stupendo.


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